Come rinascere per vivere meglio

  1. Ciò che diciamo principio

spesso è la fine, e finire

è cominciare.

(Thomas Stearns Eliot)

La depressione arriva e s’insinua nella vita di chi ne soffre in modo lento e graduale e, a poco a poco, divora la voglia di vivere. L’apatia, la stanchezza, la fatica di prendersi cura di sé, la perdita di piacere e di interesse per la vita, l’isolamento e il bisogno di stare soli sono solo alcuni dei sintomi di questo stato emotivo.

Pochi disagi ricordano da così vicino la morte e ci mettono in contatto con il vuoto e la mancanza di senso. Si precipita nel passato,vi si implode dentro e non resta spazio né per il presente né per il futuro.

Ma la depressione, come qualsiasi sintomo o stato di crisi, contiene in sè il seme dell’opportunità e della rinascita.

La depressione diventa una modalità che protegge dall’entrare in contatto col male che fa questa antica ferita. Paradossalmente, preferiamo ammalarci che ammettere di non essere stati amati in modo soddisfacente e che molte scelte attuali della nostra vita sono legate a doppio filo a questo passato.

Paradossalmente, proprio contattando la sensazione di annientamento, si può tornare a trovare il gancio con la realtà, accorgendosi di essere vivo e di poter compiere scelte attive verso la propria trasformazione ed evoluzione. Manifestando il dolore e la rabbia per il torto subito, smettendo di negare ciò che è stato, torniamo ad essere noi gli unici responsabili della nostra vita. Individuiamo i nostri veri bisogni e li separiamo dai condizionamenti esterni, dicendo NO alle aspettative altrui e SI a noi stessi. Rinunciamo agli ideali di perfezione (solo se sono perfetto, sarò amato) e  impariamo a accettarci e amarci per ciò che siamo.

La depressione, come ogni sintomo, è un’alleata preziosa che ci indica la via smarrita per permetterci di ritrovare il nostro vero Sè, la nostra verità e forza interiore.

E’ un cammino estremamente doloroso, faticoso e impegnativo, ma alla fine di esso, smettendo di cercare approvazione nell’altro e rinunciando all’illusione che un giorno qualcosa o qualcuno ci risarcirà, impariamo a darci valore, ritroviamo il diritto di esistere, scopriamo di essere in grado di salvarci da soli.

Rinascita. Ma per risorgere, per rinascere ad un nuovo me stesso, ad una nuova combinazione unica ed irripetibile del nostro assetto interiore psichico e spirituale abbiamo bisogno che prima sia tramontato. Bisogna tramontare, morire, cadere, per vedere l’alba del nuovo giorno. Nietzsche lo sapeva bene quando poeticamente scriveva “Amo coloro che tramontano”.

MA COME SI FA A STARE MEGLIO?

Attraverso la resilienza! Che cosa e’ la resilienza? Per resilienza si intende quando cadendo, ti pieghi ma non ti spezzi!Essa aiuta ad identificare le cause di un problema (affinché non si ripresenti più in futuro) e a controllare le emozioni e gli impulsi quando ci si trova in una situazione critica. Chi è resiliente, inoltre, ha anche un ottimismo realista, guarda positivamente al futuro, ha un’idea positiva della vita, ha la capacità di trovare sempre nuove sfide e nuove opportunità per raggiungere una maggiore soddisfazione.

D’altra parte, essere resilienti è sinonimo di buona salute (non solo fisica, ovviamente): le persone di questo tipo hanno una migliore immagine di se stesse, si criticano meno, hanno più successo nello studio e nel lavoro, incontrano più soddisfazione nelle relazioni e sono meno predisposte a soffrire di depressione, nonché maggiormente facilitate nell’uscirne. Il nostro corredo emozionale è ampio, si muove dalla gioia all’angoscia, e questo ha un significato. La cultura del sorriso, del pensiero positivo a tutti i costi, della felicità che ha imperversato negli ultimi decenni, ha tolto profondità alla vita psichica e spessore ai nostri stati d’animo. Inducendo a farci perdere contatto con parti di noi, sfuggendole o banalizzandole. Facendoci credere che la sofferenza vada solo curata, anestetizzata e annullata. Indagini recenti mostrano invece che le esperienze traumatiche smuovono, nella maggioranza dei casi, una rinascita psicologica positiva. Dopo un trauma, per quanto devastante, possiamo migliorare la nostra vita, e vivere esperienze di miglioramento che certe volte si rivelano intense come relazioni più profonde, senso di forza interiore, individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza.

Si parla a tal proposito di rinascita post-traumatica. Secondo gli psicologi statunitensi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, dell’università del North Carolina, il trauma smuove un progresso personale quando riesce a sfidare le convinzioni, le credenze consolidate nel tempo. Abbiamo bisogno di scuotere e smantellare la nostra visione del mondo, la nostra stessa identità, per ricostruirci in modo nuovo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le idee e ripartiamo da zero, meglio possiamo riorganizzarci per inseguire altre opportunità, aprire nuove vie.

Dopo perdite importanti, eventi avversi, accadimenti “sismici” – dal punto di vista psicologico -possiamo elaborare ciò che è successo, e arrivare, proprio attraverso lo sconforto, a vederci come non lo abbiamo mai fatto, a formulare domande alle quali non siamo mai arrivati. Lo smarrimento ci costringe a riesaminare il modo di pensare, di dare peso alle cose, può farci evadere dalla banalità degli stessi pensieri. La sofferenza permette di costruire nuovi obiettivi, schemi, significati. Di essere creativi. Soprattutto può offrire l’occasione di ricostruire noi stessi in modo più autentico, più fedele al nostro Io e al suo percorso di vita. Che è unico.

Ma alcuni psicologi, hanno scoperto che un evento destabilizzante può portare con sé anche benefici significativi. Secondo uno studio cominciato negli anni ’90 da Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, ricercatori della University of North Carolina, la rinascita post-traumatica coinvolgeva il 70% dei pazienti che, sopravvissuti ad un trauma, stavano affrontando una trasformazione psicologica positiva: possono crescere empatia ed altruismo, portando il soggetto ad agire di più nell’interesse del prossimo; si può sviluppare un senso di forza interiore legato, di conseguenza, a relazioni più gratificanti e anche, in alcuni casi, allo sviluppo di una maggiore consapevolezza spirituale.

Il termine “crescita post-traumatica” è stato coniato negli anni ’90 dagli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun per descrivere i casi di persone che avevano vissuto una profonda trasformazione mentre affrontavano diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. Circa il 70% dei sopravvissuti ad un trauma ha riportato una crescita psicologica positiva, come ha rivelato la ricerca.

La crescita dopo un trauma sia fisico che psichico può assumere forme diverse, inclusi una maggiore riconoscenza verso la vita, l’individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, di nuovi sentieri, relazioni interpersonali più gratificanti, una vita spirituale più ricca e una connessione con qualcosa di più grande, un senso di forza interiore.

DOPO UNA FORTE SOFFERENZA SI PUO’ DAVVERO RINASCERE?

Com’è possibile che dopo la sofferenza possiamo non solo ritornare al nostro stato precedente, ma anche migliorare profondamente le nostre vite? E perché alcune persone restano schiacciate da un trauma, mentre altre rifioriscono? Tedeschi e Calhoun spiegano che la crescita post-traumatica, in qualunque forma si presenti, può essere “un’esperienza di miglioramento che per alcune persone si rivela molto profonda”.

I due ricercatori dell’Università del North Carolina hanno creato il modello più diffuso finora per descrivere il processo di crescita post-traumatica. Secondo tale modello, le persone sviluppano naturalmente e si affidano ad una serie di credenze e supposizioni che si sono formate sul mondo. Per far sì che dopo il trauma ci sia una crescita, l’evento traumatico deve necessariamente sfidare tali convinzioni. Secondo Tedeschi e Calhoun il modo in cui il trauma distrugge la nostra visione del mondo, le nostre opinioni e la nostra identità, equivale ad un terremoto, le fondamenta dei nostri pensieri e delle nostre convizioni vanno in mille pezzi a causa della forza dell’impatto traumatico subito. Siamo scossi, quasi letteralmente, dalla nostra percezione ordinaria delle cose e ci tocca ricostruire noi stessi e il nostro mondo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le nostre precedenti identità e convinzioni e ripartiamo da zero.

Un evento psicologicamente “sismico” può far vacillare, minare o ridurre in macerie molte delle strutture schematiche che hanno guidato la nostra comprensione delle cose, le nostre decisioni e il senso che diamo al mondo.

La ricostruzione fisica di una città che avviene dopo un terremoto può essere paragonata all’elaborazione cognitiva ed alla riorganizzazione che un soggetto vive subito dopo un trauma. Una volta che le strutture di base dell’io sono state sconvolte, siamo pronti per inseguire nuove (e forse più produttive) opportunità.

Il processo di ricostruzione funziona un po’ così: dopo un evento traumatico, come una malattia grave,la perdita di una persona cara o un abbandono, i soggetti elaborano l’accaduto intensamente, pensano continuamente a quello che è successo e generalmente hanno reazioni emotive molto forti.

È importante notare che la tristezza, il dolore, la rabbia, l’ansia sono reazioni molto comuni al trauma e la rinascita si presenta insieme a tali emozioni contrastanti, non al loro posto. Il processo di rinascita può essere considerato come un modo per adattarsi a circostanze particolarmente avverse e per comprendere sia il trauma che i suoi effetti psicologicamente negativi.

La ricostruzione può essere un procedimento incredibilmente impegnativo. Il lavoro di crescita richiede un distacco, un allontanamento dagli obiettivi più radicati, dalla propria identità, dalle proprie supposizioni mentre si costruiscono nuovi obiettivi, nuovi schemi e significati. Può essere un percorso arduo, atroce ed estenuante. Ma può aprire la porta ad una nuova vita. Una persona sopravvissuta ad un trauma inizia a riconoscere i propri progressi e rivede la propria definizione di sé per adattarsi alla forza e alla saggezza che ha scoperto di possedere. È una persona che può ricostruire se stessa in un modo più autentico, più fedele al suo io profondo e al suo percorso di vita unico e scegliere relazioni piu’ appaganti.

Rinascita  creativa.

Una perdità può tradursi in una rinascita creativa. Ovviamente è importante notare che il trauma non è necessario né sufficiente alla creatività. Le esperienze traumatiche sono sempre tragiche e psicologicamente devastanti, a prescindere dal tipo di rinascita creativa che ne consegue. Queste esperienze possono condurre ad una perdita a lungo termine, ma portare anche ad una conquista. Infatti spesso la perdita e il guadagno, la sofferenza e la rinascita, coesistono.

Dato che le avversità ci costringono a riesaminare le nostre convinzioni e priorità, possono aiutarci ad evadere dal nostro abituale modus pensandi incoraggiando la creatività, come spiega Marie Forgeard una psicologa del McLean Hospital e della facoltà di Medicina di Harvard, che ha condotto una lunga ricerca sulla rinascita post-traumatica e sulla creatività.

Siamo obbligati a riconsiderare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, siamo costretti a pensare a cose nuove e a persone nuove. Gli eventi negativi possono essere così forti da obbligarci a formulare domande a cui altrimenti non saremmo mai arrivati.

La creatività può diventare anche una sorta di strategia per gestire l’esperienza difficile. Alcune persone potrebbero scoprire che l’esperienza traumatica le costringe a mettere in discussione le loro idee sul mondo e quindi a pensare in modo più creativo. Altri potrebbero scoprire di avere una nuova (o rinnovata) motivazione ad impegnarsi in attività creative. Altri ancora, che hanno già un forte interesse di base per il lavoro creativo, potrebbero trovare nella creatività il modo migliore per ricostruire la propria vita.

 Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.

(Henri Cartier-Bresson)

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