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BURN OUT INFERMIERISTICO

Burnout infermieristico: la causa, l’effetto e i suggerimenti

La professione infermieristica è una delle forze di lavoro in più rapida crescita nel paese. Eppure, secondo la Canadian Nursing Association (CNA), il Canada potrebbe raggiungere i 60.000 RN a tempo pieno entro il 2022. Sebbene la domanda di infermieri continui a crescere, l’offerta di infermieri non ha tenuto il passo. In effetti, solo poche migliaia di persone hanno iniziato la professione rispetto a quella del 2016 e c’è stato un calo del 3,2% dei laureati che hanno ottenuto una licenza per esercitare in Canada dal 2013. Queste cifre sono dovute in gran parte alla natura fiscale del lavoro: nel 2010, uno studio della CNA ha rilevato che l’80% degli infermieri ha riferito di affaticamento durante o dopo il lavoro e uno studio del 2013condotto dal CBC ha scoperto che il 40% degli infermieri si identificava come se stesse sperimentando un “burnout” professionale, o semplicemente il burnout infermieristico.

Burnout infermieristico

Certamente alcuni elementi di esaurimento e affaticamento sono dovuti agli sforzi fisici associati alla professione – gli infermieri lavorano per lunghe ore e il lavoro comporta lavoro manuale come sollevare e pulire i pazienti – ma viene attirata una crescente attenzione sulle conseguenze psicologiche dell’allattamento. I fenomeni psicosociali associati al burnout professionale sono noti collettivamente come affaticamento della compassione; questi sintomi possono includere irritabilità, depressione, sbalzi d’umore e autoisolamento. In assenza di un intervento, qualcuno che soffre di affaticamento per compassione potrebbe sviluppare una posizione distaccata, perdendo la capacità di formare nuove connessioni emotive e sostenere quelle esistenti.

Allo stesso modo in cui potresti avere le spalle doloranti e difficili da muovere dopo una giornata trascorsa a sollevare oggetti pesanti, la nostra capacità di sperimentare ed esprimere empatia può irrigidirsi e seccarsi con lo sforzo.

Gli scienziati sociali e i professionisti della salute mentale spesso si riferiscono al processo di gestione dei sentimenti, degli atteggiamenti e dei comportamenti sul luogo di lavoro – sia i propri che quelli degli altri – come “lavoro emotivo”. Gli infermieri che forniscono supporto emotivo ai loro pazienti, confortandoli e rassicurandoli nel profondo della sofferenza fisica e psicologica, stanno fornendo non solo i loro sforzi fisici ma anche i loro sforzi emotivi. Gli infermieri, come qualsiasi altro settore orientato al cliente, dovrebbero mantenere un comportamento amichevole e utile durante il lavoro, indipendentemente dal loro stato emotivo reale nel corso di una lunga giornata lavorativa.

L’infermieristica, come altre professioni sanitarie, richiede la pratica del lavoro emotivo, che può essere emotivamente faticoso. Entrare in una struttura sanitaria è stressante e sconvolgente per molti pazienti, e poiché la salute medica è fortemente correlata alla salute mentale, più le condizioni del paziente sono gravi, più possono diventare stressate e turbate. Gli infermieri sono tenuti ad interagire con i pazienti più intimamente e frequentemente rispetto alla maggior parte degli altri operatori sanitari, rendendoli più inclini a sentire il peso del carico emotivo dell’assistenza sanitaria. In uno dei nostri articoli precedenti, abbiamo parlato di come affrontare la fatica della compassione e dl burn out . Abbiamo anche discusso del fatto che questi professionisti sono gravati dalle aspettative e dalle pressioni di pazienti, personale, famiglia, amici e società in generale. 

Secondo una recente pubblicazione

“La professione infermieristica è stata considerata altamente suscettibile al burnout a causa di sovraccarico di lavoro, conflitto inter-professionale, mancanza di chiarezza, ambiguità dei compiti, crescente complessità dei compiti, esigenze emotive dei pazienti e scarsa prognosi dei pazienti. È stato riscontrato che l’età, la durata del periodo di allattamento totale, il luogo di controllo, il senso di benessere generale, le capacità di adattamento e la maturità emotiva hanno una correlazione significativa con il burnout “

Incoraggiare un migliore input emotivo da parte degli infermieri in ambito sanitario, noto come “pratica della compassione”, può assumere molte forme; esempi includono l’accesso al supporto psicologico per gli operatori sanitari, la riduzione dei carichi di lavoro, il debriefing di gruppi di pari e la definizione di programmi formali per riconoscere e premiare gli infermieri che forniscono un’eccezionale assistenza emotiva. In un recente studio, i ricercatori dell’Università dell’Arizona hanno scoperto che gli infermieri nelle cliniche in cui erano in atto pratiche di compassione riferivano meno stanchezza emotiva rispetto alle loro controparti che non avevano accesso al supporto compassionevole. Affascinante, lo stesso studio ha anche scoperto che i pazienti nelle cliniche con pratiche compassionevoli “hanno riportato migliori interazioni con gli infermieri e hanno dato valutazioni più elevate della loro esperienza di cura del paziente”.

In altre parole, le pratiche di compassione non aiutano solo gli infermieri; aiutano anche i pazienti.

Investire nell’assistenza sanitaria di solito significa capitalizzare gli aspetti tecnici dell’assistenza, ma sta diventando sempre più evidente che l’incoraggiamento e la compensazione per l’esecuzione del lavoro emotivo sono importanti tanto quanto la compensazione per il lavoro fisico o tecnico. E proprio come la compensazione per il lavoro tecnico e tangibile assume una forma tangibile, la compensazione per il lavoro emotivo può assumere una forma emotiva. Maggiore è la compassione e l’empatia che offriamo ai nostri fornitori di assistenza sanitaria, più ci prendiamo cura di loro, meglio sono in grado di prendersi cura di noi in cambio.

I professionisti infermieristici dovrebbero utilizzare i programmi di assistenza dei dipendenti progettati per loro, per una migliore gestione dello stress e supporto di auto-cura. Mantenere un buon equilibrio tra il lavoro e la vita personale aiuta anche a ridurre lo stress, insieme a una dieta equilibrata, esercizio fisico e altre attività ricreative. Conosci i segni di esaurimento e chiedi aiuto quando ne hai bisogno.

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Pensieri

Questo ti voglio dire
ci dovevamo fermare.
Lo sapevamo.
Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare.
Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.

Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Non c’era sforzo umano
che ci potesse bloccare.

E poiché questo
era desiderio tacito comune
come un inconscio volere –
forse la specie nostra ha ubbidito
slacciato le catene che tengono blindato
il nostro seme.
Aperto le fessure più segrete
e fatto entrare.
Forse per questo dopo c’è stato un salto
di specie – dal pipistrello a noi.
Qualcosa in noi ha voluto spalancare.
Forse, non so.

Adesso siamo a casa.

È portentoso quello che succede.
E c’è dell’oro, credo, in questo tempo strano.
Forse ci sono doni.
Pepite d’oro per noi. Se ci aiutiamo.
C’è un molto forte richiamo
della specie ora e come specie adesso
deve pensarsi ognuno.
Un comune destino
ci tiene qui.
Lo sapevamo.
Ma non troppo bene.
O tutti quanti o nessuno.

È potente la terra.
Viva per davvero.
Io la sento pensante d’un pensiero
che noi non conosciamo.
E quello che succede? Consideriamo
se non sia lei che muove.
Se la legge che tiene ben guidato l’universo intero, se quanto accade mi chiedo
non sia piena espressione di quella legge
che governa anche noi – proprio come ogni stella – ogni particella di cosmo.

Se la materia oscura fosse questo tenersi insieme di tutto in un ardore di vita,
con la spazzina morte che vienea equilibrare ogni specie.
Tenerla dentro la misura sua, al posto suo, guidata.
Non siamo noi
che abbiamo fatto il cielo.

Una voce imponente,
senza parola
ci dice ora di stare a casa, come bambini
che l’hanno fatta grossa, senza sapere cosa,
e non avranno baci, non saranno abbracciati.
Ognuno dentro una frenata
che ci riporta indietro, forse nelle lentezze delle antiche antenate, delle madri.

Guardare di più il cielo,
tingere d’ocra un morto. Fare per la prima volta il pane. Guardare bene una faccia. Cantare piano piano perché un bambino dorma.
Per la prima volta
stringere con la mano un’altra mano
sentire forte l’intesa.
Che siamo insieme.
Un organismo solo.
Tutta la specie
la portiamo in noi.
Dentro noi la salviamo.

A quella stretta
di un palmo col palmo di qualcuno
a quel semplice atto che ci è interdetto ora –
noi torneremo con una comprensione dilatata.
Saremo qui, più attenti credo. Più delicata
la nostra mano starà dentro il fare della vita.
Adesso lo sappiamo quanto è triste
stare lontani un metro.

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Ma e’ possibile che l’uso di sostanze stupefacenti prenda il posto delle relazioni extraconiugali?

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Si! E’ possibile. E’ un fenomeno sempre piu’ in via di espansione, soprattutto nel genere maschile, e non fa alcuna differenza il tipo di droga usata, siano esse droghe cosiddette “leggere” quali la marijuana o l’hashish (calmanti) o pesanti come la cocaina (eccitante).

Si assiste sbalorditi all’aumento di questo fenomeno in cui il consumatore si comporta ugualmente all’uomo infedele: racconta bugie, si nasconde, prende tempo prima di ricomparire a casa e via dicendo.

La droga prende le forme di una donna che soddisfa, eccita o placa, diverte, ancor piu’ se abbinata al bere. Simile ad una ipotetica  “donna” che non da’ pensieri, piuttosto che distrae e alleggerisce la vita, di conseguenza l’impellente desiderio o bisogno di una partner viene meno.

Ma la cosa che stupisce maggiormente e’ che il consumo avviene per lo piu’ in solitudine, bypassando ogni forma di relazione e di interazione con altri esseri umani.

L’evitamento della relazione solleva dalle responsabilita’, da quelli che sono chiamati “fastidi” o limitazioni che una relazione, anche extraconiugale, potrebbe comportare. E allora la sostanza prende il posto della relazione, attivando anche un mondo immaginario leggero e libero da incombenze e da doveri.

Puo’ sia calmare che eccitare, ma comunque serve a compensare un profondo vuoto emozionale antico o attuale.

Detto cosi sembra tutto bello e lecito, invece no! Non scordiamoci che l’uomo e’ un animale sociale, fatto per stare con gli altri in molti modi, dai piu’ spensierati ai piu’ complessi, e che l’abuso di sostanze e’ sempre estremamente dannoso sia sul piano fisico che su quello psichico, comportando sia alterazioni del tono dell’umore sia neurologiche spesso anche gravi.

La sostituzione di un partner con l’uso di sostanze, non solo e’ indice di sofferenza psichica, ma a sua volta e’ molto probabile che ne generi ancora di piu’ nell’individuo, inconsapevolmente.

Una delle conseguenze piu’ evidenti sara’ quelle di non riuscire piu’ a stare nelle relazioni affettive, in coppia per esempio.

La droga non chiede, non pretende, non mette limiti. Ma c’e’ da chiedersi se questa e’ la vera libertà per un essere umano.

Non e’ un caso che venga chiamata TOSSICODIPENDENZA poiche’ e’ una vera e propria dipendenza, da una sostanza, ma e’ pur sempre una dipendenza, l’antitesi della libertà.

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Il dolore che non si vede: il dolore psichico, cosa fare

Ricorda Freud. “La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.

Il dolore colpisce sempre nel corpo. Eppure nell’essere umano non colpisce solo il corpo in quanto organismo, poichè il dolore non è solo quello somatico ma è dolore anche quello psichico, quello che colpisce la mente. 

L’essenza della terapia psicoanalitica non è solo un’esperienza cognitiva, ma è anche e soprattutto una nuova esperienza emotiva, dove nella dinamica del transfert () e del controtransfert si rivivono e si nominano antiche relazioni in una nuova rete di significati che coinvolgono sia il paziente sia l’analista. In tale ricco intreccio di pensieri e di emozioni una certa quota di dolore psichico e inevitabile, ma in buona misura costituisce un’esperienza positiva e strutturante poiché consente di tollerare la sofferenza senza dover ricorrere a operazioni difensive comunque mutilanti l’interezza della persona e la comunicazione sia intrapsichica che interpersonale. L’essere umano è caratterizzato e condizionato da una serie di eventi biologici: la nascita, la dipendenza dai genitori,  i conflitti adolescenziali, l’immaturità sessuale, le malattie, la morte. Questi momenti suscitano conflitti, ribellioni, difese più o meno efficaci, che sono sempre intrecciati; tra loro nel corso dello sviluppo, per cui ogni conflitto successivo rimanda al precedente. Ogni stadio può essere un momento organizzatore della vita psichica. In ogni fase ci spetta però il difficile compito di distinguere la sofferenza patologica prodotta dall’ansia e dall’angoscia a fronte dei singoli eventi della vita rifiutati o temuti, da quella fisiologica legata all’accettazione degli eventi che devono essere vissuti sia negli aspetti frustranti, sia in quelli gratificanti. Lo psicoanalista deve avere una particolare attenzione alla qualità della sofferenza psichica o all’assenza di essa manifestata dal paziente nell’ambito delle diverse fasi della cura, durante la quale l’analizzato deve essere condotto ad abbandonare l’illusione di poter sfuggire totalmente al dolore causato dalle esperienze della vita. Come puntualizzava Sigmund Freud, nel suo ironico pessimismo esistenziale, la psicoanalisi non può promettere la felicita; può però trasformare la sofferenza nevrotica in comune infelicità, legata all’esistenza e alla natura umana. (Pierini)

La carica empatia dell’analista può essere fondamentale per comprendere, capire e aiutare la persona sofferente ad uscire del tunnel del “dolore che non si vede”, spesso, ma non solo, riconducibile a cause antiche o a traumi recenti, comunque sia da risolvere, per acquisire strumenti utili per vivere una vita migliore.

Non si vede ma fa male lo stesso, spesso anche di piu’ del dolore fisico.

Nella relazione terapeutica che “funziona’, nella condivisione del dolore, il paziente può ritrovare se stesso, abbattere le cause, affrontare le difficolta’ che lo hanno portato al dolore psichico, riuscendo a vedere quella inizialmente piccola luce da cui attingere energia per poterne uscire definitivamente fuori.

Il lavoro terapeutico e’ complesso ma risolvibile, qualora ci sia una buona alleanza terapeutica tra analista e paziente, un alto grado di empatia dell’analista e partecipazione del paziente a superare il “dolore che non si vede”. Ricordo infine che per l’essere umano la sofferenza psichica, seppur minima, rimane un campanello d’allarme affinché non si incorra piu’ in situazioni similari o disfunzionali.

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L’uso della cannabis: cosa comporta e genera nell’individuo

Inizio con una sintetica carrellata dei sintomi per poi approfondirne le motivazioni

– perdita di memoria,senso di paura, alterazione della percezione,ebbrezza, allucinazioni,

cambiamenti del tono dell’umore

– sindrome amotivazionale

come per l’alcol: influiscono negativamente sulla comprensione dei testi scritti

difficolta’ ad esprimersi oralmente

Difficolta’ a risolvere problemi

3 sigarette contenenti canapa corrispondono a 20 sigarette normali

può danneggiare i polmoni e far nascere i figli sottopeso

Possono generare danni cerebrali nella comunicazione tra neuroni

Esiste anche il fenomeno della SENSIBILIZZAZIONE, ovvero una quantità innocua per una persona che non ha mai fumato, su di una che ne ha fatto uso (sensibilizzata) produce invece effetti devastanti: le sostanze psicotrope possono alterare i processi neurochimici del cervello e possono influenzare lo sviluppo neurobiologico del cervello dell’adolescente che e’ ancora in un periodo di intensa plasticità neuronale

USO DI DROGHE: MOTIVAZIONI PSICOLOGICHE E SUE CONSEGUENZE

Spesso i giovani incontrano la cannabis per gioco o per appartenenza al branco, senza sapere a cosa vanno incontro.

La cannabis di oggi non e’ assolutamente quella di un tempo, poiché viene mischiata con altre sostanze o sintetiche o con additivi quali, veleno per topi, sterco, gomma fusa di copertoni di auto ed altro ancora. La stessa “erba” che risulta verde, può contenere sostanze sintetiche trasparenti.

Le motivazioni psicologiche quindi possono partire dal gioco, ma convertirsi con il desiderio di ridere, non pensare, non avere forme di ansia fino ad addirittura spegnere il cervello (come taluni dicono). Ricordo che il pensiero e’ cio’ che ci distingue dagli animali, prezioso per l’uomo. Tutto questo comporta danni non solo sull’apprendimento ma anche sulla concentrazione, nonché sulla memoria. Fondamentale e’ lo sviluppo della sindrome amotivazionale in cui l’individuo perde l’interesse e la voglia di intraprendere e svolgere molte attività utili e stimolanti per la propria vita, lasciandosi andare fino a sviluppare forme di depressione. In una ricerca americana pubblicata due anni fa circa su Focus si e’ potuto dimostrare con un follow up attraverso la risonanza magnetica, cosa provoca l’assunzione della cannabis nel cervello : buchi. Buchi irreversibili che colpiscono le aree più disparate.

Il desiderio di farsi una canna, che non e’ mai solo una, e’ quello di mettere a tacere problematiche più profonde, stati d’ansia o di angoscia, ma e’ un paliativo poiché dopo poco l’ansia riemerge e comporta la necessita’ di un’altra assunzione. Nei consumatori veterani l’assunzione di cannabis determina anche l’emersione di aspetti persecutori o della paranoia. Questa ovviamente e’ una sintesi di ciò che possono provocare quelle che vengono chiamate “droghe leggere” ma che allo stato non sono assolutamente leggere.

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Perché con l’Emdr si possono risolvere i traumi anche più antichi:permane il ricordo ma non la sofferenza legata al trauma

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate ad esperienze difficili non completamente elaborate.
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o emotivamente dolorose. Infatti , pur essendo abituati  a considerare come traumatici eventi catastrofici quali  incidenti, terremoti, perdite traumatiche, abusi sessuali ,le esperienze che creano stress anche a lungo termine , non sono solo quelle che hanno le caratteristiche di un evento fuori dalla portata degli esseri umani . Essere stati vittime di bullismo , aver perso precocemente  un genitore,aver vissuto con un genitore molto vulnerabile o depresso , essere stati umiliati  da bambini,aver subito un abuso psicologico,una forte perdita affettiva, in amore o in famiglia,un disturbo post-traumatico da stress, sono situazioni che se non elaborate hanno un importante impatto emotivo contribuendo al malessere delle persone e delle loro relazioni. Dopo un ciclo di sedute di Emdr il paziente riferisce di ricordare ancora l’evento ma di sentire che fa veramente parte del passato e questo permette di di non esserne così influenzato e vedere l’evento come un “ricordo lontano”, non più disturbante o impattante nel presente.L’Emdr ha più efficacia all’interno di un rapporto psicoterapeutico.

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E’ possibile risolvere in tempi rapidi i traumi psichici col metodo psicoterapico EMDR

L’EMDR è un metodo psicoterapico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici, che a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti.

E’ un approccio psicoterapico interattivo e standardizzato, scientificamente comprovato da più di 20 studi randomizzati controllati condotti su pazienti traumatizzati e documentato in centinaia di pubblicazioni che ne riportano l’efficacia nel trattamento di numerose psicopatologie inclusi la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto acuto, i sintomi somatici e le dipendenze.

La terapia EMDR ha come base teorica il modello AIP (Adaptive Information Processing) che affronta i ricordi non elaborati che possono dare origine a molte disfunzioni. Numerosi studi neurofisiologici hanno documentato i rapidi effetti post-trattamento EMDR.

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Cosa fare difronte al fenomeno “bullismo”: alcuni punti utili a genitori e figli

• Essere in questa situazione può farti sentire molto triste, spaventato e impotente. Fare qualcosa     può sembrarti difficile, ma ci sono alcuni modi  utili per affrontare qualcuno che fa il prepotente con te:
• Cerca di farti vedere calmo e tranquillo, anche se hai paura. Prova a fare in modo che chi fa il bullo non capisca che te la prendi perché è proprio quello che vuole
• Non sentirti costretto a fare cose che non vuoi fare
• Prova ad ignorare quello che ti dice e a pensare, invece, a qualcosa di positivo su di te
• Cerca di capire quando è meglio andare via, allontanandoti dalla situazione
• Se ti senti un po’ solo cerca di farti nuovi amici, sono sempre una risorsa importante
• Racconta a qualcuno di cui ti fidi quello che sta succedendo (un insegnante, un amico più grande di te, i tuoi genitori).
• Spiega chiaramente che la situazione ti crea dei problemi e che per te è importante che venga fatto qualcosa.
• Continua a parlare di quello che accade finché non viene raggiunto questo risultato
• Non avere paura di dire a qualcuno quello che succede, non è colpa tua! Parlare con chi ti può aiutare è il modo migliore per risolvere la
situazione
• Non pensare che dicendolo a qualcuno andrai incontro a problemi peggiori, se chiedi aiuto allora non sei più da solo e potete pensare insieme a
come risolvere questo problema
• Nessuno ha il diritto di fare il prepotente con te, se qualcuno dà fastidio a te o a qualcuno cui vuoi bene ti senti dispiaciuto e a disagio, hai
tutte le ragioni per dirlo a qualcuno
• Non accettare che qualcuno sia aggressivo con te! Può non essere facile fermare questo comportamento, ma è possibile!

Cosa puoi fare se vedi che qualcuno è vittima di bullismo

Il bullismo è uno dei motivi più frequenti per cui, tra i 5 e i 14 anni, ci si rivolge a qualcuno per ottenere un aiuto a risolvere un problema. Anche tu puoi avere un ruolo importante! 
Prima di tutto, se vedi qualcuno in difficoltà perché subisce la prepotenza di qualcun altro, non cercare di risolvere il problema da solo. Riferisci quello che hai visto ad un adulto o all’insegnante. 
Comportati con lui come un amico cercando di ascoltarlo e rassicurarlo, è probabile che si senta solo e molto triste.
Consiglia di esporre subito la sua situazione ad un adulto di fiducia, potrà essere aiutato ad affrontare e risolvere questo problema.

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