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Come costruire la propria resilienza mentale

Alcuni possono nascere con  una capacita’ di resilienza maggiore, ma e’ sempre possibile allenare la propria mente a costruire e a mantenere una resilienza mentale.

Di seguito elenchero’ in pochi passi come costruire la resilienza mentale:

  1. 1. punta al massimo, accetta di fallire
  2. 2. vivi il presente
  3. 3. esci dalla tua zona di confort
  4. 4. minimizza l’autocolpevolizzazione
  5. 5. prova ad essere autentico
  6. 6.stai attento al materialismo
  7. 7.chiedi aiuto quando ti serve
  8. 8.perdona e dimentica
  9. 9. accetta le persone tossiche come compagne di viaggio
  10. 10.prenditi delle pause dal mondo virtuale
  11. 11. stai con gli altri dal vivo
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A proposito dell’amore vero – parte 2

Faccio seguito all’articolo precedente circa l’amore vero, facendo tesoro di alcune considerazioni fatte dai miei lettori. E’ necessario tenere in considerazione un elemento fondamentale nelle relazioni affettive: capita sempre più spesso di credere di essere amati/e da un partner che pur dichiarando “amore infinito“ invece non sia capace in alcun modo non solo di dimostrarlo ma anche di provarlo se non per se stesso. Questo tipo di persone chiamati narcisisti, non sono in grado di “vedere“ altro da sé, impegnati a vedere solo se stessi e avendo un profondo vuoto affettivo che li rende incapaci del tutto di amare, di prendersi cura dell’altro, di dedicarsi all’altro, ma solo di pretendere dall’altro attenzioni, cure e amore, che il più delle volte non riesce a colmare il loro vuoto ancestrale. Queste personalità, che ripeto sono prese solo da se stesse, amano catturare prede pronte a dare ad oltranza, ma per loro non basta mai e non solo non sono in grado di corrispondere ma hanno bisogno sempre di una preda diversa e nuova. È da ricordare che sono capaci di grandi parole e dichiarazioni ma sono false!

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L’amore vero e’ in via di estizione e supera tutte le controversie,a meno che……..- parte 1

A meno che non sia amore! Innanzitutto è da sottolineare che è necessario l’amore per se stessi senza il quale non ci può essere  una relazione sana; e come si costruisce un amore per se stessi? Lo si impara in famiglia. Chi riceve amore poi lo sa donare. Però si può anche imparare tramite un percorso terapeutico, fondamentale per poter riconoscere i caratteri di una relazione sana, funzionale e d’amore. Questa non presenta mai le caratteristiche della violenza, della prevaricazione, né tantomeno della manipolazione, bensì si fonda sul rispetto e l’affettività reciproci. Lungo tutto un percorso di costruzione fondato su suddetti tratti, si comprende più facilmente che il rischio dei nostri giorni è di incappare in “mostri“ che si spacciano per principi azzurri. Le modalità sono molteplici, e fanno breccia spesso sull’ingenuità delle persone che però se ben corroborate e rafforzate da un’esperienza terapeutica, acquisiscono degli strumenti atti a difendersi, e una buona consapevolezza per porter fare un giusto distinguo. Mancando la consapevolezza e l’amore di sé e strumenti difensivi, purtroppo si scambia molto spesso “l’amore vero“ per altro, Per qualcosa di maligno, perverso e molto pericoloso. Spesso nelle relazioni il maltrattamento psicologico è quello che distrugge del tutto l’altro, così come il tormento, il sentirsi controllati, il non sentirsi amati pur sentendosi dichiarato “tanto amore“. Anche il silenzio, uno sguardo freddo o uno sguardo dispregiativo fanno molto male. Il dolore che genera nell’individuo lo scambiare l’amore con altro, è paritetico all’assunzione di un veleno a lenta goccia.

Ed è per questo che solo l’amore e la consapevolezza di sé può salvare chi ingenuamente si innamora di queste orribili principi azzurri.

Termino questo breve scritto con un aforisma di Roberto Benigni:

“ o sei innamorato, o non lo sei. E’ come la morte… O sei morto o non lo sei: non è che uno è troppo morto! Non c’è troppo amore, l’amore è li’, non si può andare oltre un certo limite e quando ci arrivi, a questo limite, è per l’eternità.”

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Le Personalità Borderline (DBP): Chi sono e i sintomi

Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) presenta una forte instabilità emotiva ed è caratterizzato da una immagine distorta di sé, da sensazioni di inutilità e dall’idea di essere fondamentalmente difettosi. Il paziente passa molto velocemente da lunghi intensi stati di rabbia, furia, dolore, vergogna, panico, terrore ed uno stato cronico di vuoto e solitudine. Si tratta di individui che presentano una l’elevata impulsività, una intollerabile condizione di dolore ed urgenza. Altra caratteristica è la reattività umorale, contraddistinta da cambiamenti repentini del tono dell’umore che possono realizzarsi anche nell’arco di una giornata.
La sintomatologia cognitiva si caratterizza per la presenza di stati mentali di natura non psicotica, come l’idea pervasiva di essere cattivi, le esperienze di dissociazione (depersonalizzazione e derealizzazione), la sospettosità e le idee di riferimento.
Tuttavia, è possibile la comparsa di sintomi quasi-psicotici o psicotici transitori e, a volte, illusioni ed allucinazioni reality-based.

L’impulsività può essere di due tipi: l’autodistruttività (tentativi di suicidio, automutilazioni, tentativi di suicidio) e una forma più generale di impulsività (abuso di sostanze, disturbi alimentazione, scoppi verbali, guida spericolata).
Le relazioni sono intense ed instabili, accompagnate da una pervasiva e violenta paura dell’abbandono, che si esplicita negli strenui tentativi di non rimanere da solo. In questa direzione la qualità “tumultuosa” delle relazioni intime, caratterizzate da frequenti discussioni, ripetute rotture e sentimenti di fiducia/disponibilità/idealizzazione dell’altro che si alternano a vissuti di dipendenza/indegnità/svalutazione cui il paziente reagisce ricorrendo a strategie difensive che alimentano il rischio di una rottura relazionale.

 Sintomi

  • Modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’autostima e dell’umore.
  • Marcata impulsività.
  • Sforzi disperati per evitare abbandoni reali o immaginati.
  • Intensi timori di abbandono e rabbia inappropriata anche quando si trovano ad affrontare separazioni reali limitate nel tempo o quando intervengono cambiamenti di progetti inevitabili.
  • Modalità di relazione instabile e intensa.
  • Idealizzazione e svalutazione.
  • Empatizzano con gli altri e li coccolano, ma solo con l’aspettativa che gli altri saranno “presenti” a loro volta per soddisfare le loro necessità.
  • Inclini a cambiamenti improvvisi e drammatici della loro visione degli altri, che possono essere visti alternativamente come supporti benefici o come crudelmente punitivi.
  • Immagine di sé o percezione di sé marcatamente e persistentemente instabile.
  • Variazioni improvvise e drammatiche dell’immagine di sé, caratterizzate da cambiamenti di obiettivi, valori e aspirazioni.
  • Passaggi rapidi dal ruolo di supplice e bisognoso di aiuto a quello di giusto vendicatore di un maltrattamento precedente.
  • Impulsività in almeno due aree potenzialmente dannose per sé.
  • Gesti o minacce di suicidio o comportamento auto mutilante.
  • Possono giocare d’azzardo, spendere soldi in modo irresponsabile, fare abbuffate, abusare di sostanze, coinvolgersi in rapporti sessuali non sicuri.
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata instabilità dell’umore (per es., intensa disforia, irritabilità o ansia episodica, che di solito durano poche ore e solo raramente più di pochi giorni).
  • Sentimenti cronici di vuoto. Facilmente annoiati, possono costantemente ricercare qualcosa da fare.

Le cause

I fattori genetici e le esperienze infantili potrebbero essere responsabili della disregolazione emotiva e dell’impulsività che contribuiscono pesantemente all’emissione di condotte disfunzionali e alla scarsa capacità di mobilitare le abilità sociali necessarie ad un buon andamento delle relazioni. L’esito dei conflitti rinforzerebbe la disregolazione e l’impulsività.

Le analisi genetiche hanno individuato 4 fattori, con il fattore principale denominato “disregolazione emotiva”, caratterizzato da labilità affettiva, instabile funzionamento cognitivo, instabile senso di sé ed instabilità delle relazioni.

Tra le esperienze infantili coinvolte nell’eziopatogenesi del disturbo, quelle di neglect, l’abuso sessuale, l’attaccamento disorganizzato, la perdita vera e propria delle figure di attaccamento.

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Mascolinizzazione della donna e femminilizzazione dell’uomo

A proposito della mascolinizzazione della donna:

Questo processo ha portato la donna oltre che potenziale genitrice anche ad assumere ruoli sociali di vertice. Posizioni che in ultima analisi si sono rivelate sterili, prive di poteri di controllo reali dell’io, perché appiattite su archetipi maschili. Purtroppo pero’ la sovrapposizione femminile ha indotto la parallela devitalizzazione del maschio e la nascita univoca di un individuo neutro, diviso tra lavoro e diletto irresponsabile.

Azzerata ogni differenza con il maschio, la donna ha pensato di poter trovare la strada della piena realizzazione sacrificando il suo tempo attivo sull’altare del lavoro.

Non è quindi un caso se le società del cosiddetto mondo avanzato sono quelle più socialmente in crisi e destinate alla estinzione. Società nelle quali la donna spende le sue energie migliori per soffocare la madre e ambire a ruoli maschili. Scoprirà poi alle soglie della maturità, che l’aver azzerato le differenze le ha solamente regalato una effimera felicità dalla quale la libertà non avrà tratto alcun giovamento. Il corso della storia ci ha testimoniato che ad ogni rivoluzione segue una reazione di recupero dell’ordine delle cose.

A fronte della mascolinizzazione della donna ci troviamo dinanzi al fenomeno della femminilizzazione del maschio

Sarebbe più appropriato parlare di ridotta “androgenizzazione” del maschio moderno o devirilizzazione.

Quello che in realtà si sta verificando è una modificazione (in senso femminile) dell’aspetto fisico del maschio (fenotipo),anche legato talvolta a una relativa riduzione dell’ormone maschile per eccellenza: il testosterone.

Ma dove e’ il maschio e dove e’ la femmina oggi?

Aldila’ dei discorsi prettamente medici, dal punto di vista psicologico invece il maschio sta perdendo la propria virilità a causa di una società in cui le donne stanno prendendo il sopravvento grazie alle proprie potenzialità e capacita’ da tutti i punti di vista e nei campi piu’ svariati. E’ innegabile che cio’ generi un pericolo per la nostra societa’ laddove l’inversioni dei ruoli e’ confondente sia sul piano dell’identità sia sul piano genitoriale. Nella coppia con figli, spesso, si trova il maschio-mammo  che e’ una delle piu’ evidenti femminilizzazioni della figura maschile, senza pensare poi alla perdita di responsabilità prettamente maschili che obtorto collo finiscono col gravare sul ruolo della donna. La donna di conseguenza si trova spesso a svolgere due ruoli contemporaneamente di donna e di uomo ognuna con le sue rispettivamente responsabilità. Tutto cio’ genera una super lavoro nella donna, uno stress che spesso la porta a perdere l’identità femminile nel senso piu’ puro, rischiando la mascolinizzazione, questo anche perche’ in alcuni tipi di lavoro vengono fatte richieste alle donne di tipo maschile. Di conseguenza la donna potrà sempre meno occuparsi dei suoi cuccioli qualora li abbia, oppure avere difficolta’ a metterli al mondo qualora non li abbia. E’ molto frequente trovare la donna che non riesce a rimanere incinta a fronte di esami diagnostici del tutto negativi sia in lei che nel partner……ma queste sono ipotesi ancora aperte.

Inoltre, il ribaltamento dei ruoli non incide positivamente sui figli all’interno di un nucleo familiare, in quanto i bambini nonché gli adolescenti hanno bisogno di trovare nella madre una donna accogliente e accudente seppur lavoratrice, e nel padre una figura di riferimento forte, vigorosa e determinata. L’assenza di cio’ puo’ provocare destabilizzazione nei figli e confusione,soprattutto per quanto riguarda le identificazioni, della figlia con la madre e del figlio con il padre.

In conclusione, si puo’ dire che, allo stato attuale, la situazione della donna e dell’uomo e’ molto completa e confusa, e ripensando all’800 non possiamo altro che invidiare la forte definizione dei ruoli, secolo in cui, vero e’, che la donna non aveva diritto al voto, conquistato in seguito, ma in cui aveva un ruolo forte di femmina, di donna, di madre e di moglie e l’uomo era uomo, un uomo su cui poter contare e ancora di riferimento, oggi e’ difficilmente cosi’. Ovviamente non va fatta una generalizzazione in entrambi i periodi storici ma una via di mezzo sarebbe la soluzione piu opportuna.

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Scegliere o essere scelti: fa la differenza?

“Nella vita ci sono cose che ti cerchi e altre che ti vengono a cercare. Non le hai scelte e nemmeno le vorresti, ma arrivano e dopo non sei più uguale. A quel punto le soluzioni sono due: o scappi cercando di lasciarle alle spalle e ti fermi e le affronti. Qualsiasi soluzione tu scelga ti cambia, e tu hai solo la possibilità di scegliere se in bene o in male”

Giorgio Faletti

  Nelle relazioni d’amore lo scegliere o l’essere scelti risale all’educazione o alle esperienze della prima infanzia. Il genitore che educa il proprio figlio al pensiero libero lo educherà anche a scegliere e non ad essere scelto, se non ad essere scelto da chi piace. Purtroppo non sempre accade che le cose vadano cosi e allora la bassa autostima induce l’individuo ad accompagnarsi o a unirsi da chi lo sceglie o per timore di scegliere o solo per il fatto di non saperlo fare o perché la bassa autostima non permette non solo di scegliere, ma di fare scelte rilevanti che abbiano un peso specifico e siano all’altezza del nostro valore. E allora cosa succede veramente? Si e’ scelti! E si può essere scelti anche dal primo/a che capita creandosi poi conflitti derivanti dai diversi stili educativi o dai diversi ideali e modi di concepire la vita.

Ci dicono da subito una frase, ci insegnano e ci consegnano una specie di formula magica con cui, pare, dovremo fare i conti per quasi tutta la vita. La frase è: “fai una scelta”. Che detta così sembra apparentemente una delle massime espressioni della libertà individuale, e invece non è proprio da intendersi in questo modo. Intanto, “fare una scelta”, laddove non si hanno molte  scelte da fare, o che non si sanno fare, già’ può apparire  una imposizione e non una opzione, poi, nell’atto stesso della decisione intervengono componenti spicciole di ansia, di incertezze, di ripensamenti, per non parlare delle contaminazioni culturali, ambientali, sociali che forse inquinano la chiarezza e la linearità  della scelta. In particolare modo mi riferisco alle scelte in campo affettivo: e’ interessante scoprire in quante numerose occasioni siamo chiamati a scegliere; dall’iniziare una relazione al continuarla o a decidere di voler bene soprattutto a se stessi per poi poter anche scegliere di rimanere soli.

 Ogni giorno ci viene data una  agenda immaginaria personale, tuttavia  molti appuntamenti non sono consapevolmente scelti da noi, molti aspetti negativi  della vita non li decidiamo, alcuni eventi pesanti non li costruiamo, ma li subiamo. Molti momenti non ce li meritiamo, molto dolore ci arriva senza averlo chiesto e quando arriva, e trova un varco aperto, chiama altro dolore. In una nudità umana fragile ed esposta si consumano vite, e allora ci possono anche  aggredire malattie che nella loro cattiveria, senza pietà. Partecipiamo annichiliti e impotenti a situazioni che non richiedono nessuna forma di operatività, ma  solo allo scempio del morboso assistere, perché “altro” non c’è da fare… E allora, il tema è: qui, dove si annida “la scelta”?

E allora si cercano certezze, soluzioni più per la consuetudine a pensare che per la capacità di trovarle.

Quindi, non scegliamo. O scegliamo poco. E rischiamo di essere scelti. Non si sa da chi, se dalla chimica, da un calcolo di probabilità, o dalla biologia, da un gesto di amore, di tenerezza o  solo di unione, da un progetto divino, da una imprevedibile quanto superba mescolanza di cellule o dal timore di rimanere soli.

Oppure, più semplicemente, potremmo aver bisogno di scegliere di essere stupidamente,  sorprendentemente, umanamente, appena  un po’ più felici. E non avere il timore di presentare a noi stessi, questa felicità.

L’essere scelti talvolta può essere pero’ anche una fortuna, poiché si può essere scelti da chi ci ama più di quanto noi amiamo noi stessi e paradossalmente ci può insegnare ad amarci di più. Scegliere di abitare, di nutrire, di vivere questa felicita’. Perché, se davvero ci dovessimo dire la  sola verità possibile, nessuno vorrebbe soffrire, ammalarsi, sentirsi inutili, sentirsi offesi, violati. Siamo scelti e/o possiamo scegliere. Questa e’ la libertà’ che l’essere umano possiede che se ben gestita apre il varco alla serenità e ad una migliore qualità di vita.

GIORGIO FALETTI

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Desiderio, passione e noia

Il desiderio

Gli antichi Greci chiamavano desiderio . Lo volevano figlio della dea Afrodite  e fratello di Eros, lo slancio d’amore , e di Photos, il rimpianto nostalgico.

Fin dall’alba dell’Occidente, dunque, il desiderio si trova al crocevia tra l’amore, la bellezza, la passione, il senso di mancanza e di perdita. Di tutte queste regioni condivide qualche spazio, senza abitarne mai compiutamente uno solo. Proiettato verso il futuro nello slancio della passione, il desiderio conosce anche la malinconica contemplazione del passato, e si muove cosi tra un non più e un non ancora.

La realtà’ dell’incompiutezza, quindi, e’ scritta nel codice genetico del desiderio stesso. Come e’ incisa , nel suo stesso nome , una sorta di mappa del cielo.

Soddisfare il desiderio significa ( e’ ancora lo sguardo etimologico ad aiutarci) “ fare abbastanza “ (salis-facere) per placarlo: ma nello spazio dell’infinito e dell’indefinito non si potrà’ mai fare abbastanza.  Realizzare il desiderio ha a a che fare con l’atto di renderlo “cosa” (res) , espropriandolo di quel greto di incompiuta tensione che ne costituisce la bellezza.

Se desiderare e’ sentire una mancanza, e’ davvero cosi ovvio che questo significhi doverla riempire?

Gli esseri umani sono desiderio. Sempre. Il desiderio in se’ per se’, e’ la molla della vita. Ma si possono desiderare cose che ci fanno fiorire e si possono desiderare cose che ci fanno appassire. Il desiderio subito corre su ciò che ha una qualche convenienza per noi, ma le cose che hanno per noi convenienza sono molteplici e a volte non sono tra loro compatibili. Il desiderio e’ costretto a scegliere, prima o poi, un qualche ordine nella sequenza delle sue intenzioni.

E per far questo deve tener presente quale e’ il soggetto ultimo. Solo cosi può  “ordinare” i suoi oggetti interni.Come dire che ogni essere umano deve riflessivamente mettere in campo una qualche strategia di vita. E può accadere (anzi accade spesso) che una giusta strategia di vita gli vieti di scegliere una certa cosa e gli ingiunga di sceglierne un’altra. La bontà’ della scelta e’ a volte difficile e a volte facile. Ma spesso basta anche un po’ di buon senso per non sbagliare.

E ci sono poi i sensi più acuti di quelli che riguardano il mangiare e il bere e il fare l’amore? Sono infatti queste le due grandi fonti di piacere, degli esseri umani e sono quindi queste le due grandi “tentazioni” che fanno perdere talvolta il “ben dell’intelletto”. Qui il desiderio diventa facilmente “corto”  e potrebbe precipitare nella trasgressione: mentre il desiderio dovrebbe essere sempre “lungo” per seguire le indicazioni di una retta regola. Dovrebbe, cioè’, ascoltare quello che una buona riflessione gli può far vedere. Il desiderio, per quanto malato esso possa essere, nelle persone “normali” resta sempre libero nel suo fondo.

Dalla passione alla noia

Quando due persone si incontrano e si attraggono fortemente scatta la passione, la voglia di stare insieme sempre, di assaggiarsi, annusarsi, strusciarsi, stare in intimità, condividere tante cose, provare gelosia perche’ no, e desiderarsi tanto al punto tale da scordarsi talvolta si se stessi: questa e’ passione. Tutto gira intorno alla passione per l’altro /a e tutto diviene secondario….ma non dura a lungo  (fortunatamente?) come tutti vorremmo, altrimenti il nostro corpo, il soma, non ce la farebbe a compiere il corso della vita costantemente in uno stato adrenalinico e di allerta.

Poi quando una coppia inizia a convivere, è logico che  dapprima sia tutta un’ emozione. Ma è necessario che si tenga in conto anche “l’altra parte”: quella che ancora non ha avuto l’opportunità di vedere l’uno dell’altra.

Quando si tratta di ripartirsi i compiti e le spese, è comune che sorgano piccoli conflitti, cosi come nella gestione sei figli, cosi come nei diversi modi di vedere l’andamento domestico, precipitato delle proprie educazioni ed altri temi ancora.

E dopo i conflitti puo’ subentrare l’indifferenza. Frutto di una convivenza prolungata e poco intima, si può arrivare a sviluppare questo sentimento di apatia, disgusto e rifiuto per l’altro. È il momento in cui tutto quello che fa il partner risulta ai nostri occhi criticabile, migliorabile e sbagliato. Discutiamo per sciocchezze e non gliene lasciamo passare una. Finché non arriva il giorno in cui, nel vero senso della parola, “non ci fa più caldo né freddo”. Ci rassegniamo e viviamo infelici in uno stato di noia perenne.

Verso la noia e la routine

La routine quotidiana, la mancanza di entusiasmo e di spontaneità, l’assenza di sorprese e interessi, fondamenta fragili, la mancanza di passioni comuni… Sono molte le cause della noia. Ma, dato che per discutere servono due persone, la causa della noia in una relazione è anch’essa dovuta a entrambi i membri della coppia.

Se ci si sente afflitti o senza voglia di mettere piede fuori casa, sarebbe opportuno farlo sapere all’altro. Può darsi che non serva solo per sfogarsi, ma che possa anche aiutare il partner a capire come comportarsi. Allo stesso modo, se si trasforma in routine tutto quello che riguarda la coppiaè normale che alla fine si sfoci nella noia

La mancanza di fiducia, lasciarsi trasportare dalla gelosia, l’insicurezza, il senso d’inferiorità o la mancanza di onestà sono alcuni degli atteggiamenti che spesso tendiamo ad adottare quando non siamo felici in una relazione. Tutto ciò sfocia nella rottura o nella noia. Per questo motivo, se si vuole che la relazione continui, e’ necessario decidere di  parlare e/o di migliorare la comunicazione di coppia.

Un altro errore molto comune che riguarda la vita di coppia e la induce alla fine, oltre alla  mancanza di comunicazione, è la mancanza di sostegno reciproco. Spesso quando abbiamo un problema e pensiamo di parlarne, ci tiriamo indietro perché ci convinciamo che l’altro non ci capirebbe. E questa situazione peggiora quando ne parliamo e non ci sentiamo sostenuti, protetti o compresi dal partner. Per evitarlo e’ necessario essere empatici.

D’altra parte, l’avere poco tempo a disposizione è un altro grande nemico di una relazione sana. È importante che all’interno della relazione ci si prenda qualche minuto al giorno per discorrere o un contatto o una carezza o il contatto visivo… contribuirà in modo decisivo a riempire di energia entrambi. Lo stress o le troppe ore passate al lavoro sono in genere dei fattori di alto rischio.

Comunicare e’ la soluzione ottimale

Avere una relazione di coppia salutare e stabile non è un compito semplice e richiede uno sforzo e un impegno consapevole da parte di entrambi.

Ai giorni d’oggi, la mancanza di comunicazione in una relazione è l’origine del suo fallimento. Se c’è qualcosa che dà fastidio dell’altro, dalle piccole alle grandi cose, la miglior soluzione è comunicarlo. Non con un atteggiamento aggressivo, ma con l’atteggiamento proprio di chi desidera manifestare i propri pensieri. Il successo non deriva solo dal sottolineare gli aspetti negativi dell’altro/a (che deve comunque prendere in considerazione le critiche e per quanto e’ possibile modificare alcuni aspetti). La cosa più importante è il sentimento. Per questo motivo, e’ necessario parlare anche delle cose positive e non dimenticare di sottolineare ciò che l’altro/a fa e che ci piace.

Il silenzio non si sente, ma riempie tutto.

Rendendo l’altro consapevole di quello che dà fastidio, forse si possono limare o modificare quelle abitudini che  disturbano. E, se non accade, non andrebbe preso sul personale; semplicemente, cercare di capire che nessuno è perfetto. E, proprio come il partner, anche l’altro/a ha degli aspetti più stravaganti.

Al contrario, se viene scelto il silenzio, non solo si omettono delle informazioni che possono arricchire il legame, ma il malessere interiore crescerà sempre di più. E, alla fine, si scoppia per ogni sciocchezza. Comunicare è vivere. E ciò che non si dice, ciò che l’altro non sa, è come se non esistesse.

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Il narcisista e la tossicodipendenza: c’e una relazione?

Nel paziente narcisista e’ presente la negazione del bisogno degli altri e l’orgoglio di questa autosufficienza, oltre ad una distorsione della dimensione temporale che si esprime nel sentirsi troppo giovani o troppo vecchi, raramente consapevoli della propria eta’ reale. Nel narcisista le emozioni di odio, invidia e rabbia esplodono con improvvisa violenza, emozioni scisse e indifferenziate, la parte buia,l’ ”Ombra”, la cui integrazione risulta particolarmente dolorosa essendo in netto contrasto con la grandiosa immagine di se’. L’individuo identificato con l’archetipo del ‘puer aeternus” mostra un’incapacità di vivere nel presente, un rifiuto della dimensione spazio-temporale, della routine del vivere quotidiano, del lavoro, delle responsabilità e dei sacrifici, percio’  della vita intesa come ripetizione e processo. L’individuo identificato con l’archetipo del puer non vive quindi nella realtà e nell’azione ma in un mondo di fantasia, nell’attesa di un “giorno fatidico” in cui tutto avverrà. Nel frattempo tale individuo e’ quasi “sospeso” in una dimensione fuori tempo, conducendo una “vita provvisoria”, effimera, in una sorta di eterna aspettativa che lo fa vagheggiare di meravigliose possibilità future mai adempiute. Da qui deriva il vissuto di statica immobilita’ del “puer aeternus” che si configura come un’immagine distaccata e fredda, inaccessibile e perfetta, ma bisognosa dell’ammirazione degli altri,di figure che possano rispecchiare ammirandolo, senza disturbare. La grandiosa autosufficienza del puer, il suo immobilismo, sono esemplificate dalla figura di Narciso.

Un’ aura di passività e morte, indolenza e autoerotismo circonda Narciso, incapace di compiere il viaggio eroico, perso in un legame mai sciolto con la madre – inconscio che qui si identifica con la morte dell’Io.

Ma accanto al polo depressivo la duplicità archetipica si esprime nel puer attraverso l’oralità maniacale,la fretta,l’avidita’. La sopravvalutazione narcisistica impedisce sia il contatto umano sia la cura nei confronti di se stesso poiché, una forza archetipica non mostra alcuna attenzione per la sua incarnazione umana. La tossicodipendenza permette una condizione di autosufficienza, dove l’oralita’ si compendia nell’assunzione della sostanza psicotropa, “oggetto ideale” che elimina qualsiasi altro bisogno, compresa la nutrizione. Nel tossicodipendente ritroviamo l’ambiguita del mito e quindi dell’archetipo, il tentativo di superamento della dimensione umana e la morte, l’iperinvestimento del corpo e la sua negazione, la fuga che si immobilizza di fronte alla propria immagine.

Il tossicodipendente può a volte definirsi come partner di una relazione sadomasochistica in cui l’assunzione di sostanze psicotrope avviene su richiesta dell’altro, come segno di ribellione verso i genitori e l’autorità in genere.

Si potrebbe inoltre dire che il puer stabilisce relazioni di ‘tirannia’ tramite le quali entra in contatto con la sua “Ombra” proiettata.

Ma la contrapposizione ingenuità-crudelta’ può rimanere agevolmente all’interno della psiche dell’individuo per il quale, ci può mostrare di se’ due opposte facce, con tranquilla indifferenza – poiché – non lo tormentano i problemi etici, cosi tipicamente umani.

L’opposizione purezza -ferocia e’ una tematica valida per lo studio delle tossicodipendenze.

In conclusione, la tossicodipendenza e’ un tipo di organizzazione “narcisistica” delle strutture infantili che indebolisce e puo totalmente eliminare la parte adulta della personalità dal controllo del comportamento. La struttura interna del tossicodipendente e’ costituita da parti “buone” del Se’ tenute in stato di “passività” nei confronti di parti “cattive” del Se’. Tale asservimento a modalita’ ciniche di pensiero può trovare espressione ‘nella perversione di qualsiasi modalità’ di relazione o di attività nel mondo esterno. Nelle tossicodipendenze quindi possiamo supporre una “struttura narcisistica difensiva”: egli ‘agisce’ una lesione nei confronti di se’ stesso mostrando una notevole negazione dei pericoli cui va incontro. La “scissione” della personalità può essere presente nell’assunzione di una doppia identità sadomasochistica-masochistica in cui il tossicodipendente ‘agisce’ una persecuzione e allo stesso tempo la ‘subisce’.

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Perche e’ importante il rapporto padre-figlio?

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Uno studio della European Psychoanalytic Association rivela che i padri italiani sono gli ultimi in Europa: giocano in media solo 15 minuti al giorno con i propri figli.

Secondo questa ricerca i papà quando tornano a casa si siedono davanti alla tv anziché dedicarsi ai propri figli oppure giocano al computer o alla play station.

Bisogna ricordare però che il rapporto padre-figlio si costruisce fin dalla prima infanzia.

Il rapporto tra papà e figlio maschio è di centrale importanza per la crescita di un bambino, anche se spesso questo legame finisce col venire banalizzato, o addirittura considerato superfluo. Il ruolo della madre è di certo prominente nei primi mesi di vita, poiché la sua figura di protettrice-nutrice fa sì che vengano a crearsi i presupposti per un rapporto simbiotico che ad uomo è di norma precluso.Tuttavia, la figura paterna assume rilevanza centrale non solo per favorire l’emancipazione di un figlio da questo dualismo (che in presenza di situazioni morbose rischia di sfociare nel patologico) bensì fin dai primi momenti di vita di un bambino.Essere un buon padre significa infatti anche sapere accettare un ruolo apparentemente comprimario, ma che in realtà è di importanza basilare nelle dinamiche familiari. Specialmente per un figlio maschio, per il quale l’uomo è imprescindibilmente chiamato a rappresentare il primo – nonché più importante – modello di riferimento.Se inizialmente il bambino cerca costantemente la madre infatti, a causa del suo ruolo che si rifà prevalentemente a compiti di accudimento e di sostegno, ciò non significa che il padre debba essere spettatore passivo della situazione. Anzi, è proprio nella sua “collocazione periferica” rispetto alla diade madre-figlio che l’uomo trova il significato più profondo ed importante della propria figura genitoriale.

Nel corso di questo secolo, in modo lento e differenziato, il ruolo del padre nella famiglia si è trasformato rispetto a qualche decennio fa, quando era presente una rigida individuazione tra maschile ed femminile, con inevitabili ripercussioni nei ruoli genitoriali all’interno del nucleo familiare.

Il padre contribuisce a definire l’identità del figlio, come altro da sé e dalla madre. Nel momento in cui il figlio si sente chiamato con il proprio nome e riconosciuto come altro, cioè con un proprio corpo, una propria pelle, un proprio pensiero, una propria individualità, può separarsi da quell’utero nel quale è stato contenuto e cresciuto e sentirsi nato. E’ questo uno degli aspetti fondanti del rapporto padri figli: la funzione paterna consente  la separazione dall’utero accogliente per entrare in un nuovo mondo; è la stessa funzione che consentirà all’adolescente prima e al giovane poi, di separarsi dalla famiglia ed entrare nel mondo sociale.Il padre con la crescita del figlio inizierà ad assumere una sorta di ruolo di traghettatore del figlio dalla madre verso il mondo esterno.Nel contesto del rapporto padre-figlio, la funzione paterna è stata molto valorizzata da Freud, che individuò la sua importanza soprattutto nei processi legati alla costituzione e all’elaborazione del conflitto di Edipo, allo sviluppo dell’identità sessuale, all’interiorizzazione di un codice etico e morale e allo sviluppo del Super-Io.
Il padre è il testimone della ferita iniziale, quella che rompe la simbiosi madre-bambino e aiuta il figlio a vivere in maniera strutturante le difficoltà della vita educandolo al desiderio. Senza di esso il figlio rimane nella simbiosi, nella stasi che gli impedisce di trasformare tale perdita da esperienza distruttiva a passaggio indispensabile per la costruzione della propria identità.

Ma quali sono le funzioni del papà?

Verso i 7-8 mesi il neonato impara gradualmente a riconoscere la madre come un’entità distinta da sé e comincia a riconoscere la figura paterna. Da questo momento, fino ai 7-9 anni, il padre assume un’importanza fondamentale per il figlio: se questo rapporto viene vissuto appieno, il bambino ha la possibilità di sopportare senza gravi traumi il distacco dalla fase simbiotica con la mamma, imparando a relazionarsi in modo sereno ed equilibrato con il mondo esterno.

In questa fase di scoperta, il papà diventa il simbolo di sicurezza per antonomasia, sia dal punto di vista materiale, sia dal punto di vista emotivo. L’approccio di un bimbo al mondo avviene solitamente in modo cauto e piuttosto diffidente, difatti tendenzialmente si impara prima a dire ‘no’ e poi a dire ‘sì’. Il papà diventa (o dovrebbe idealmente diventare) lo scudo fondamentale da interporre tra la paura e il pericolo percepito. Quando la figura paterna è assente, debole o non disponibile, questo meccanismo può alterarsi, lasciando il bambino spaesato e vulnerabile in un mondo vissuto come minaccioso e più grande di lui.

– E’ padre autoritario ma non autorevole che fallisce, perchè utilizza il distacco emotivo e la durezza per far rispettare le proprie regole perdendo così le opportunità educative che l’autorevolezza gli consentirebbe ma, soprattutto, non sfrutta quello che pare essere l’ultimo vantaggio che rimane ai genitori per essere ascoltati: l’amore.

– E’ il padre che si pone nei confronti dei figli come compagno di giochi rinunciando ai suoi doveri educativi. Egli diventa l’amico dei figli, ma un padre non è un amico, un padre è un educatore il quale per fare bene il suo lavoro si pone su un piano diverso dall’educando, ha un’autorità e deve avere lo spazio e la forza di prendere decisioni impopolari e forti, cose che un “amico” non può fare.

– E’ il padre materno che fallisce perché, pur occupandosi con dedizione ai figli, appiattisce il proprio ruolo in una mera duplicazione delle attività e delle modalità materne. Questo modo di essere fa mancare ai propri figli la figura virile di un padre che fa il padre con un suo stile, un suo metodo, una sua sensibilità. La valorizzazione e l’accentuazione di questa differenza è un patrimonio inestimabile per i figli che, conoscendola, avrebbero l’opportunità di cominciare lo straordinario viaggio verso la scoperta dell’altro, del quale, la scoperta del padre, è la prima tappa.Verso gli 8-9 anni, il padre aiuta a distinguere il bene dal male, trasmettendo i criteri di valutazione che corrispondono all’obbedienza/disobbedienza nei suoi confronti.

Il codice morale primitivo si forma, infatti, sulla base dell’esempio paterno e soltanto in seguito, con lo sviluppo e il consolidamento della personalità, sarà possibile modificarlo. La trasmissione di questo codice morale non avviene mai attraverso «prediche» e discorsi, ma solo ed esclusivamente con l’esempio.

Un padre che bestemmia davanti al figlio non potrà pretendere che il figlio faccia diversamente, perché con il suo comportamento avrà già dato un permesso implicito praticamente impossibile da ritrattare, se non modificando la propria condotta, lo stesso dicasi per un padre che beve o si droga. La crescita ed il continuo confronto con il mondo esterno porteranno, poi, il ragazzo a modificare con fatica le norme errate trasmesse da padri troppo autoritari, punitivi o rigidi e tale processo sarà ovviamente più difficile nel caso di padri immorali o delinquenti.

 Gli strumenti comunicativi a disposizione di un padre sembrano di fatto meno potenti rispetto a quelli che può vantare la madre. Se da una parte il ruolo della madre è di fatto insostituibile, dall’altra lo è anche quello del papà (parlando sempre di situazioni ideali ovviamente,) in quanto e’ possibile far crescere un figlio in maniera sana pur essendo padre single. Uno dei compiti più ardui dell’uomo è infatti quello di mediatore nei processi interattivi madre-figlio, ed è un’incombenza che raggiunge la massima rilevanza proprio nel suo essere “intruso“: si tratta infatti di un’interferenza, quella dell’uomo in questo dualismo, direttamente funzionale sia allo sviluppo autonomo del bambino, sia al “recupero” dal trauma dello svezzamento per la madre.Un buon padre dovrà dunque riuscire a trasmettere serenità alla propria compagna durante il naturale processo di distacco dal figlio, e parallelamente favorire l’emancipazione di quest’ultimo in maniera graduale. Ed è proprio all’interno di queste dinamiche che la figura del padre quale paradigma di riferimento per un figlio maschio, assurge alla posizione più elevata. Tuttavia, anche questo processo non sarà affatto privo di conflittualità. Se nei primi mesi di vita infatti il bambino non soffre la figura del papà, accettandola nella sua marginalità senza particolari angosce, viceversa col passare degli anni il figlio potrà sviluppare sentimenti contrastanti nei confronti del genitore maschio.Anche questo è perfettamente naturale: l’elitaria esclusività della coppia coniugale – un meccanismo integrativo nei confronti del bambino soltanto fino ad un certo punto, poiché a questo non saranno mai concessi i privilegi particolari che regolano le dinamiche del rapporto padre-madre – potrà generare frustrazione nel figlio, che sperimenterà il suo sentirsi parzialmente escluso (benché amato, ma in maniera chiaramente differente). E nello svilupparsi di questi processi, è proprio ai margini dell’adolescenza che il rapporto padre-figlio raggiunge la sua fase più delicata. Il papà sarà infatti chiamato a svolgere la duplice funzione di genitore amorevole e di primo argine educativo; si tratta di un periodo altamente probante, ma che determinerà il buon rapporto tra un figlio maschio ed il suo papà.

La mancanza di una guida autorevole.

La mancanza di una guida, di un punto di riferimento forte che insegni lo spirito di sacrificio e il senso di responsabilità può avere effetti negativi sui figli. Il maschio “senza padre”, se ne è privo fin da piccolo, fatica a sentire le proprie potenzialità maschili.

Il padre oggi è, come direbbe Recalcati, “evaporato” sotto la spinta di una società che ha posto al suo centro il profitto ad ogni costo. Una “società liquida” dove i punti di riferimento di qualsiasi genere sono completamente assenti e dove anche i modelli storici, come quelli religiosi, faticano non poco ad affermarsi o a mantenere le loro posizioni. Una società nella quale il senso del dovere ha lasciato il posto all’edonismo e parole come “autorità” ad esempio, sono rifiutate o semplicemente ignorate.

Ecco  alcuni comportamenti da evitare con i figli

  1. Evita di proiettare sui figli la tua ansia e insicurezza. I padri-chioccia, super attenti e protettivi, che cercano di occuparsi di tutto e di prevenire qualsiasi problema impediscono quel sano processo che rende autonomo e forte il figlio e gli sottraggono la possibilità di «allenarsi» in vista dell’inserimento nella rete sociale. L’ansia paterna rischia sempre di essere tradotta dal bambino nella paura di pericoli reali, provocando timori e insicurezze profonde e difficilmente rimovibili.
  2. No ai giochi di potere. I padri autoritario spesso rischiano di abusare del proprio potere, fino a diventare involontariamente despoti o crudeli: sono i padri che svalorizzano costantemente le madri criticando le loro modalità educative o di cura dei figli; padri stanchi che impongono il silenzio, il dovere e il rispetto finendo per soffocare il desiderio di libertà e indipendenza dei figli, trasformati in obbedienti soldatini. Queste dinamiche spesso stanno alla base della sindrome di opposizione, che si manifesta anche con atti antisociali importanti.
  3. Non metterti in secondo piano rispetto alla mamma. I padri che delegano tutto alla moglie ribaltano il piano di maturazione affettiva del bambino, che avrebbe invece bisogno di trovare in lui la forza e l’autorità sulle quali costruire la propria sicurezza.
  4. Non mostrarti incoerente/imprevedibile. I padri che prima permettono e poi proibiscono la stessa azione, o viceversa, provocheranno nel bambino delle reazioni di difesa da questa figura che non garantisce sicurezza, ma, al contrario, la minaccia perché trasmette imprevedibilità e lascia la sensazione di non sapere mai che cosa aspettarsi.
  5. Non umiliare. I padri che prestano più attenzione agli elementi negativi del figlio e li sottolineano senza riconoscere gli aspetti di potenzialità già presenti e sviluppati, provocano una profonda svalutazione e la sensazione di non essere mai all’altezza o sufficientemente competitivi rispetto al mondo esterno.
  6. Non mostrare comportamenti estremi per sembrare giovane. Cosi si rischia di presentare un modello in cui, (volendo fare il ragazzo, ricorrendo a mezzi/comportamenti estremi pur di far colpo), si genera nel figlio la tendenza all’imitazione, quando forse quest’ultimo non e’ neanche  ancora al corrente del pericolo che certe azioni comportano.

Dopo i 18 anni
In questa fase di età il più è fatto, e si raccolgono i frutti del lavoro degli anni passati. È il momento in cui ci si confronta, in cui un padre dovrebbe ascoltare il figlio e favorire sempre il dialogo, dovrebbe guidare il ragazzo nelle scelte scolastiche e lavorative, ricordandosi che deve dare soprattutto il buon esempio: i figli imparano da quello che il padre fa, diventando, possibilmente il polo degli ideali e delle ambizioni per il figlio stesso.

Uscire vittoriosi da questa sfida non è semplice, ed è di cruciale importanza un dialogo sano e continuativo. Si tratterà dunque di sviluppare un rapporto leale e sincero, pur tenendo sempre presenti i dovuti “paletti” che determinano la separazione della figura genitoriale da quella del figlio; una situazione comunicativa che possa sfociare in un confronto la cui conflittualità sarà funzionale alla ricerca del sé del ragazzo, ed allo sviluppo della sua autonomia non più solamente nelle vesti di figlio, ma finalmente di persona. Anche e soprattutto nella percezione che egli avrà finalmente di sé stesso come tale. Sarà proprio a questo punto che le situazioni di conflitto tra papà e figlio tenderanno a scemare – venendo interrotte quando il padre lo riterrà opportuno – per raggiungere, al termine di questo processo, la promozione di un paradigma comunicativo più maturo. Nella fattispecie, come si suol dire, “da uomo a uomo“.La figura del papà quindi non può e non dev’essere in alcun modo ritenuta secondaria per definizione, soltanto perché appare ad un primo esame come marginale rispetto al ruolo della madre; poiché sta proprio nella sua naturale “secondarietà” il segreto del suo successo.

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