Categoria: Articoli salvavita psichica

30  punti per uscire dal tunnel e vedere la Luce

1. Accetta la realtà

2. Impara a chiedere aiuto

3. Impara ad accettare aiuto

4. Impara dal passato

5. Ritagliati un momento per te

6. Chiediti quale e’ il messaggio che la vita ti sta mandando

7. Chiediti cosa faresti se non avessi paura

8. Il passato e’ passato

9. Se ti senti bloccato/a e’ segno che e’ necessario un cambiamento

10. Segui il tuo intuito e sii te stesso/a

11. Liberati dalle aspettative

12. Se ti senti in una spirale negativa sblocca definitivamente la tua vita

13. Assumiti i tuoi rischi

14. Diventa responsabile

15. Leggi

16. Assumi il controllo

17. Mantieni la chiarezza interiore

18. Rifletti sulle soluzioni

19. Aumenta la tua creativita

20. Ridi

21. Credi in te stesso/a

22. Prendi una pausa

23. Agisci

24. Sperimenta emozioni positive

25. Sotto pressione rimani calmo/a

26. Ottimizza la tua salute e la tua energia

27. Abbi uno sguardo positivo

28. Coccolati

29. Abbi cura di te

30. Chiedi aiuto ad uno specialista

Come riconoscere le persone tossiche: 30 segnali

Un istinto rafforzato e’ la difesa piu’ efficace contro i manipolatori.

E’ una capacita’ inesauribile e, una volta imparata, non la si dimentica piu’.

Se volete riconoscere i soggetti tossici non potete concentrarvi unicamente sul loro comportamento. Dovete anche sapere identificare i segnali che si profilano nel vostro cuore. Solo allora sarete pronti per affrontare qualsiasi cosa.

30 SEGNALI

  1. 1. Gaslighting  (una forma di violenza nella quale si presentano alla vittima false informazioni per indurla a dubitare della propria memoria e percezione) e il crazy-making (il ricorso a giochetti psicologici per confondere e destabilizzare la vittima,indebolendola sempre di piu’)
  2. 2. Non riesce a mettersi nei vostri panni
  3. 3. Ipocrisia all’ennesima potenza
  4. 4. Menzogne e giustificazioni patologiche
  5. 5. Lo psicopatico si sofferma sui vostri errori e ignora i propri
  6. 6. Vi ritrovate a spiegare i fondamenti del rispetto umano a un uomo o a una donna adulti
  7. 7. Egoismo e una divorante sete di attenzione
  8. 8. Vi accusa di provare emozioni che ha provocato a bella posta
  9. 9. Vi ritrovate a fare i detective
  10. 10. Siete gli unici a vedere la sua vera natura
  11. 11. Temete che ogni litigio possa essere l’ultimo
  12. 12. L’individuo tossico erode pian piano i vostri limiti
  13. 13. Il soggetto tossico vi nega qualunque attenzione e sgretola la vostra autostima
  14. 14. Pretende che gli leggiate nel pensiero
  15. 15. In sua presenza siete sempre tesi come corde di violino, ma volete piacergli a ogni costo
  16. 16. Un’incredibile quantita’ di “svitati” nel suo passato
  17. 17. Scatena gelosie e rivalita’ nascondendosi dietro una maschera di candore
  18. 18. Idealizzazione e love-bombing  e lusinghe
  19. 19. Vi mette a confronto con ogni altra persona della sua vita: ex, amici, familiari e futuri sostituti
  20. 20. Le qualita’ che all’inizio ammirava in voi diventano all’improvviso difetti macroscopici
  21. 21. La maschera si incrina
  22. 22.Si annoia facilmente
  23. 23. La triangolazione (il soggetto tossico si attornia di ex, di amici, di chiunque gli dia attenzioni. Questo comportamento serve a generare confusione e a dare l’impressione di essere sempre molto richiesto)
  24. 24. Maltrattamenti occulti
  25. 25. Il gioco della pieta’ e le storie patetiche
  26. 26. Il ciclo agrodolce. A volte vi riempie di attenzioni, altre vi ignora,altre ancora vi critica
  27. 27. Questa persona diventa il centro della vostra vita
  28. 28. Arroganza, supponenza, saccenza
  29. 29. Pettegolezzi velenosi e mutevoli
  30. 30. I vostri sentimenti. L’amore e la compassione si trasformano in panico e ansia opprimenti
  31. RIFLESSIONI
  32. Le persone equilibrate e amorevoli non azionano nessuno di questi campanelli di allarme
  33. Lo psicopatico e’ un individuo parassitico,emotivamente immaturo e incapace di cambiamento. Una volta che e’ uscito dalla vostra vita, ogni cosa ricomincia ad avere senso. Il caos si dissolve, sostituito dalla lucidita’ mentale. Tutto torna alla normalita’.

A proposito dell’uomo che maltratta: capire in tempo come salvarsi

La differenza tra l’uomo verbalmente molesto e quello fisicamente violento non sono cosi’ marcate come si potrebbe pensare. Il comportamento di entrambi ha le stesse radici e nasce dalla stessa mentalità. Inoltre, le due categorie tendono a sovrapporsi: gli uomini fisicamente violenti lo sono anche verbalmente, quelli mentalmente crudeli e manipolatori tendono a sconfinare nell’intimidazione fisica.

Una delle ragioni per cui e’ difficile riconoscere il maltrattamento in un rapporto di coppia e’ che spesso gli uomini maltrattanti non sembrano tali. Hanno molte buone qualità, sono simpatici, spesso anche gentili, dotati di senso dell’umorismo, specialmente nei primi tempi. Hanno molti amici, un lavoro…..ma non e’ da escludere che potrebbero fare uso di sostanze stupefacenti o di alcol.

Insomma, un uomo violento o fisicamente o psicologicamente, non corrisponde necessariamente all’idea che si ha comunemente della persona violenta. E cosi’, quando una donna sente che c’e’ qualcosa che non torna, difficilmente pensa al fatto che il suo partner sia violento. I sintomi della violenza ci sono e la donna di solito li vede con chiarezza: la frequenza delle umiliazioni; una generosità che si trasforma presto in egocentrismo; sbotti verbali quando e’ irritato o gli si da’ torto; lamentele, sempre rivolte alla partner; la convinzione di sapere cosa e’ bene per lei meglio di lei stessa; e, in molte coppie, un crescente clima di paura e intimidazione. Ma la donna vede anche che il compagno e’ un essere umano, capace di affetto, e gli vuole bene. Vorrebbe capire perche’ si arrabbia cosi’ tanto, per aiutarlo a uscire da quello schema di alti e bassi.

Gli sbalzi d’umore dell’uomo violento sono particolarmente sconcertanti. E’ come se fosse un’altra persona, cambia dall’oggi al domani quando non da un momento all’altro. A volte e’ aggressivo e minaccioso, usa toni aspri, insulta, schernisce e intima il silenzio. Quando e’ in questa fase, qualunque cosa lei cerchi di fare, non riesce a calmarlo, anzi: lo fa arrabbiare di piu’. Lui le da’ la colpa di ogni problema e stravolge cio’ che gli dice, costringendola a mettersi sulla difensiva. Molte donne dicono: ” sembra che io non faccia mai nulla di giusto”.

In altri momenti sembra invece ferito e disperato, bisognoso di affetto e di qualcuno che si prenda cura di lui. Allora pare disposto a cambiare o sembra un bambino offeso, difficile e problematico, ma in fondo amabile. A vederlo cosi’, la sua partner non pensa che la violenza dentro di lui possa manifestarsi ancora. La bestia che qualche volta prende il sopravvento non sembra avere nulla a che fare con la persona tenera che le si presenta ora.

Prima o poi pero’ l’ombra riappare, come se avesse vita propria. Possono trascorrere tranquillamente giorni e settimane, ma ecco che improvvisamente la donna e’ sotto attacco. Riprova a mettere insieme gli aspetti cosi’ incoerenti del carattere del partner e non riuscendoci, pensa di essere lei quella non del tutto a posto con la testa. (Manipolazione)

COSA PUO’ FARE PER SE’ UNA DONNA MALTRATTATA

Il primo messaggio che vorrei dare e’ il seguente: un uomo maltrattante distorce la vita e la mente della donna con la quale sta, in modo che resti sempre focalizzata su di lui.

La cosa piu’ importante per uscire da questo vortice e’ tornare a dirigere le vostre attenzioni su voi stesse e, se li avete, sui vostri figli. Tornare a rivolgere le vostre energie sull’andare avanti nella vita per la strada che scegliete.

RIFLESSIONI

* chiedete aiuto a voi stesse, di qualunque tipo. Cercate qualcuno da qualche parte di cui vi potete fidare e che puo’ aiutarvi a mantenere il senso di realtà, che capisca cio’ che state passando.

Uscite a cercare aiuto

* tenete un diario per documentare la vostra esperienza, in modo che quando il vostro partner vi confonde le idee stravolgendo i fatti o con improvvisi “ attacchi di bontà”, voi possiate rileggere cosa avete    scritto e ricordarvi chi siete veramente e quello che lui veramente fa.

* State lontane da persone che non vi fanno del bene e che vi dicono cose che vi portano ad attribuirvi delle colpe

* Pensate a qualunque cosa vi venga in mente che vi fa star bene, che nutre la vostra anima. Anche le donne che hanno partner estremamente ossessivi e ipercontrollanti riescono spesso a trovare qualche stratagemma per avere il tempo di fare ginnastica, prendere lezioni di qualcosa, fare passeggiate o ritagliarsi del tempo in solitudine per pensare.

* non biasimatevi se non riuscite subito a raggiungere i vostri obiettivi e se, ad esempio, crollate e ritornate con lui. Cercate di recuperare energie e riprovateci.

  Ce la farete prima o poi, e magari proprio al prossimo tentativo.

Infine spesso questi uomini sono narcisisti perversi e sono uomini fortemente manipolatori, commettono abusi psicologici, minacciano e sono difficilmente modificabili.

La dipendenza e i comportamenti a rischio in una societa’ a rischio

La dipendenza e’ una dimensione che la persona attraversa tutta la vita e con la quale deve fare continuamente i conti. Tutti noi dipendiamo da cose e persone: puo’ essere una dipendenza “sufficientemente buona” o puo’ essere  una dipendenza patologica ( da sostanze o affettiva) che si traduce in comportamenti compulsivi, dannosi per la persona che la sperimenta e per le persone con le quali e’ in rapporto.

La dipendenza e’ espressione del bisogno di sperimentare un piacere-eccitazione, fondamentale per la persona che ne e’ soggetta, ai fini della possibilita’ di vivere la quotidianita’ e di sopportare le angosce che questa comporta (Angelucci)

Spesso l’evaporazione della funzione paterna in una funzione amicale e la persecutorieta’ di un femminile invadente ed assillante mette i giovani nella condizione di sperimentare ogni rischio per potersi sentire invaso da un desiderio che non conosce.

Il vuoto rappresentazionale dei genitori puo’ impedire ai giovani di radicarsi e volare con la rete di sicurezza, bloccandolo in una sorta di guscio informe e deviante dalla norma (Vergine)

Il giovane tormentato non possiede dentro di se’ il senso del limite, ma vive su se’ stesso un territorio di frontiera.

Allora nel giovane, nell’impossibilita’ di accedere ad una rappresentabilita’ di sensazioni, affetti e pulsioni, il corpo puo’ divenire il luogo in cui agire la violenza e la distruttivita’ legata alla perdita di riferimenti e all’intollerabilita’ di contenuti emotivi che, non potendo essere esperiti nel dolore che procurano, vengono concretamente tagliati ed espulsi fuori da se’. Dunque l’esperienza psicoterapeutica si pone come luogo che, ripartendo dal corpo e dalla sua immediata fisicita’, puo’ consentire di dar voce e parola a cio’ che non e’ stato possibile riconoscere come esperienza vissuta, ristabilendo un legame con tutto cio’ che inizialmente sembra avere soltanto la possibilita’ di essere evacuato in un fatto sensoriale. (Casamassima)

Come far risalire l’autostima in tempi brevi

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Innanzitutto dobbiamo definire l’origine dell’autostima.

Correnti di pensiero dicono che sia di natura genetica, altre che sia di origine ambientale (vd. modello genitoriale) altre educative (vd.stili educativi).

Altri un mix.

Comunque sia, chi presenta un forma di autostima bassa soffre!

Non solo si vive come incapace, ma commette scelte non sempre adeguate che a loro volta incrinano ancor di piu’ l’autostima.

E allora come fare a risalire la china? Di seguito elencherò alcuni punti:

– accettare che oltre ai difetti si possiedono pregi e di conseguenza scoprirli e utilizzarli

– mettere in evidenza con se’ stessi e con gli altri, le proprie abilita’ senza vergognarsi

– essere consapevole della presenza di una parte interna denigratoria e svalutativa e arginarla

– allearsi con la parte “adulta sana” che funziona e far si ‘che  “abbracci” la parte infantile e vulnerabile insita in ciascuno di noi

– ammettere che, seppur si commettono degli errori, esso e’ un processo umano, ed e’ tutto riparabile

– non pretendere da se’  l’eccesso ed ossessivamente il successo ( se esso avviene da solo tanto meglio)

– imparare a godere dei propri successi e delle proprie capacita’

Ed infine non provare il senso di colpa di essere una persona capace!

Sono 8 punti non del tutto facili da perseguire, ma solo il riuscire a raggiungerne qualcuno potrebbe cambiare e/o modificare non solo l’autostima ma anche la qualità della vita in una direzione positiva.

A volte ci si innamora del personaggio non della persona: ecco il perche’

Ci sono persone che si innamorano piu’ del personaggio che della persona in se’. Chiaramente cio’ non e’ evidente sin dall’inizio del rapporto. Per personaggio intendiamo ruoli, maschere, titoli e comportamenti della persona; l’accezione puo’ essere sia positiva quanto negativa.

Spesso si puo’ osservare che al personaggio si senta come il bisogno di assegnare sia idealizzazioni che aspettative fino al punto di non scorgere alcun lato della persona in se’, ma vedere solo il personaggio che abbiamo costruito con l’aiuto degli atteggiamenti della persona stessa.

Ma perche’ si compie questo tipo di operazione psichica? Le risposte sono molteplici. Provero’ ad elencarne alcune:

– per colmare un vuoto interiore

– per timore della solitudine

– per desiderio di innamorarsi

– per bisogni arcaici di una figura di riferimento

– per difficolta’ di stare in una relazione autentica

Ma cosa succede quando dovesse caderci il velo dagli occhi?

Talvolta, se non spesso, si scopre una persona che e’ completamente diversa dal personaggio che ci siamo rappresentati o di cui ci siamo innamorati.

In tal caso se non c’e’ amore per la persona, la scoperta si tramuta in delusione dando origine a conflitti interni ed esterni, a rabbia perche’ l’altro/a non risponde alle aspettative che ci eravamo create ma soprattutto disillusione rispetto al sogno che abbiamo costruito intorno ad essa.

Spesso questo fenomeno puo’ durare anni, specialmente se il personaggio e’ il precipitato di una personalità narcisista,perpetrando una relazione disfunzionale dai contorni positivi con un interno fortemente tossico per entrambi.

Il risveglio dal “torpore” ci induce a “vedere” l’altro/a ma soprattutto ci induce ad entrare in rapporto con noi stessi, con il bisogno che abbiamo avuto  di creare un personaggio a cui far aderire i nostri desideri e bisogni, ma che non ha nulla a che fare con la persona da cui ci siamo sentiti attratti.

Spesso questo fenomeno, per ragioni sociali e sociologiche, e’ piu diffuso nel mondo femminile che in quello maschile.

Sembrerebbe che la donna abbia maggiormente necessita’,rispetto all’uomo,di innamorarsi e di idealizzare, tendendo quindi piu’ facilmente alla costruzione di un personaggio ideale da attribuire all’uomo da cui si viene attratte piuttosto che dalla persona stessa.

D’altronde amare la “persona” e non il personaggio, e’ cosa molto piu’ complessa, perche’ scevra dalle aspettative e dalle idealizzazioni ma colma di sentimenti puri, rispetto e considerazione non per quello che la persona rappresenta ma per cio’ che la persona e’.

L’ammirazione o l’amore verso chi ci fa del male: cosa succede e come uscirne

In alcune relazioni disfunzionali miste di  terrore ed isolamento, l’atteggiamento della vittima verso il suo aggressore può persino diventare patologico quando si presenta un legame di ammirazione,ringraziamento ed identificazione.

Un classico esempio dell’identificazione con l’aggressore è la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”. In questo caso, le vittime instaurano un legame affettivo con i loro carcerieri durante un sequestro.

Questa sindrome porta anche il nome di “legame traumatico” e descrive i sentimenti e i comportamenti positivi da parte delle vittime verso i loro aggressori, così come gli atteggiamenti di rifiuto verso tutto ciò che va contro la mentalità e le intenzioni dei malfattori, nonostante i danni subiti.

Quando si rimane alla mercé di un aggressore, appaiono elevate dosi di terrore ed angoscia, che portano come conseguenza una regressione infantile. Tale involuzione viene vissuta come una sorta di sentimento di gratitudine nei confronti dell’aggressore, poiché lo si inizia a vedere come qualcuno che soddisfa le nostre necessità basilari; è per questo motivo che la vittima riprende, in qualche modo, ad essere un bambino.

L’assalitore dà da ‘mangiare’, e’ una sorta di carburante velenoso e la vittima non può  che sentire gratitudine verso l’assalitore che la lascia in vita.

Si dimentica che egli è proprio l’origine della sua sofferenza.

Il metodo usuale di un aggressore sta nell’intimidire la vittima quando è indifesa. In altre parole, l’assalitore abusa della sua vittima quando questa è vulnerabile.

A questo punto, la vittima è terrorizzata e difficilmente proverà a difendersi; questo succede perché la vittima crede che, se si sottomette, avrà maggiori possibilità di sopravvivere, e non perdera’ l’amato se si tratta di una relazione amorosa.

Il legame emotivo tra la vittima dell’intimidazione e dell’abuso e il maltrattatore è, in realtà, una strategia di sopravvivenza. Una volta compresa questa relazione, è più semplice capire perché la vittima appoggia, difende e persino ama il suo aggressore.

Quel che è certo è che le situazioni di questo tipo non si presentano solo in occasione di un sequestro, sono anzi molto più frequenti di quello che pensiamo e sono tipiche dei casi di violenza sulle donne

Ogni trauma originato da un atto violento lascia una traccia profonda nel cuore umano. Per questo motivo, ci sono volte in cui l’identificazione con l’aggressore si attiva senza che esista un legame stretto con lui.

Il potere posseduto dall’aggressore incute così tanta paura che la persona finisce per imitarlo, allo scopo di scongiurare il timore di un possibile confronto: questo comportamento legittima l’uso della violenza di cui si è stati vittima.

Da vittime ad aggressori

Una persona vittima di un abuso anche psicologico  corre il rischio di diventare a sua volta un aggressore, poiché si sforza di comprendere l’accaduto, senza riuscirci. È come se la personalità si diluisse nella confusione e si creasse un vuoto che viene poco a poco riempito con le caratteristiche dell’assalitore; è così che nasce l’identificazione con il proprio carceriere e/o carnefice.

A questo punto, è bene chiarire che tutto questo processo si sviluppa in modo inconsapevole. La vittima è convinta che, se riuscirà ad appropriarsi delle caratteristiche dell’aggressore, potrà neutralizzarlo. Si ossessiona con questo obiettivo, ci prova costantemente ed è con questa dinamica che finisce per assomigliare al maltrattatore.

Quest’ultimo ovviamente non sara’ contento di tutto cio’ e continuerà’ nella sua opera sadica con l’intento di distruggere del tutto la vittima purtroppo spesso riuscendosi (vd. Anche i casi di femminicidio). Uscire fuori da questi tipi di relazione disfunzionali e’ molto complesso ma si puo’, soprattutto se si viene seguiti da uno psicoterapeuta che aiuti la vittima ad uscire dalla relazione, cercando di farla guardare in se stessa e ai suoi bisogni profondi  e antichi

L’angoscia d’abbandono: cause, conseguenze e soluzioni

 La base neurofisiologica dell’ansia è qualitativamente differente dall’angoscia ma vengono spesso usate come sinonimi

Il punto centrale, infatti, è l’abbandono, o meglio, la separazione vissuta dalla persona come abbandono: ecco che scattano una serie di meccanismi e di comportamenti che tentano di arginare, contenere e allontanare la possibilità che l’altro se ne vada e che ci lasci soli con la nostra vita.

La paura di essere abbandonati appartiene a ciascuno di noi: da bambini temiamo di essere abbandonati dai nostri genitori, da adulti abbiamo il timore di perdere le persone che amiamo e di rimanere per sempre senza legami affettivi. Il risultato è che molto spesso si creano delle relazioni emotivamente dipendenti e poco sane basate sulla paura di perdere l’altro anziché sulla gioia di dare incondizionatamente.

Ecco allora che si sviluppa attaccamento e desiderio di possesso: esattamente il contrario della libertà, principio fondamentale dell’amore e dell’amicizia.

La trappola dell’abbandono scatta principalmente nelle relazioni più intime e può essere scatenata o da perdite o separazioni reali come  un trasloco, il divorzio, l’abbandono o la morte o da qualsiasi altra causa che preveda un’interruzione del contatto con l’altro.

Altre volte la paura dell’abbandono si manifesta nell’impossibilità di troncare relazioni dannose siano esse di amicizia, di amore o di lavoro. Pur riconoscendo che quelle relazioni non siano fatte per noi e non ci facciano stare bene, non riusciamo a troncarle per paura di rimanere soli. Così facendo non solo prolunghiamo questa sofferenza, ma escludiamo ogni possibilità di aprirci a nuove relazioni più salutari e adatte a noi (e all’altro). In altri casi, siamo così scottati e in preda alla paura da chiuderci totalmente e non volere più nessuno accanto per paura di essere abbandonati un’altra volta. La paura di soffrire è così forte che preferiamo anticipare ogni mossa e troncare quella relazione prima che le cose accadano realmente nell’illusione di poter controllare le nostre emozioni, provocando in realtà tristezza e frustrazione. La felicità è un diritto di nascita e avere delle relazioni soddisfacenti nella nostra vita è possibile.L’ansia dell’abbandono è così definita perché, appunto, si esprime con stati di forte ansia. Ma è possibile che la percezione della perdita si manifesti anche in altro modo, per esempio con la tristezza, il senso di vuoto, la rabbia o l’ira.

«Chi soffre della paura dell’abbandono molto spesso finisce per mettere in atto comportamenti che la aggravano, per esempio evitare di legarsi agli altri»

Quali sono le origini dell’angoscia d’abbandono?

Esistono degli eventi nella vita che portano, per vari motivi, a costituire un attaccamento insicuro che, “a quanto pare”, si trova alla base del disturbo di ansia da separazione diagnosticato come disturbo dell’età pediatrica dal DSM IV TR, ma anche alla base di relazioni patologiche segnate dall’ansia da abbandono che si manifestano nell’età adulta.

L’angoscia di abbandono richiama un senso di vuoto, di smarrimento di fronte alla vita stessa, che improvvisamente appare defraudata di significato. Essa nasce dalla percezione di “non essere nella testa di nessuno”, nel cuore di nessuno: in assenza dell’altro che ci faccia da specchio, la paura più profonda è quella di non esistere più. Per comprendere questa sensazione basti pensare al bambino che si nasconde per gioco, ma che non venga trovato da nessuno.

L’angoscia di abbandono affonda le radici nella prima infanzia, e nelle modalità con le quali si sono affrontate le piccole e grandi separazione nella vita. Queste separazioni in fondo sono rivoluzioni necessarie nello sviluppo dell’individuo: da ogni certezza lasciata alle spalle nasce una nuova sfida che porterà ad un nuovo traguardo. Per riuscire a vederla in questo modo, è necessario affrontare un percorso personale psicoterapeutico che vada a colmare quel vuoto originario che ci si porta dietro ovunque si vada, e dal quale si cerca salvezza in ogni nuova relazione che si intraprende. Solo appianando quel vuoto personale sarà finalmente possibile star bene (anche) in due.

 

L’ansia da abbandono begli adulti

L’ansia da abbandono, o angoscia abbandonica, la possiamo trovare nelle forme di relazioni dipendenti che ci circondano, la troviamo nel disturbo di personalità dipendente , la vediamo nell’annullamento di sé che si instaura nei rapporti d’amore e nella fuga che si scatena nel partner.

L’angoscia, più dell’ansia, è profonda e penetrante

Le relazioni patologiche e l’ansia d’abbandono

Esistono delle relazioni fortissime scambiate per amore profondo ma che in realtà sono soggette alle leggi dell’ansia da abbandono di uno de partner. C’è uno dei due che si pone come “l’incapace” e che, automaticamente, investe l’altro di un grande potere: ogni cosa è fatta per evitare che l’altro vada via, per evitare quell’allontanamento vissuto come perdita e abbandono perché riattiva echi lontani di un bambino che ha vissuto una relazione affettiva genitoriale poco stabile, povera di nutrimento amorevole e affettivo.

Chi soffre di ansia di abbandono parla d’amore ma non lo sa provare, chiede amore, ma non sa come darlo, si dice innamorato, ma non sa cosa significhi, si perde nell’altro mantenendo il controllo della relazione. l

Entrambi i partner sono persone incapaci di essere autonomi: l’uno vive per l’altro, ognuno cerca di colmare il proprio vuoto interiore attraverso il compagno, tentando di avere, inutilmente, nutrimento da una relazione che è sterile di per sé perché incapace di aprirsi e vivere in maniera onesta. Ma che succede quando il partner se ne va a chi soffre di ansia da abbandono? Spesso si ha la sensazione di morire, di disgregarsi, di andare letteralmente in pezzi o invece la ricerca spasmodica di un nuovo partner che possa aiutarlo a placare e a sedare la sua ansia attraverso la sua finta presenza.

Come superare l’angoscia d’abbandono

L’obiettivo e’ riuscire a percepirsi come persone in grado di nutrirsi da sole, imparare a percepire il proprio vuoto interiore.

 Recuperare se stessi, riconoscere i propri bisogni, imparare a guardare se stessi e l’altro per quello che si è il primo passo. Il secondo è farsi aiutare. Un percorso con uno psicoterapeuta è forse la strada migliore per poter vedere e attraversare tutto il dolore passato che alimenta e vive nel disturbo presente.

Di seguito elenco vari modi per superare l’angoscia d’abbandono

1. Come per molti altri comportamenti disfunzionali, la parola chiave è consapevolezza. (Sconfiggere i propri fantasmi interni). Ammettere a noi stessi di avere paura di qualcosa e riconoscere quella paura– in questo caso essere abbandonati e rimanere soli – è il primo passo verso la trasformazione.

2. Lavorare sulla propria identità
Quando siamo innamorati, sopravvalutiamo l’altro, che ci sembra perfetto così com’è. In realtà, stiamo trasferendo all’altro tutte le qualità che vorremmo avere noi. Quando poi la relazione finisce, ci sentiamo persi, come se non valessimo niente senza l’altro a fianco. Piuttosto che cercare nell’altro le qualità che non abbiamo e che vorremo avere, cerchiamo di costruircele dentro di noi.

3. Guardare il lato positivo
Il distacco porta con sé anche degli aspetti positivi. Tutto accade per una ragione; se una relazione – di qualsiasi tipo – arriva al capolinea è perché non è più adatta a noi. Quando lasciamo passare un po’ di tempo e ci guardiamo indietro, ci accorgiamo di come il distacco sia stato un’importante fonte di riflessione, una ricchezza che ci ha fatto crescere, ci ha fatto vedere il mondo da un altro punto di vista e ci ha offerto più opportunità.

4. Smettere di generalizzare
Generalizzare ci porta a distorcere la realtà e a cancellare i dettagli che invece fanno la differenza. Così finiamo per non vedere le vie di mezzo, e pensiamo in termini di tutto o niente, bianco o nero.
Il fatto che un uomo o una donna ci abbia lasciato non significa che tutti gli uomini e tutte le donne siano uguali e si comportino allo stesso modo. Generalizzare ci allontana dalla fiducia, che invece è il pilastro su cui si dovrebbero fondare le nostre relazioni.

5. Godere delle relazioni che si hanno al momento
Il qui e ora è l’unico momento che esiste, l’unica certezza che hai. Pre-occuparsi delle cose prima che accadano è assolutamente inutile. Nulla è per sempre – siano essi momenti belli o brutti. Tutto è impermanente. Riuscire a godere delle relazioni che si hanno ora, esattamente nel luogo in cui ci si  trova con le persone che si hanno di fianco.

I partner delle persone con l’angoscia d’abbandono

Il modello di relazione sviluppatosi in infanzia, positivo o negativo che sia, tende a preservarsi attraverso particolari meccanismi: innanzitutto, influenzando i “gusti” personali. Generalmente, coloro che sono convinti dell’instabilità delle relazioni finiscono per stabilire legami proprio con persone instabili, emotivamente inaffidabili o incapaci di impegnarsi in un rapporto durevole. Al contrario, non sembrano altrettanto attratte da chi mostra stabilità e capacità d’impegno. Pur sapendo che questo secondo tipo di partner consentirebbe loro di rischiare meno l’abbandono, sembrano spinte verso individui della prima tipologia forse riconoscendoli, inconsapevolmente, più coincidenti alla loro idea di figura di riferimento.

La scelta di persone poco accessibili o inaffidabili finisce, in un circolo vizioso, per tenere viva la percezione d’instabilità delle relazioni e, quindi, la paura dell’abbandono.

Le conseguenze  della paura dell’abbandono e le strategie disfunzionali

Altri fattori, oltre alla scelta di partner poco affidabili, mantengono viva la paura dell’abbandono. In particolare tre strategie disfunzionali che, spesso, vengono adottate nelle relazioni. Si tratta dei comportamenti di evitamento, d’ipercompensazione e di resa.

Un esempio di comportamento d’evitamento è decidere di non legarsi sentimentalmente. Molte persone con ansia d’abbandono, in effetti, tendono a condurre una vita in solitudine.

Un esempio di comportamento d’ipercompensazione è controllare gli spostamenti del partner per accertarsi che non stia facendo niente di dannoso o scorretto. Chi utilizza l’ipercompensazione può mostrarsi estremamente possessivo, per esempio aggredendo chiunque possa minacciare la relazione. Lo scopo è impedire l’insorgere della paura dell’abbandono o l’abbandono vero e proprio

Un esempio di comportamento di resa è la “scenata” di gelosia.

A questo punto, in conclusione di questo articolo, vorrei sottolineare la necessita’ di un supporto psicologico che aiuti l’individuo “dipendente e con angoscia di abbandono” a trovare in se stesso risorse che vadano a nutrire quel vuoto arcaico che tanto lo fa soffrire: e che lo porta non solo ad immergersi in relazioni disfunzionali ma anche ad avere paura di guardare il proprio vuoto.

Il terapeuta dovrebbe essere capace, in alleanza con paziente, a riempire quel vuoto facendo si che il paziente stesso, scoprendo le proprie risorse o trovandone delle nuove possa vivere bene godendo di se stesso e di ciò’ che e’ capace di essere e di fare. Ognuno di noi ha talenti nascosti e sotterranei a cui poter attingere per stare meglio indipendentemente dagli altri, da solo qualora non vi siano intorno persone positive alla sua vita. Stare soli non e’ una condizione negativa, posto che si stia veramente soli in questa società’ che ci da tante possibilità nel sociale. Infine la consapevolezza e la comprensione dell’origine di questi timori, ansie e angosce consente al paziente di affrontare la solitudine in modo più’ sereno – modalità che certamente porterebbe alla scomparsa di tali sintomi e ad un buon rapporto con se stessi.

L’entusiasmo: l’anima dei desideri e l’altra parte della medaglia

Ci siamo entusiasmati tutti per qualcosa o qualcuno nella vita. Proviamo a  ricordare un momento in cui avete sperimentato questo sentimento molto intenso. L’entusiasmo era legato ad altre variabili mentali, tra le quali una ben precisa: la motivazione

Quando qualcosa o qualcuno ci piace davvero e non riusciamo a “godercelo”………In altre parole, l’entusiasmo agirebbe come un elemento chiave che ci predispone all’azione.Come un motore. Ma come mai l’entusiasmo è così potente?

Non rifiutare i tuoi sogni. Che mondo sarebbe senza entusiasmo?

Ramón de Campeador

Ma cosa e’ l’entusiasmo?

Se pensiamo all’entusiasmo, ci vengono in mente cose positive per definirlo. In genere, quindi, lo associamo a valori e ad esperienze positive. Ci aiuta a cercare un cambiamento e a migliorare come persone. Ma non finisce qui, l’entusiasmo ci fa crescere e aumenta la nostra qualità di vita, senza contare il fatto che è di grande motivazione per fare quello che ci fa stare bene, per raggiungere i nostri obiettivi, i nostri sogni.

Questo sentimento ci motiva a ricorrere ai mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo sottostante allo stesso. È una speranza iniziale, alimentata dall’idea o dal presentimento di aver trovato qualcosa di positivo, vale a dire che è l’entusiasmo a stimolarci e lo fa con le azioni che mettiamo in pratica per raggiungere il nostro obiettivo, così come attraverso la consapevolezza.

Il talento è necessario, ma senza entusiasmo non si può arrivare davvero lontano.

Fernando Trujillo Sanz

Per esempio: l’entusiasmo si manifesta quando vediamo l’offerta di lavoro che desideriamo, ovvero lo stimolo o quando capiamo di essere corrisposti da una persona che ci piace.Tuttavia, è presente anche mentre stiliamo il curriculum e ci prepariamo per il colloquio per ottenere quel posto oppure quando stiamo per incontrare la persona desiderata. Infine, quando veniamo selezionati per quel lavoro (la conseguenza),o siamo corrisposti affettivamente, in genere tale sensazione rimane.

In definitiva, l’entusiasmo in parte nasce dalla fantasia, dai sogni e dall’immaginare di avere almeno una possibilità di ottenere quello che vogliamo. Si materializza quando iniziamo a percorrere la strada per raggiungere l’obiettivo o firmiamo un contratto o stabiliamo la relazione tanto desiderata e ci impegniamo a non arrenderci al primo ostacolo, reale o immaginario che sia, previsto o imprevisto.

Le componenti dell’entusiasmo

Come abbiamo visto, l’entusiasmo è stimolo, risposta e conseguenza, ma si compone di molti altri elementi. Alcuni sono legati alle emozioni, soprattutto di carattere positivo. In questo senso, è associato all’allegria e alla felicità, ma anche alla voglia di vivere e talvolta di sopravvivere.

Infine, essendo l’entusiasmo una risposta, comprende elementi legati all’azione e al comportamento e a tutti quei comportamenti che portiamo a termine quando ci entusiasmiamo e siamo motivati a raggiungere un certo obiettivo.

L’entusiasmo e la sua parte oscura

Da quanto detto finora emerge un’idea fondamentale: l’importanza dell’entusiasmo come stimolo di crescita. Quando siamo entusiasti, siamo molto più bravi ad affrontare i diversi ostacoli che si presentano sul nostro cammino, senza paralizzarci e senza perdere l’energia. Diventiamo più potenti.

Riusciamo ad andare avanti nonostante l’incertezza circa il conseguimento dell’obiettivo prefissato. Come in altri ambiti della nostra vita, il controllo spetta a noi. Se ci prefissiamo degli obiettivi irraggiungibili, a lungo andare perdiamo tempo e ci sentiamo peggio.

L’entusiasmo sembra svanire come per magia se ci troviamo in una situazione depressiva (dovuta sia a fattori esterni che interni): ci sembra che non ci sia nulla per cui vivere, non vediamo più la realtà con gli occhi della vita pensi solo oscurità e buio. L’entusiasmo e’ il primo a scemare e la sua mancanza non solo paralizza l’individuo ma lo rende evidentemente malinconico e privo di energia.

L’entusiasmo e’ necessario che sia anche adeguato agli obiettivi che vogliamo raggiungere onde evitare livelli di frustrazione troppo elevati.

Approfondiamo meglio con un esempio: se ci piace la musica, ma non le abbiamo dedicato né tempo né tanto meno studi specifici, ma consideriamo l’idea di lasciare il nostro lavoro per appartenere al mondo della musica, di sicuro andremo incontro al fallimento. Di conseguenza, staremo male e di sicuro non ci imbarcheremo in altri progetti. Ed è propria questa l’altra faccia dell’entusiasmo, la frustrazione che invece di stimolarci a crescere, ci paralizza.

Considerando l’entusiasmo come il motore della nostra vita e l’anima dei desideri e’ auspicabile continuare ad entusiasmarci e a voler migliorare, ma con la consapevolezza che “non ne va della nostra vita ma e’ importante!”  Come e’ fondamentale trovare degli obiettivi che ci entusiasmino, ma devono essere realistici e non una fonte continua di frustrazione. Solo così potremmo avere quella  forza positiva che continuerà a crescere e autoalimentandosi ci potrà’ portare ad ottenere ciò’ che non avremmo mai pensato di raggiungere.

Il cuore e’ una ricchezza che non si vende  e non si compra……si dona

Si nasce cosi’ con un cuore che batte sin dalle origini, che ci consente di vivere: ma non e’ solo un organo che pulsa e’ qualcosa di più, e’ la sede dell’amore, quello puro.

C’e’ chi in pancia lo ha già arricchito, c’e’ chi no: c’e’ chi ha già ricevuto il giusto nutrimento da bimbo e c’e’ chi e’ meno fortunato, c’e’ chi e’ costretto a crearsi un cuore duro, corazzato o chi addirittura lo ha spento prima che la natura lo voglia.

Chi ha cuore si dona, non fa eccezioni, non fa cernite, certamente e’ una persona più esposta delle altre, ma lo fa perché lo sente, perché gli/le piace farlo, perché lo desidera. Tutto ciò davvero non si può comprare ne’ tantomeno vendere, perché e’ un patrimonio di grande ricchezza che appartiene esclusivamente all’individuo; si può donare…..quello si.

E allora chi ha “cuore” può imbattersi in chi ha bisogno del suo cuore, delle sue cure, delle sue attenzioni e allora si fa un dono senza pretendere nulla in cambio. Ma può anche succedere che chi ha cuore e vuole donare, venga respinto, perché dall’altra parte, pur essendoci un bisogno tangibile, non c’e’ il desiderio di ricevere (magari lo vorrebbe comprare) o ancor peggio c’e’ l’invidia che qualcuno sappia donare un parte si se’ e lui/lei non lo sappia fare.

Il donare senza avere nulla in cambio lo considero una delle più alte e sublimi capacita’ dell’essere umano: purtroppo non sempre si e’ compresi, non sempre si e’ accolti, non sempre si e’ accettati, ma si va avanti perché si ha un “ cuore” che riconosce i bisogni altrui scavalcando corazze e maschere, che certuni mettono per poter vivere decentemente.

Ma chi ha “cuore” lo deve anche proteggere. E’ una protezione salvifica soprattutto dai vampiri energetici, da coloro che pur riconoscendo nell’altro la presenza di un “cuore” mirano ad attaccarlo, a giocare con esso, a succhiarlo fino a che il possessore di “cuore” lo permetterà.

I vampiri energetici si devono nutrire del “cuore” per sopravvivere al tempo: e’ una lotta tra il vampiro e il tempo in cui se il vampiro non ha il “cuore” di qualcun altro il  suo tempo si riduce, se invece riesce a nutrirsi vivrà di più.

Invece l’accettazione del cuore donato, e’ una delle altre sublimi capacita’ dell’essere umano; e’ l’atteggiamento umile di chi sa che ha bisogno delle cure e delle attenzione e dell’amore dell’altro per poter vivere. E’ un grande atto di umiltà che comporta la messa in campo di tutto se stesso. E’ cosi che si creano le relazioni d’amore in senso esteso, chiunque esso/a sia, di qualunque eta’, sesso, etnia o religione.

E allora il cuore si dona ma non si vende.

Il cuore non lo si tiene tutto per se’ poiché’ sarebbe una forma egoistica che di certo non appartiene a chi ha “cuore”.