Mese: marzo 2018

Il cuore e’ una ricchezza che non si vende  e non si compra……si dona

Si nasce cosi’ con un cuore che batte sin dalle origini, che ci consente di vivere: ma non e’ solo un organo che pulsa e’ qualcosa di più, e’ la sede dell’amore, quello puro.

C’e’ chi in pancia lo ha già arricchito, c’e’ chi no: c’e’ chi ha già ricevuto il giusto nutrimento da bimbo e c’e’ chi e’ meno fortunato, c’e’ chi e’ costretto a crearsi un cuore duro, corazzato o chi addirittura lo ha spento prima che la natura lo voglia.

Chi ha cuore si dona, non fa eccezioni, non fa cernite, certamente e’ una persona più esposta delle altre, ma lo fa perché lo sente, perché gli/le piace farlo, perché lo desidera. Tutto ciò davvero non si può comprare ne’ tantomeno vendere, perché e’ un patrimonio di grande ricchezza che appartiene esclusivamente all’individuo; si può donare…..quello si.

E allora chi ha “cuore” può imbattersi in chi ha bisogno del suo cuore, delle sue cure, delle sue attenzioni e allora si fa un dono senza pretendere nulla in cambio. Ma può anche succedere che chi ha cuore e vuole donare, venga respinto, perché dall’altra parte, pur essendoci un bisogno tangibile, non c’e’ il desiderio di ricevere (magari lo vorrebbe comprare) o ancor peggio c’e’ l’invidia che qualcuno sappia donare un parte si se’ e lui/lei non lo sappia fare.

Il donare senza avere nulla in cambio lo considero una delle più alte e sublimi capacita’ dell’essere umano: purtroppo non sempre si e’ compresi, non sempre si e’ accolti, non sempre si e’ accettati, ma si va avanti perché si ha un “ cuore” che riconosce i bisogni altrui scavalcando corazze e maschere, che certuni mettono per poter vivere decentemente.

Ma chi ha “cuore” lo deve anche proteggere. E’ una protezione salvifica soprattutto dai vampiri energetici, da coloro che pur riconoscendo nell’altro la presenza di un “cuore” mirano ad attaccarlo, a giocare con esso, a succhiarlo fino a che il possessore di “cuore” lo permetterà.

I vampiri energetici si devono nutrire del “cuore” per sopravvivere al tempo: e’ una lotta tra il vampiro e il tempo in cui se il vampiro non ha il “cuore” di qualcun altro il  suo tempo si riduce, se invece riesce a nutrirsi vivrà di più.

Invece l’accettazione del cuore donato, e’ una delle altre sublimi capacita’ dell’essere umano; e’ l’atteggiamento umile di chi sa che ha bisogno delle cure e delle attenzione e dell’amore dell’altro per poter vivere. E’ un grande atto di umiltà che comporta la messa in campo di tutto se stesso. E’ cosi che si creano le relazioni d’amore in senso esteso, chiunque esso/a sia, di qualunque eta’, sesso, etnia o religione.

E allora il cuore si dona ma non si vende.

Il cuore non lo si tiene tutto per se’ poiché’ sarebbe una forma egoistica che di certo non appartiene a chi ha “cuore”.

La separazione comporta una sofferenza che si puo’ superare

La separazione costituisce un evento dal potenziale altamente stressogeno,

Non tutti si separano in egual modo perché ognuno di noi ha una storia e un vissuto personale che determinano percorsi di separazione differenti: alcune coppie ci arrivano attraverso riflessioni condivise e scelte ponderate, per altre l’interruzione del rapporto giunge dopo  litigi e conflittualità, per altre ancora è frutto di una decisione unilaterale.

E’ superfluo dire che la separazione genera uno stress nell’essere umano e spesso può essere considerato un micro lutto. Il potenziale destabilizzante non riguarda solo la decisione di separarsi come evento unico, ma coinvolge l’intera gamma di esperienze emotivamente difficili che solitamente precedono e seguono la fine di una storia. Le conseguenze collaterali, come il cambio di residenza di uno dei partner, la modifica delle modalità e dei tempi di frequentazione dei figli, le implicazioni economiche, i cambiamenti relazionali costituiscono ulteriori fonti di stress, che si sommano alla dolorosa necessità di rielaborare il significato delle proprie scelte di vita e la propria identità.

Inizialmente la separazione genera nell’individuo incredulità, negazione e sofferenza,destabilizzazione ma e’ necessario poi  riuscire a mobilitare una quota di risorse che consente di ritrovare un soddisfacente equilibrio emotivo e psicologico. Purtroppo pero’ spesso può emergere un’incapacità di voltare pagina, di riprendere in mano la propria esistenza, di superare il dolore legato alla separazione. Si tratta di situazioni in cui la sofferenza soggettiva va ben oltre la fisiologica elaborazione della fine di un legame. La sintomatologia è molto più intensa e duratura, spesso accompagnata da pensieri intrusivi, disturbi del sonno, stati di costante tensione e iper-arousal, evitamento di stimoli (comportamenti, luoghi, contesti e/o persone) associati all’evento traumatico. La fissazione su alcuni elementi della separazione sembra precludere la possibilità di concentrarsi su altro e l’intera esistenza dell’individuo finisce per ruotare attorno a questa tematica. (Riva)

In questi casi è possibile che le dinamiche stressogene della separazione s’innestino in modo particolare su pregresse caratteristiche di funzionamento dell’individuo, assumendo una valenza traumatica. Di seguito i segnali più ricorrenti di questa dolorosa condizione:

  • pensieri intrusivi, ossia ricordi involontari legati ai momenti di maggiore stress che si presentano all’improvviso, rinnovando disagio e sofferenza;
  • disturbi del sonno (fatica ad addormentarsi, sonno leggero, incubi e/o risvegli precoci);
  • evitamento di stimoli che richiamino alla mente la relazione con l’ex partner (passare di fronte al ristorante abituale, incontrare amici comuni, ecc.), generando ansia;
  • difficoltà di concentrazione;
  • disagi somatici (problemi di stomaco, cefalea, tensione e/o stanchezza cronica);
  • disperazione e senso di vulnerabilità derivanti dalla non accettazione della separazione che impediscono alla persona di pensare al futuro in modo adeguato con il rischio conseguente di manifestare irritazione verso l’entourage familiare e amicale e/o indifferenza verso cose che in precedenza erano importanti.

La psicoterapia, attraverso il sostegno psicologico, può rivelarsi fondamentale per non cronicizzare la situazione di stallo e sofferenza. Infatti quando un individuo assiste o si trova a vivere un evento traumatico (un conflitto molto elevato, una perdita, un abbandono, la scoperta di un tradimento, ecc.), il ricordo connesso si “congela” nella mente nella sua forma ansiogena originale nello stesso modo in cui è stato vissuto. L’informazione “congelata” non riesce a essere elaborata “naturalmente”, come avviene per gli eventi di minore impatto (un litigio di poco conto, una piccola frustrazione, ecc.), e quindi rischia di continuare a condizionare in senso patologico il funzionamento dell’individuo. Questa e’ la fonte di sofferenza maggiore. Con la psicoterapia si cerca di riorganizzare l’evento traumatico come fossero tasselli di puzzle che vanno a ricomporre un unicum. Inoltre anche la terapia dell’Emdr  puo’ fornire un aiuto importante perché a fronte del ricordo del trauma e dell’esperienze ad esso connesse non si provi più quel gradiente di sofferenza che blocca l’ individuo ad andare avanti e a ricostruire una vita migliore.

I DISTURBI DI PERSONALITA’ BORDERLINE (BPD) E IL TRATTAMENTO CON L’EMDR

I soggetti a cui è diagnosticato il disturbo di personalità borderline (BPD) di solito soffrono di sensibili menomazioni nelle loro abilità funzionali. Impulsività, instabilità affettiva, difficoltà interpersonali e problemi di identità sono i caratteri più tipici di questo disturbo, che frequentemente porta a comportamenti suicidi o para-suicidari. Se il BPD è stato tradizionalmente considerato come cronico e durevole, la ricerca recente ha dimostrato che la sua remissione è possibile nel tempo e che la psicoterapia può accelerare questo processo. L’eziologia del BPD è stata associata ad abusi infantili e ad affettività inadeguata. Dato il significato di abuso e trauma infantile, l’EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing, come terapia del trauma riconosciuta, può essere una opzione ragionevole di trattamento per la BPD. 

Le teorie correnti indicano che l’eziologia del BPD può essere collegata a fattori genetici o neurobiologici, ambiente familiare (incluso attaccamento, patologie genitoriali e abusi infantili), e fattori sociali. L’incidenza di abusi sessuali all’interno di questa popolazione è alta . Canarini e colleghi (1989) hanno osservato che il 72% degli individui con BPD riferivano di abusi verbali, il 48% di abusi fisici e il 26% abusi sessuali. Allen (2003) ha ipotizzato che coloro che avevano sperimentato traumi fossero meno suscettibili ad avere una remissione degli altri e ha raccomandato ulteriori indagini in tal senso. Un abuso infantile precoce (ad es. età media 4 anni) è stato in particolare associato a diagnosi di BPD e a disturbi da stress post-traumatico (PTSD), il che ha indotto alcuni a ritenere che una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress complesso fosse più adatta in questi casi . Poiché il trauma è un aspetto saliente del BPD, ci si aspetterebbe un trattamento volto ad affrontare esperienze traumatiche, se si vuole avere un effetto benefico. Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione , che è il quadro teorico dietro l’EMDR, chiarisce l’impatto di esperienze traumatiche sulla funzionalità del paziente e fornisce una base razionale per l’utilizzo dell’EMDR nel trattamento del BPD ( Shapiro 2001).

Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione considera gli eventi traumatici tipicamente associati al disturbo post-traumatico da stress, come “grandi eventi T”. Gli abusi fisici e sessuali infantili, spesso sperimentati da individui con diagnosi di disturbo di personalità’ borderline, si inseriscono chiaramente in questi “grandi eventi T”.

Le risposte ambientali invalidanti associate allo sviluppo del BPD  che vanno oltre l’abuso fisico ed includono esperienze pervasive di umiliazione, rifiuto, scarsa considerazione, sarebbero considerate “ traumi con la “t” minuscola. Inoltre si è ipotizzato che l’incapacità del genitore di regolare l’emozione negativa di un figlio attraverso la possibilità di rispecchiare se stesso, può condurre ad una escalation emozionale che si può considerare traumatica . La successiva mancanza di affettività nella prima infanzia può limitare l’abilità del soggetto nello sviluppare abilità auto-calmanti e auto-regolanti, abilità che mancano spesso in soggetti con diagnosi di disturbo di personalità borderline.

Nel corso di studi controllati l’EMDR risulta aver affrontato con successo il disturbo post-traumatico da stress e altri traumi. Perciò, data la prevalenza di traumi all’interno della popolazione sofferente di disturbi di personalità borderline, l’EMDR sembrerebbe un metodo adeguato per curare i fattori esperienziali che contribuiscono a questo disturbo (es: traumi precoci).

Eventi passati rielaborati non producono più le emozioni disfunzionali che avevano creato le valutazioni negative di sé e le percezioni e reazioni interpersonali negative.

L’obiettivo clinico, in conclusione,  non è solo di ridurre i sintomi manifesti, ma di facilitare lo sviluppo di una sana vita adulta, in grado di trovare sollievo, provare l’intera gamma di emozioni e mantenere un senso adattivo di sé e una coscienza esterna. Oltre alle ovvie implicazioni sociali, queste abilità sono necessarie anche per gettare le fondamenta di modelli genitoriali potenzialmente necessari per contribuire ad arrestare la trasmissione di sofferenza da una generazione all’altra. (Shapiro)

Come rinascere per vivere meglio

  1. Ciò che diciamo principio

spesso è la fine, e finire

è cominciare.

(Thomas Stearns Eliot)

La depressione arriva e s’insinua nella vita di chi ne soffre in modo lento e graduale e, a poco a poco, divora la voglia di vivere. L’apatia, la stanchezza, la fatica di prendersi cura di sé, la perdita di piacere e di interesse per la vita, l’isolamento e il bisogno di stare soli sono solo alcuni dei sintomi di questo stato emotivo.

Pochi disagi ricordano da così vicino la morte e ci mettono in contatto con il vuoto e la mancanza di senso. Si precipita nel passato,vi si implode dentro e non resta spazio né per il presente né per il futuro.

Ma la depressione, come qualsiasi sintomo o stato di crisi, contiene in sè il seme dell’opportunità e della rinascita.

La depressione diventa una modalità che protegge dall’entrare in contatto col male che fa questa antica ferita. Paradossalmente, preferiamo ammalarci che ammettere di non essere stati amati in modo soddisfacente e che molte scelte attuali della nostra vita sono legate a doppio filo a questo passato.

Paradossalmente, proprio contattando la sensazione di annientamento, si può tornare a trovare il gancio con la realtà, accorgendosi di essere vivo e di poter compiere scelte attive verso la propria trasformazione ed evoluzione. Manifestando il dolore e la rabbia per il torto subito, smettendo di negare ciò che è stato, torniamo ad essere noi gli unici responsabili della nostra vita. Individuiamo i nostri veri bisogni e li separiamo dai condizionamenti esterni, dicendo NO alle aspettative altrui e SI a noi stessi. Rinunciamo agli ideali di perfezione (solo se sono perfetto, sarò amato) e  impariamo a accettarci e amarci per ciò che siamo.

La depressione, come ogni sintomo, è un’alleata preziosa che ci indica la via smarrita per permetterci di ritrovare il nostro vero Sè, la nostra verità e forza interiore.

E’ un cammino estremamente doloroso, faticoso e impegnativo, ma alla fine di esso, smettendo di cercare approvazione nell’altro e rinunciando all’illusione che un giorno qualcosa o qualcuno ci risarcirà, impariamo a darci valore, ritroviamo il diritto di esistere, scopriamo di essere in grado di salvarci da soli.

Rinascita. Ma per risorgere, per rinascere ad un nuovo me stesso, ad una nuova combinazione unica ed irripetibile del nostro assetto interiore psichico e spirituale abbiamo bisogno che prima sia tramontato. Bisogna tramontare, morire, cadere, per vedere l’alba del nuovo giorno. Nietzsche lo sapeva bene quando poeticamente scriveva “Amo coloro che tramontano”.

MA COME SI FA A STARE MEGLIO?

Attraverso la resilienza! Che cosa e’ la resilienza? Per resilienza si intende quando cadendo, ti pieghi ma non ti spezzi!Essa aiuta ad identificare le cause di un problema (affinché non si ripresenti più in futuro) e a controllare le emozioni e gli impulsi quando ci si trova in una situazione critica. Chi è resiliente, inoltre, ha anche un ottimismo realista, guarda positivamente al futuro, ha un’idea positiva della vita, ha la capacità di trovare sempre nuove sfide e nuove opportunità per raggiungere una maggiore soddisfazione.

D’altra parte, essere resilienti è sinonimo di buona salute (non solo fisica, ovviamente): le persone di questo tipo hanno una migliore immagine di se stesse, si criticano meno, hanno più successo nello studio e nel lavoro, incontrano più soddisfazione nelle relazioni e sono meno predisposte a soffrire di depressione, nonché maggiormente facilitate nell’uscirne. Il nostro corredo emozionale è ampio, si muove dalla gioia all’angoscia, e questo ha un significato. La cultura del sorriso, del pensiero positivo a tutti i costi, della felicità che ha imperversato negli ultimi decenni, ha tolto profondità alla vita psichica e spessore ai nostri stati d’animo. Inducendo a farci perdere contatto con parti di noi, sfuggendole o banalizzandole. Facendoci credere che la sofferenza vada solo curata, anestetizzata e annullata. Indagini recenti mostrano invece che le esperienze traumatiche smuovono, nella maggioranza dei casi, una rinascita psicologica positiva. Dopo un trauma, per quanto devastante, possiamo migliorare la nostra vita, e vivere esperienze di miglioramento che certe volte si rivelano intense come relazioni più profonde, senso di forza interiore, individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza.

Si parla a tal proposito di rinascita post-traumatica. Secondo gli psicologi statunitensi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, dell’università del North Carolina, il trauma smuove un progresso personale quando riesce a sfidare le convinzioni, le credenze consolidate nel tempo. Abbiamo bisogno di scuotere e smantellare la nostra visione del mondo, la nostra stessa identità, per ricostruirci in modo nuovo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le idee e ripartiamo da zero, meglio possiamo riorganizzarci per inseguire altre opportunità, aprire nuove vie.

Dopo perdite importanti, eventi avversi, accadimenti “sismici” – dal punto di vista psicologico -possiamo elaborare ciò che è successo, e arrivare, proprio attraverso lo sconforto, a vederci come non lo abbiamo mai fatto, a formulare domande alle quali non siamo mai arrivati. Lo smarrimento ci costringe a riesaminare il modo di pensare, di dare peso alle cose, può farci evadere dalla banalità degli stessi pensieri. La sofferenza permette di costruire nuovi obiettivi, schemi, significati. Di essere creativi. Soprattutto può offrire l’occasione di ricostruire noi stessi in modo più autentico, più fedele al nostro Io e al suo percorso di vita. Che è unico.

Ma alcuni psicologi, hanno scoperto che un evento destabilizzante può portare con sé anche benefici significativi. Secondo uno studio cominciato negli anni ’90 da Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, ricercatori della University of North Carolina, la rinascita post-traumatica coinvolgeva il 70% dei pazienti che, sopravvissuti ad un trauma, stavano affrontando una trasformazione psicologica positiva: possono crescere empatia ed altruismo, portando il soggetto ad agire di più nell’interesse del prossimo; si può sviluppare un senso di forza interiore legato, di conseguenza, a relazioni più gratificanti e anche, in alcuni casi, allo sviluppo di una maggiore consapevolezza spirituale.

Il termine “crescita post-traumatica” è stato coniato negli anni ’90 dagli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun per descrivere i casi di persone che avevano vissuto una profonda trasformazione mentre affrontavano diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. Circa il 70% dei sopravvissuti ad un trauma ha riportato una crescita psicologica positiva, come ha rivelato la ricerca.

La crescita dopo un trauma sia fisico che psichico può assumere forme diverse, inclusi una maggiore riconoscenza verso la vita, l’individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, di nuovi sentieri, relazioni interpersonali più gratificanti, una vita spirituale più ricca e una connessione con qualcosa di più grande, un senso di forza interiore.

DOPO UNA FORTE SOFFERENZA SI PUO’ DAVVERO RINASCERE?

Com’è possibile che dopo la sofferenza possiamo non solo ritornare al nostro stato precedente, ma anche migliorare profondamente le nostre vite? E perché alcune persone restano schiacciate da un trauma, mentre altre rifioriscono? Tedeschi e Calhoun spiegano che la crescita post-traumatica, in qualunque forma si presenti, può essere “un’esperienza di miglioramento che per alcune persone si rivela molto profonda”.

I due ricercatori dell’Università del North Carolina hanno creato il modello più diffuso finora per descrivere il processo di crescita post-traumatica. Secondo tale modello, le persone sviluppano naturalmente e si affidano ad una serie di credenze e supposizioni che si sono formate sul mondo. Per far sì che dopo il trauma ci sia una crescita, l’evento traumatico deve necessariamente sfidare tali convinzioni. Secondo Tedeschi e Calhoun il modo in cui il trauma distrugge la nostra visione del mondo, le nostre opinioni e la nostra identità, equivale ad un terremoto, le fondamenta dei nostri pensieri e delle nostre convizioni vanno in mille pezzi a causa della forza dell’impatto traumatico subito. Siamo scossi, quasi letteralmente, dalla nostra percezione ordinaria delle cose e ci tocca ricostruire noi stessi e il nostro mondo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le nostre precedenti identità e convinzioni e ripartiamo da zero.

Un evento psicologicamente “sismico” può far vacillare, minare o ridurre in macerie molte delle strutture schematiche che hanno guidato la nostra comprensione delle cose, le nostre decisioni e il senso che diamo al mondo.

La ricostruzione fisica di una città che avviene dopo un terremoto può essere paragonata all’elaborazione cognitiva ed alla riorganizzazione che un soggetto vive subito dopo un trauma. Una volta che le strutture di base dell’io sono state sconvolte, siamo pronti per inseguire nuove (e forse più produttive) opportunità.

Il processo di ricostruzione funziona un po’ così: dopo un evento traumatico, come una malattia grave,la perdita di una persona cara o un abbandono, i soggetti elaborano l’accaduto intensamente, pensano continuamente a quello che è successo e generalmente hanno reazioni emotive molto forti.

È importante notare che la tristezza, il dolore, la rabbia, l’ansia sono reazioni molto comuni al trauma e la rinascita si presenta insieme a tali emozioni contrastanti, non al loro posto. Il processo di rinascita può essere considerato come un modo per adattarsi a circostanze particolarmente avverse e per comprendere sia il trauma che i suoi effetti psicologicamente negativi.

La ricostruzione può essere un procedimento incredibilmente impegnativo. Il lavoro di crescita richiede un distacco, un allontanamento dagli obiettivi più radicati, dalla propria identità, dalle proprie supposizioni mentre si costruiscono nuovi obiettivi, nuovi schemi e significati. Può essere un percorso arduo, atroce ed estenuante. Ma può aprire la porta ad una nuova vita. Una persona sopravvissuta ad un trauma inizia a riconoscere i propri progressi e rivede la propria definizione di sé per adattarsi alla forza e alla saggezza che ha scoperto di possedere. È una persona che può ricostruire se stessa in un modo più autentico, più fedele al suo io profondo e al suo percorso di vita unico e scegliere relazioni piu’ appaganti.

Rinascita  creativa.

Una perdità può tradursi in una rinascita creativa. Ovviamente è importante notare che il trauma non è necessario né sufficiente alla creatività. Le esperienze traumatiche sono sempre tragiche e psicologicamente devastanti, a prescindere dal tipo di rinascita creativa che ne consegue. Queste esperienze possono condurre ad una perdita a lungo termine, ma portare anche ad una conquista. Infatti spesso la perdita e il guadagno, la sofferenza e la rinascita, coesistono.

Dato che le avversità ci costringono a riesaminare le nostre convinzioni e priorità, possono aiutarci ad evadere dal nostro abituale modus pensandi incoraggiando la creatività, come spiega Marie Forgeard una psicologa del McLean Hospital e della facoltà di Medicina di Harvard, che ha condotto una lunga ricerca sulla rinascita post-traumatica e sulla creatività.

Siamo obbligati a riconsiderare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, siamo costretti a pensare a cose nuove e a persone nuove. Gli eventi negativi possono essere così forti da obbligarci a formulare domande a cui altrimenti non saremmo mai arrivati.

La creatività può diventare anche una sorta di strategia per gestire l’esperienza difficile. Alcune persone potrebbero scoprire che l’esperienza traumatica le costringe a mettere in discussione le loro idee sul mondo e quindi a pensare in modo più creativo. Altri potrebbero scoprire di avere una nuova (o rinnovata) motivazione ad impegnarsi in attività creative. Altri ancora, che hanno già un forte interesse di base per il lavoro creativo, potrebbero trovare nella creatività il modo migliore per ricostruire la propria vita.

 Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.

(Henri Cartier-Bresson)