Il dolore che non si vede: il dolore psichico, cosa fare

Ricorda Freud. “La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.

Il dolore colpisce sempre nel corpo. Eppure nell’essere umano non colpisce solo il corpo in quanto organismo, poichè il dolore non è solo quello somatico ma è dolore anche quello psichico, quello che colpisce la mente. 

L’essenza della terapia psicoanalitica non è solo un’esperienza cognitiva, ma è anche e soprattutto una nuova esperienza emotiva, dove nella dinamica del transfert () e del controtransfert si rivivono e si nominano antiche relazioni in una nuova rete di significati che coinvolgono sia il paziente sia l’analista. In tale ricco intreccio di pensieri e di emozioni una certa quota di dolore psichico e inevitabile, ma in buona misura costituisce un’esperienza positiva e strutturante poiché consente di tollerare la sofferenza senza dover ricorrere a operazioni difensive comunque mutilanti l’interezza della persona e la comunicazione sia intrapsichica che interpersonale. L’essere umano è caratterizzato e condizionato da una serie di eventi biologici: la nascita, la dipendenza dai genitori,  i conflitti adolescenziali, l’immaturità sessuale, le malattie, la morte. Questi momenti suscitano conflitti, ribellioni, difese più o meno efficaci, che sono sempre intrecciati; tra loro nel corso dello sviluppo, per cui ogni conflitto successivo rimanda al precedente. Ogni stadio può essere un momento organizzatore della vita psichica. In ogni fase ci spetta però il difficile compito di distinguere la sofferenza patologica prodotta dall’ansia e dall’angoscia a fronte dei singoli eventi della vita rifiutati o temuti, da quella fisiologica legata all’accettazione degli eventi che devono essere vissuti sia negli aspetti frustranti, sia in quelli gratificanti. Lo psicoanalista deve avere una particolare attenzione alla qualità della sofferenza psichica o all’assenza di essa manifestata dal paziente nell’ambito delle diverse fasi della cura, durante la quale l’analizzato deve essere condotto ad abbandonare l’illusione di poter sfuggire totalmente al dolore causato dalle esperienze della vita. Come puntualizzava Sigmund Freud, nel suo ironico pessimismo esistenziale, la psicoanalisi non può promettere la felicita; può però trasformare la sofferenza nevrotica in comune infelicità, legata all’esistenza e alla natura umana. (Pierini)

La carica empatia dell’analista può essere fondamentale per comprendere, capire e aiutare la persona sofferente ad uscire del tunnel del “dolore che non si vede”, spesso, ma non solo, riconducibile a cause antiche o a traumi recenti, comunque sia da risolvere, per acquisire strumenti utili per vivere una vita migliore.

Non si vede ma fa male lo stesso, spesso anche di piu’ del dolore fisico.

Nella relazione terapeutica che “funziona’, nella condivisione del dolore, il paziente può ritrovare se stesso, abbattere le cause, affrontare le difficolta’ che lo hanno portato al dolore psichico, riuscendo a vedere quella inizialmente piccola luce da cui attingere energia per poterne uscire definitivamente fuori.

Il lavoro terapeutico e’ complesso ma risolvibile, qualora ci sia una buona alleanza terapeutica tra analista e paziente, un alto grado di empatia dell’analista e partecipazione del paziente a superare il “dolore che non si vede”. Ricordo infine che per l’essere umano la sofferenza psichica, seppur minima, rimane un campanello d’allarme affinché non si incorra piu’ in situazioni similari o disfunzionali.

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