Mese: aprile 2018

L’angoscia d’abbandono: cause, conseguenze e soluzioni

 La base neurofisiologica dell’ansia è qualitativamente differente dall’angoscia ma vengono spesso usate come sinonimi

Il punto centrale, infatti, è l’abbandono, o meglio, la separazione vissuta dalla persona come abbandono: ecco che scattano una serie di meccanismi e di comportamenti che tentano di arginare, contenere e allontanare la possibilità che l’altro se ne vada e che ci lasci soli con la nostra vita.

La paura di essere abbandonati appartiene a ciascuno di noi: da bambini temiamo di essere abbandonati dai nostri genitori, da adulti abbiamo il timore di perdere le persone che amiamo e di rimanere per sempre senza legami affettivi. Il risultato è che molto spesso si creano delle relazioni emotivamente dipendenti e poco sane basate sulla paura di perdere l’altro anziché sulla gioia di dare incondizionatamente.

Ecco allora che si sviluppa attaccamento e desiderio di possesso: esattamente il contrario della libertà, principio fondamentale dell’amore e dell’amicizia.

La trappola dell’abbandono scatta principalmente nelle relazioni più intime e può essere scatenata o da perdite o separazioni reali come  un trasloco, il divorzio, l’abbandono o la morte o da qualsiasi altra causa che preveda un’interruzione del contatto con l’altro.

Altre volte la paura dell’abbandono si manifesta nell’impossibilità di troncare relazioni dannose siano esse di amicizia, di amore o di lavoro. Pur riconoscendo che quelle relazioni non siano fatte per noi e non ci facciano stare bene, non riusciamo a troncarle per paura di rimanere soli. Così facendo non solo prolunghiamo questa sofferenza, ma escludiamo ogni possibilità di aprirci a nuove relazioni più salutari e adatte a noi (e all’altro). In altri casi, siamo così scottati e in preda alla paura da chiuderci totalmente e non volere più nessuno accanto per paura di essere abbandonati un’altra volta. La paura di soffrire è così forte che preferiamo anticipare ogni mossa e troncare quella relazione prima che le cose accadano realmente nell’illusione di poter controllare le nostre emozioni, provocando in realtà tristezza e frustrazione. La felicità è un diritto di nascita e avere delle relazioni soddisfacenti nella nostra vita è possibile.L’ansia dell’abbandono è così definita perché, appunto, si esprime con stati di forte ansia. Ma è possibile che la percezione della perdita si manifesti anche in altro modo, per esempio con la tristezza, il senso di vuoto, la rabbia o l’ira.

«Chi soffre della paura dell’abbandono molto spesso finisce per mettere in atto comportamenti che la aggravano, per esempio evitare di legarsi agli altri»

Quali sono le origini dell’angoscia d’abbandono?

Esistono degli eventi nella vita che portano, per vari motivi, a costituire un attaccamento insicuro che, “a quanto pare”, si trova alla base del disturbo di ansia da separazione diagnosticato come disturbo dell’età pediatrica dal DSM IV TR, ma anche alla base di relazioni patologiche segnate dall’ansia da abbandono che si manifestano nell’età adulta.

L’angoscia di abbandono richiama un senso di vuoto, di smarrimento di fronte alla vita stessa, che improvvisamente appare defraudata di significato. Essa nasce dalla percezione di “non essere nella testa di nessuno”, nel cuore di nessuno: in assenza dell’altro che ci faccia da specchio, la paura più profonda è quella di non esistere più. Per comprendere questa sensazione basti pensare al bambino che si nasconde per gioco, ma che non venga trovato da nessuno.

L’angoscia di abbandono affonda le radici nella prima infanzia, e nelle modalità con le quali si sono affrontate le piccole e grandi separazione nella vita. Queste separazioni in fondo sono rivoluzioni necessarie nello sviluppo dell’individuo: da ogni certezza lasciata alle spalle nasce una nuova sfida che porterà ad un nuovo traguardo. Per riuscire a vederla in questo modo, è necessario affrontare un percorso personale psicoterapeutico che vada a colmare quel vuoto originario che ci si porta dietro ovunque si vada, e dal quale si cerca salvezza in ogni nuova relazione che si intraprende. Solo appianando quel vuoto personale sarà finalmente possibile star bene (anche) in due.

 

L’ansia da abbandono begli adulti

L’ansia da abbandono, o angoscia abbandonica, la possiamo trovare nelle forme di relazioni dipendenti che ci circondano, la troviamo nel disturbo di personalità dipendente , la vediamo nell’annullamento di sé che si instaura nei rapporti d’amore e nella fuga che si scatena nel partner.

L’angoscia, più dell’ansia, è profonda e penetrante

Le relazioni patologiche e l’ansia d’abbandono

Esistono delle relazioni fortissime scambiate per amore profondo ma che in realtà sono soggette alle leggi dell’ansia da abbandono di uno de partner. C’è uno dei due che si pone come “l’incapace” e che, automaticamente, investe l’altro di un grande potere: ogni cosa è fatta per evitare che l’altro vada via, per evitare quell’allontanamento vissuto come perdita e abbandono perché riattiva echi lontani di un bambino che ha vissuto una relazione affettiva genitoriale poco stabile, povera di nutrimento amorevole e affettivo.

Chi soffre di ansia di abbandono parla d’amore ma non lo sa provare, chiede amore, ma non sa come darlo, si dice innamorato, ma non sa cosa significhi, si perde nell’altro mantenendo il controllo della relazione. l

Entrambi i partner sono persone incapaci di essere autonomi: l’uno vive per l’altro, ognuno cerca di colmare il proprio vuoto interiore attraverso il compagno, tentando di avere, inutilmente, nutrimento da una relazione che è sterile di per sé perché incapace di aprirsi e vivere in maniera onesta. Ma che succede quando il partner se ne va a chi soffre di ansia da abbandono? Spesso si ha la sensazione di morire, di disgregarsi, di andare letteralmente in pezzi o invece la ricerca spasmodica di un nuovo partner che possa aiutarlo a placare e a sedare la sua ansia attraverso la sua finta presenza.

Come superare l’angoscia d’abbandono

L’obiettivo e’ riuscire a percepirsi come persone in grado di nutrirsi da sole, imparare a percepire il proprio vuoto interiore.

 Recuperare se stessi, riconoscere i propri bisogni, imparare a guardare se stessi e l’altro per quello che si è il primo passo. Il secondo è farsi aiutare. Un percorso con uno psicoterapeuta è forse la strada migliore per poter vedere e attraversare tutto il dolore passato che alimenta e vive nel disturbo presente.

Di seguito elenco vari modi per superare l’angoscia d’abbandono

1. Come per molti altri comportamenti disfunzionali, la parola chiave è consapevolezza. (Sconfiggere i propri fantasmi interni). Ammettere a noi stessi di avere paura di qualcosa e riconoscere quella paura– in questo caso essere abbandonati e rimanere soli – è il primo passo verso la trasformazione.

2. Lavorare sulla propria identità
Quando siamo innamorati, sopravvalutiamo l’altro, che ci sembra perfetto così com’è. In realtà, stiamo trasferendo all’altro tutte le qualità che vorremmo avere noi. Quando poi la relazione finisce, ci sentiamo persi, come se non valessimo niente senza l’altro a fianco. Piuttosto che cercare nell’altro le qualità che non abbiamo e che vorremo avere, cerchiamo di costruircele dentro di noi.

3. Guardare il lato positivo
Il distacco porta con sé anche degli aspetti positivi. Tutto accade per una ragione; se una relazione – di qualsiasi tipo – arriva al capolinea è perché non è più adatta a noi. Quando lasciamo passare un po’ di tempo e ci guardiamo indietro, ci accorgiamo di come il distacco sia stato un’importante fonte di riflessione, una ricchezza che ci ha fatto crescere, ci ha fatto vedere il mondo da un altro punto di vista e ci ha offerto più opportunità.

4. Smettere di generalizzare
Generalizzare ci porta a distorcere la realtà e a cancellare i dettagli che invece fanno la differenza. Così finiamo per non vedere le vie di mezzo, e pensiamo in termini di tutto o niente, bianco o nero.
Il fatto che un uomo o una donna ci abbia lasciato non significa che tutti gli uomini e tutte le donne siano uguali e si comportino allo stesso modo. Generalizzare ci allontana dalla fiducia, che invece è il pilastro su cui si dovrebbero fondare le nostre relazioni.

5. Godere delle relazioni che si hanno al momento
Il qui e ora è l’unico momento che esiste, l’unica certezza che hai. Pre-occuparsi delle cose prima che accadano è assolutamente inutile. Nulla è per sempre – siano essi momenti belli o brutti. Tutto è impermanente. Riuscire a godere delle relazioni che si hanno ora, esattamente nel luogo in cui ci si  trova con le persone che si hanno di fianco.

I partner delle persone con l’angoscia d’abbandono

Il modello di relazione sviluppatosi in infanzia, positivo o negativo che sia, tende a preservarsi attraverso particolari meccanismi: innanzitutto, influenzando i “gusti” personali. Generalmente, coloro che sono convinti dell’instabilità delle relazioni finiscono per stabilire legami proprio con persone instabili, emotivamente inaffidabili o incapaci di impegnarsi in un rapporto durevole. Al contrario, non sembrano altrettanto attratte da chi mostra stabilità e capacità d’impegno. Pur sapendo che questo secondo tipo di partner consentirebbe loro di rischiare meno l’abbandono, sembrano spinte verso individui della prima tipologia forse riconoscendoli, inconsapevolmente, più coincidenti alla loro idea di figura di riferimento.

La scelta di persone poco accessibili o inaffidabili finisce, in un circolo vizioso, per tenere viva la percezione d’instabilità delle relazioni e, quindi, la paura dell’abbandono.

Le conseguenze  della paura dell’abbandono e le strategie disfunzionali

Altri fattori, oltre alla scelta di partner poco affidabili, mantengono viva la paura dell’abbandono. In particolare tre strategie disfunzionali che, spesso, vengono adottate nelle relazioni. Si tratta dei comportamenti di evitamento, d’ipercompensazione e di resa.

Un esempio di comportamento d’evitamento è decidere di non legarsi sentimentalmente. Molte persone con ansia d’abbandono, in effetti, tendono a condurre una vita in solitudine.

Un esempio di comportamento d’ipercompensazione è controllare gli spostamenti del partner per accertarsi che non stia facendo niente di dannoso o scorretto. Chi utilizza l’ipercompensazione può mostrarsi estremamente possessivo, per esempio aggredendo chiunque possa minacciare la relazione. Lo scopo è impedire l’insorgere della paura dell’abbandono o l’abbandono vero e proprio

Un esempio di comportamento di resa è la “scenata” di gelosia.

A questo punto, in conclusione di questo articolo, vorrei sottolineare la necessita’ di un supporto psicologico che aiuti l’individuo “dipendente e con angoscia di abbandono” a trovare in se stesso risorse che vadano a nutrire quel vuoto arcaico che tanto lo fa soffrire: e che lo porta non solo ad immergersi in relazioni disfunzionali ma anche ad avere paura di guardare il proprio vuoto.

Il terapeuta dovrebbe essere capace, in alleanza con paziente, a riempire quel vuoto facendo si che il paziente stesso, scoprendo le proprie risorse o trovandone delle nuove possa vivere bene godendo di se stesso e di ciò’ che e’ capace di essere e di fare. Ognuno di noi ha talenti nascosti e sotterranei a cui poter attingere per stare meglio indipendentemente dagli altri, da solo qualora non vi siano intorno persone positive alla sua vita. Stare soli non e’ una condizione negativa, posto che si stia veramente soli in questa società’ che ci da tante possibilità nel sociale. Infine la consapevolezza e la comprensione dell’origine di questi timori, ansie e angosce consente al paziente di affrontare la solitudine in modo più’ sereno – modalità che certamente porterebbe alla scomparsa di tali sintomi e ad un buon rapporto con se stessi.

L’entusiasmo: l’anima dei desideri e l’altra parte della medaglia

Ci siamo entusiasmati tutti per qualcosa o qualcuno nella vita. Proviamo a  ricordare un momento in cui avete sperimentato questo sentimento molto intenso. L’entusiasmo era legato ad altre variabili mentali, tra le quali una ben precisa: la motivazione

Quando qualcosa o qualcuno ci piace davvero e non riusciamo a “godercelo”………In altre parole, l’entusiasmo agirebbe come un elemento chiave che ci predispone all’azione.Come un motore. Ma come mai l’entusiasmo è così potente?

Non rifiutare i tuoi sogni. Che mondo sarebbe senza entusiasmo?

Ramón de Campeador

Ma cosa e’ l’entusiasmo?

Se pensiamo all’entusiasmo, ci vengono in mente cose positive per definirlo. In genere, quindi, lo associamo a valori e ad esperienze positive. Ci aiuta a cercare un cambiamento e a migliorare come persone. Ma non finisce qui, l’entusiasmo ci fa crescere e aumenta la nostra qualità di vita, senza contare il fatto che è di grande motivazione per fare quello che ci fa stare bene, per raggiungere i nostri obiettivi, i nostri sogni.

Questo sentimento ci motiva a ricorrere ai mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo sottostante allo stesso. È una speranza iniziale, alimentata dall’idea o dal presentimento di aver trovato qualcosa di positivo, vale a dire che è l’entusiasmo a stimolarci e lo fa con le azioni che mettiamo in pratica per raggiungere il nostro obiettivo, così come attraverso la consapevolezza.

Il talento è necessario, ma senza entusiasmo non si può arrivare davvero lontano.

Fernando Trujillo Sanz

Per esempio: l’entusiasmo si manifesta quando vediamo l’offerta di lavoro che desideriamo, ovvero lo stimolo o quando capiamo di essere corrisposti da una persona che ci piace.Tuttavia, è presente anche mentre stiliamo il curriculum e ci prepariamo per il colloquio per ottenere quel posto oppure quando stiamo per incontrare la persona desiderata. Infine, quando veniamo selezionati per quel lavoro (la conseguenza),o siamo corrisposti affettivamente, in genere tale sensazione rimane.

In definitiva, l’entusiasmo in parte nasce dalla fantasia, dai sogni e dall’immaginare di avere almeno una possibilità di ottenere quello che vogliamo. Si materializza quando iniziamo a percorrere la strada per raggiungere l’obiettivo o firmiamo un contratto o stabiliamo la relazione tanto desiderata e ci impegniamo a non arrenderci al primo ostacolo, reale o immaginario che sia, previsto o imprevisto.

Le componenti dell’entusiasmo

Come abbiamo visto, l’entusiasmo è stimolo, risposta e conseguenza, ma si compone di molti altri elementi. Alcuni sono legati alle emozioni, soprattutto di carattere positivo. In questo senso, è associato all’allegria e alla felicità, ma anche alla voglia di vivere e talvolta di sopravvivere.

Infine, essendo l’entusiasmo una risposta, comprende elementi legati all’azione e al comportamento e a tutti quei comportamenti che portiamo a termine quando ci entusiasmiamo e siamo motivati a raggiungere un certo obiettivo.

L’entusiasmo e la sua parte oscura

Da quanto detto finora emerge un’idea fondamentale: l’importanza dell’entusiasmo come stimolo di crescita. Quando siamo entusiasti, siamo molto più bravi ad affrontare i diversi ostacoli che si presentano sul nostro cammino, senza paralizzarci e senza perdere l’energia. Diventiamo più potenti.

Riusciamo ad andare avanti nonostante l’incertezza circa il conseguimento dell’obiettivo prefissato. Come in altri ambiti della nostra vita, il controllo spetta a noi. Se ci prefissiamo degli obiettivi irraggiungibili, a lungo andare perdiamo tempo e ci sentiamo peggio.

L’entusiasmo sembra svanire come per magia se ci troviamo in una situazione depressiva (dovuta sia a fattori esterni che interni): ci sembra che non ci sia nulla per cui vivere, non vediamo più la realtà con gli occhi della vita pensi solo oscurità e buio. L’entusiasmo e’ il primo a scemare e la sua mancanza non solo paralizza l’individuo ma lo rende evidentemente malinconico e privo di energia.

L’entusiasmo e’ necessario che sia anche adeguato agli obiettivi che vogliamo raggiungere onde evitare livelli di frustrazione troppo elevati.

Approfondiamo meglio con un esempio: se ci piace la musica, ma non le abbiamo dedicato né tempo né tanto meno studi specifici, ma consideriamo l’idea di lasciare il nostro lavoro per appartenere al mondo della musica, di sicuro andremo incontro al fallimento. Di conseguenza, staremo male e di sicuro non ci imbarcheremo in altri progetti. Ed è propria questa l’altra faccia dell’entusiasmo, la frustrazione che invece di stimolarci a crescere, ci paralizza.

Considerando l’entusiasmo come il motore della nostra vita e l’anima dei desideri e’ auspicabile continuare ad entusiasmarci e a voler migliorare, ma con la consapevolezza che “non ne va della nostra vita ma e’ importante!”  Come e’ fondamentale trovare degli obiettivi che ci entusiasmino, ma devono essere realistici e non una fonte continua di frustrazione. Solo così potremmo avere quella  forza positiva che continuerà a crescere e autoalimentandosi ci potrà’ portare ad ottenere ciò’ che non avremmo mai pensato di raggiungere.

Scegliere o essere scelti: fa la differenza?

“Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciarle alle spalle e ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male”

Giorgio Faletti

  Nelle relazioni d’amore lo scegliere o l’essere scelti risale all’educazione o alle esperienze della prima infanzia. Il genitore che educa il proprio figlio al pensiero libero lo educherà anche a scegliere e non ad essere scelto, se non ad essere scelto da chi piace. Purtroppo non sempre accade che le cose vadano cosi e allora la bassa autostima induce l’individuo ad accompagnarsi o a unirsi da chi lo sceglie o per timore di scegliere o solo per il fatto di non saperlo fare o perché la bassa autostima non permette non solo di scegliere, ma di fare scelte rilevanti che abbiano un peso specifico e siano all’altezza del nostro valore. E allora cosa succede veramente? Si e’ scelti! E si può essere scelti anche dal primo/a che capita creandosi poi conflitti derivanti dai diversi stili educativi o dai diversi ideali e modi di concepire la vita.

Ci dicono da subito una frase, ci insegnano e ci consegnano una specie di formula magica con cui, pare, dovremo fare i conti per quasi tutta la vita. La frase è: “fai una scelta”. Che detta così sembra apparentemente una delle massime espressioni della libertà individuale, e invece non è proprio da intendersi in questo modo. Intanto, “fare una scelta”, laddove non si hanno molte  scelte da fare, o che non si sanno fare, già’ può apparire  una imposizione e non una opzione, poi, nell’atto stesso della decisione intervengono componenti spicciole di ansia, di incertezze, di ripensamenti, per non parlare delle contaminazioni culturali, ambientali, sociali che forse inquinano la chiarezza e la linearità  della scelta. In particolare modo mi riferisco alle scelte in campo affettivo: e’ interessante scoprire in quante numerose occasioni siamo chiamati a scegliere; dall’iniziare una relazione al continuarla o a decidere di voler bene soprattutto a se stessi per poi poter anche scegliere di rimanere soli.

 Ogni giorno ci viene data una  agenda immaginaria personale, tuttavia  molti appuntamenti non sono consapevolmente scelti da noi, molti aspetti negativi  della vita non li decidiamo, alcuni eventi pesanti non li costruiamo, ma li subiamo. Molti momenti non ce li meritiamo, molto dolore ci arriva senza averlo chiesto e quando arriva, e trova un varco aperto, chiama altro dolore. In una nudità umana fragile ed esposta si consumano vite, e allora ci possono anche  aggredire malattie che nella loro cattiveria, senza pietà. Partecipiamo annichiliti e impotenti a situazioni che non richiedono nessuna forma di operatività, ma  solo allo scempio del morboso assistere, perché “altro” non c’è da fare… E allora, il tema è: qui, dove si annida “la scelta”?

E allora si cercano certezze, soluzioni più per la consuetudine a pensare che per la capacità di trovarle.

Quindi, non scegliamo. O scegliamo poco. E rischiamo di essere scelti. Non si sa da chi, se dalla chimica, da un calcolo di probabilità, o dalla biologia, da un gesto di amore, di tenerezza o  solo di unione, da un progetto divino, da una imprevedibile quanto superba mescolanza di cellule o dal timore di rimanere soli.

Oppure, più semplicemente, potremmo aver bisogno di scegliere di essere stupidamente,  sorprendentemente, umanamente, appena  un po’ più felici. E non avere il timore di presentare a noi stessi, questa felicità.

L’essere scelti talvolta può essere pero’ anche una fortuna, poiché si può essere scelti da chi ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi e paradossalmente ci può insegnare ad amarci di più. Scegliere di abitare, di nutrire, di vivere questa felicita’. Perché, se davvero ci dovessimo dire la  sola verità possibile, nessuno vorrebbe soffrire, ammalarsi, sentirsi inutili, sentirsi offesi, violati. Siamo scelti e/o possiamo scegliere. Questa e’ la libertà’ che l’essere umano possiede che se ben gestita apre il varco alla serenità e ad una migliore qualità di vita.

GIORGIO FALETTI

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Desiderio, passione e noia

Il desiderio

Gli antichi Greci chiamavano desiderio . Lo volevano figlio della dea Afrodite  e fratello di Eros, lo slancio d’amore , e di Photos, il rimpianto nostalgico.

Fin dall’alba dell’Occidente, dunque, il desiderio si trova al crocevia tra l’amore, la bellezza, la passione, il senso di mancanza e di perdita. Di tutte queste regioni condivide qualche spazio, senza abitarne mai compiutamente uno solo. Proiettato verso il futuro nello slancio della passione, il desiderio conosce anche la malinconica contemplazione del passato, e si muove cosi tra un non più e un non ancora.

La realtà’ dell’incompiutezza, quindi, e’ scritta nel codice genetico del desiderio stesso. Come e’ incisa , nel suo stesso nome , una sorta di mappa del cielo.

Soddisfare il desiderio significa ( e’ ancora lo sguardo etimologico ad aiutarci) “ fare abbastanza “ (salis-facere) per placarlo: ma nello spazio dell’infinito e dell’indefinito non si potrà’ mai fare abbastanza.  Realizzare il desiderio ha a a che fare con l’atto di renderlo “cosa” (res) , espropriandolo di quel greto di incompiuta tensione che ne costituisce la bellezza.

Se desiderare e’ sentire una mancanza, e’ davvero cosi ovvio che questo significhi doverla riempire?

Gli esseri umani sono desiderio. Sempre. Il desiderio in se’ per se’, e’ la molla della vita. Ma si possono desiderare cose che ci fanno fiorire e si possono desiderare cose che ci fanno appassire. Il desiderio subito corre su ciò che ha una qualche convenienza per noi, ma le cose che hanno per noi convenienza sono molteplici e a volte non sono tra loro compatibili. Il desiderio e’ costretto a scegliere, prima o poi, un qualche ordine nella sequenza delle sue intenzioni.

E per far questo deve tener presente quale e’ il soggetto ultimo. Solo cosi può  “ordinare” i suoi oggetti interni.Come dire che ogni essere umano deve riflessivamente mettere in campo una qualche strategia di vita. E può accadere (anzi accade spesso) che una giusta strategia di vita gli vieti di scegliere una certa cosa e gli ingiunga di sceglierne un’altra. La bontà’ della scelta e’ a volte difficile e a volte facile. Ma spesso basta anche un po’ di buon senso per non sbagliare.

E ci sono poi i sensi più acuti di quelli che riguardano il mangiare e il bere e il fare l’amore? Sono infatti queste le due grandi fonti di piacere, degli esseri umani e sono quindi queste le due grandi “tentazioni” che fanno perdere talvolta il “ben dell’intelletto”. Qui il desiderio diventa facilmente “corto”  e potrebbe precipitare nella trasgressione: mentre il desiderio dovrebbe essere sempre “lungo” per seguire le indicazioni di una retta regola. Dovrebbe, cioè’, ascoltare quello che una buona riflessione gli può far vedere. Il desiderio, per quanto malato esso possa essere, nelle persone “normali” resta sempre libero nel suo fondo.

Dalla passione alla noia

Quando due persone si incontrano e si attraggono fortemente scatta la passione, la voglia di stare insieme sempre, di assaggiarsi, annusarsi, strusciarsi, stare in intimità, condividere tante cose, provare gelosia perche’ no, e desiderarsi tanto al punto tale da scordarsi talvolta si se stessi: questa e’ passione. Tutto gira intorno alla passione per l’altro /a e tutto diviene secondario….ma non dura a lungo  (fortunatamente?) come tutti vorremmo, altrimenti il nostro corpo, il soma, non ce la farebbe a compiere il corso della vita costantemente in uno stato adrenalinico e di allerta.

Poi quando una coppia inizia a convivere, è logico che  dapprima sia tutta un’ emozione. Ma è necessario che si tenga in conto anche “l’altra parte”: quella che ancora non ha avuto l’opportunità di vedere l’uno dell’altra.

Quando si tratta di ripartirsi i compiti e le spese, è comune che sorgano piccoli conflitti, cosi come nella gestione sei figli, cosi come nei diversi modi di vedere l’andamento domestico, precipitato delle proprie educazioni ed altri temi ancora.

E dopo i conflitti puo’ subentrare l’indifferenza. Frutto di una convivenza prolungata e poco intima, si può arrivare a sviluppare questo sentimento di apatia, disgusto e rifiuto per l’altro. È il momento in cui tutto quello che fa il partner risulta ai nostri occhi criticabile, migliorabile e sbagliato. Discutiamo per sciocchezze e non gliene lasciamo passare una. Finché non arriva il giorno in cui, nel vero senso della parola, “non ci fa più caldo né freddo”. Ci rassegniamo e viviamo infelici in uno stato di noia perenne.

Verso la noia e la routine

La routine quotidiana, la mancanza di entusiasmo e di spontaneità, l’assenza di sorprese e interessi, fondamenta fragili, la mancanza di passioni comuni… Sono molte le cause della noia. Ma, dato che per discutere servono due persone, la causa della noia in una relazione è anch’essa dovuta a entrambi i membri della coppia.

Se ci si sente afflitti o senza voglia di mettere piede fuori casa, sarebbe opportuno farlo sapere all’altro. Può darsi che non serva solo per sfogarsi, ma che possa anche aiutare il partner a capire come comportarsi. Allo stesso modo, se si trasforma in routine tutto quello che riguarda la coppiaè normale che alla fine si sfoci nella noia

La mancanza di fiducia, lasciarsi trasportare dalla gelosia, l’insicurezza, il senso d’inferiorità o la mancanza di onestà sono alcuni degli atteggiamenti che spesso tendiamo ad adottare quando non siamo felici in una relazione. Tutto ciò sfocia nella rottura o nella noia. Per questo motivo, se si vuole che la relazione continui, e’ necessario decidere di  parlare e/o di migliorare la comunicazione di coppia.

Un altro errore molto comune che riguarda la vita di coppia e la induce alla fine, oltre alla  mancanza di comunicazione, è la mancanza di sostegno reciproco. Spesso quando abbiamo un problema e pensiamo di parlarne, ci tiriamo indietro perché ci convinciamo che l’altro non ci capirebbe. E questa situazione peggiora quando ne parliamo e non ci sentiamo sostenuti, protetti o compresi dal partner. Per evitarlo e’ necessario essere empatici.

D’altra parte, l’avere poco tempo a disposizione è un altro grande nemico di una relazione sana. È importante che all’interno della relazione ci si prenda qualche minuto al giorno per discorrere o un contatto o una carezza o il contatto visivo… contribuirà in modo decisivo a riempire di energia entrambi. Lo stress o le troppe ore passate al lavoro sono in genere dei fattori di alto rischio.

Comunicare e’ la soluzione ottimale

Avere una relazione di coppia salutare e stabile non è un compito semplice e richiede uno sforzo e un impegno consapevole da parte di entrambi.

Ai giorni d’oggi, la mancanza di comunicazione in una relazione è l’origine del suo fallimento. Se c’è qualcosa che dà fastidio dell’altro, dalle piccole alle grandi cose, la miglior soluzione è comunicarlo. Non con un atteggiamento aggressivo, ma con l’atteggiamento proprio di chi desidera manifestare i propri pensieri. Il successo non deriva solo dal sottolineare gli aspetti negativi dell’altro/a (che deve comunque prendere in considerazione le critiche e per quanto e’ possibile modificare alcuni aspetti). La cosa più importante è il sentimento. Per questo motivo, e’ necessario parlare anche delle cose positive e non dimenticare di sottolineare ciò che l’altro/a fa e che ci piace.

Il silenzio non si sente, ma riempie tutto.

Rendendo l’altro consapevole di quello che dà fastidio, forse si possono limare o modificare quelle abitudini che  disturbano. E, se non accade, non andrebbe preso sul personale; semplicemente, cercare di capire che nessuno è perfetto. E, proprio come il partner, anche l’altro/a ha degli aspetti più stravaganti.

Al contrario, se viene scelto il silenzio, non solo si omettono delle informazioni che possono arricchire il legame, ma il malessere interiore crescerà sempre di più. E, alla fine, si scoppia per ogni sciocchezza. Comunicare è vivere. E ciò che non si dice, ciò che l’altro non sa, è come se non esistesse.

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