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La lotta per meditare

La lamentela numero uno di coloro che lottano per meditare è che non riescono a smettere di pensare .

Tutti i tanti discorsi sul pensiero e la meditazione sono solo un mito: “Non è necessario interrompere i pensieri per meditare”, e infatti, “alcune delle parti più preziose della meditazione vengono proprio quando ti accorgi di essere stato distratto ”.

Va un po ‘più o meno così …

Il tuo cervello è progettato per pensare, e pensare è ciò che sa fare meglio. Il cervello è un esperto nell’individuare le minacce, nell’evitare il disagio, nel riconoscere i desideri e nel concepire modi per soddisfare tali desideri. È un talentuoso multi-tasker, una macchina per “pensare, sentire, sognare”.

Quando ti siedi per meditare, il cervello continua a svolgere il suo lavoro quotidiano. Non è fatto “per riposare pacificamente su un unico insieme di percezioni (come il respiro) ad esclusione di tutte le altre”. E di solito ci vogliono solo una decina di secondi perché torni alle sue solite abitudini, evitando il dolore e cercando il piacere.

Questo processo di attenzione e distrazione è perfettamente normale, solo “il cervello fa quello che fa”.

Quando ciò accade, invece di arrendersi, gettare la spugna non appena la mente vaga tra le preoccupazioni quotidiane , le autocritiche o cosa cucinare per cena domani sera, tutto ciò che devi fare è riportarti con calma al tuo respiro.

Per Michaelson, “ lo scopo della meditazione consapevole non è smettere di pensare. Significa relazionarsi in modo diverso al pensiero “, cioè” relazionarsi a ciò che sta accadendo con un atteggiamento chiaro, calmo e forse amorevole “. La cosa migliore che puoi fare è notare che te ne sei andato e poi tornare indietro.

Questo approccio alla distrazione sembra abbastanza ragionevole, ma ciò che molti di noi sarebbero sorpresi di apprendere è che la distrazione è in realtà la parte migliore: “la miniera d’oro della meditazione”.

Ogni volta che noti che stai pensando, ti stai impegnando in quella che i neuroscienziati chiamano “meta-cognizione”, nel senso che sei consapevole della tua mente, testimoniando pensieri ed emozioni, “piuttosto che semplicemente pensarli o sentirli”.

È questa opportunità per fermare e riconoscere i pensieri che costruiscono il muscolo mentale e riqualifica la mente per le sfide della vita reale. Ad esempio, se qualcuno dicesse qualcosa di offensivo, la meditazione insegna alla mente a registrare i sentimenti e a considerare i pensieri prima di reagire semplicemente. Permette alla mente di gestire meglio i momenti di stress e ansia, allenandola a riconoscere quei sentimenti per quello che sono, invece di assecondarli a lungo.

Naturalmente, ci possono essere momenti in cui la mente rallenta davvero, quando raggiunge uno “stato di flusso”, in cui i pensieri sono quieti; i colori, i sapori e le sensazioni sono più vividi; e la mente si sente riposante, totalmente a suo agio. La maggior parte di noi ha sperimentato questo ad un certo punto, se non in meditazione, poi leggendo un libro o arrivando alla fine di un lungo periodo.

Per quanto ringiovanenti possano essere questi momenti, non puoi entrare in uno stato di flusso. Il meglio che puoi fare è “concentrarti sull’attività stessa, escludendo tutto il resto; il resto spetta al cervello ”. E ricorda, sforzarsi per far accadere questi stati è, sfortunatamente, il modo migliore per prevenirli!

La chiave è rimanere con la meditazione, con calma e compassionevole, lasciando andare il giudizio di sé e rilasciando pensieri e sentimenti mentre passano.

 Alla fine, “questo lento processo di riqualificazione della mente … è il modo in cui la meditazione porta alla felicità”.

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Tutto può mutare

 Tendi al mutamento. Ardi alla fiamma ove cosa ti sfugge, che è di metamorfosi orgogliosa;lo spirito progettante,che governa la terra, niente nello slancio della figura ama più il punto di svolta.

Cio’ che si chiude nel restare è già pietrificato; si crede più sicuro sotto lo scudo del grigio inapparente? Aspetta, cosa più dura minaccia di lontano la durezza. Ahimè: già si leva il martello inesistente!

chi s’effonde come fonte lo conosce conoscenza; in estasi lo guida per le serene vie della creazione, che spesso termina col principio e inizia con la fine.

ogni spazio felice è figlio o discende da separazione, lo attraversano stupiti.E Dafne, nel suo mutamento, da che sente come alloro, vuole che tu ti muti in vento.

 

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Cosa è il burn out ai tempi del coronavirus

PIl burn out è spesso definito una malattia dei tempi moderni e con la situazione COVID 19 in corso in tutto il mondo, le persone, in particolare i
professionisti che aiutano, sono ancora più inclini ad esso. Il burnout può essere descritto come uno stato di esaurimento emotivo, fisico e mentale causato da uno stress eccessivo e prolungato. Il burnout spesso non viene riconosciuto e rilevato finché non è troppo tardi.

Qualche tempo fa ho condiviso un post sulle cause, gli effetti e i suggerimenti per il burnout infermieristico, dove ho discusso che i fenomeni psicosociali associati al burnout professionale sono noti collettivamente come stanchezza da affaticamento; questi sintomi possono includere irritabilità, depressione, sbalzi d’umore e autoisolamento. In assenza di un intervento psicologico chi soffre di stanchezza da affaticamento (per affaticamento intendo fatica in senso lato) potrebbe sviluppare una posizione distaccata, perdendo la capacità di formare nuove connessioni emotive e di sostenere quelle esistenti.

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Che cosa e’ un attacco di panico

Il mondo in cui viviamo oggi non ha vissuto una situazione equivalente a questa per oltre cento anni. L’ultima volta che una pandemia ha spazzato il mondo con forza, la maggior parte di noi non era nemmeno nata, lasciandoci senza indizi su come affrontare e riprendersi dai suoi impatti emotivi. Le nostre vite frenetiche si sono improvvisamente fermate, bloccandoci da molti aspetti della vita che avevamo dato per scontato prima. COVID 19 ha cambiato per sempre il mondo in cui viviamo, con conseguenti adeguamenti sia a breve che a lungo termine

Oltre a concentrarci sulla salute fisica (e sul distanziamento), dobbiamo anche prestare attenzione alla nostra salute mentale. Non sarà fuori dal comune provare ansia, paura, disperazione o persino panico. Il mio obiettivo per questo articolo è sul panico o sugli attacchi di panico

Come si manifesta

Un attacco di panico può arrivare senza un apparente fattore di stress, e non c’è modo di prevederlo, lasciando così una persona che soffre nella costante paura di riviverne un altro. Durante un attacco di panico, un individuo può provare terrore paralizzante o paura . I sintomi fisici comprendono, tra l’altro, nausea, dolore toracico, vertigini, crampi anormali, mancanza di respiro, solo per citarne alcuni. Alcune persone potrebbero persino sentirsi come se stessero vivendo un attacco di cuore.

Quali sono i sintomi di un attacco di panico?

nausea

dolore al petto

vertigini

sudorazione abbondante

mani sudate

crampi anormali

fiato corto

senso di imminente castigo o pericolo

paura della perdita di controllo

battito cardiaco martellante

tremante o tremante

senso di costrizione alla gola

brividi

vampate di calore

mal di testa

intorpidimento o formicolio

sentimento di distacco o esperienza della situazione come terza persona

Quando la mente interpreta in modo catastrofico questi sentimenti, può attivare i riflessi di sopravvivenza del cervello. La situazione poi si sviluppa a spirale, in modo che le spiacevoli sensazioni fisiologiche alimentino ancora più allarme e paura. L’intero episodio può durare da pochi minuti a più di un’ora (anche se è raro). Di solito, il panico raggiunge il suo crescendo entro 10 minuti prima di placarsi.

Suggerimenti per gestire gli attacchi di panico:

in primo luogo, capire i segni di un attacco di panico;

  • pratica la consapevolezza e lo yoga
  • pratica focalizzata sulla respirazione profonda

prenditi una pausa dai media, che si tratti di social o di notizie e intrattenimento.

  • mantieni un diario
  • concentrati su ciò che puoi controllare e togli la mente dalle cose che non sono sotto il tuo controllo
  • prova a praticare gratitudine
  • ricorda che gli attacchi di panico non ci definiscono
  • pratica la cura di te stesso
  • cercare un aiuto professionale da uno psicoterapeuta quando è necessario

È utile ricordare che siamo tutti insieme e che a volte è giusto provare emozioni negative. Dobbiamo sempre ricordarci di assicurarci non solo di prenderci cura della nostra salute fisica ma anche della nostra salute mentale ed emotiva.

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Come costruire la propria resilienza mentale

Alcuni possono nascere con  una capacita’ di resilienza maggiore, ma e’ sempre possibile allenare la propria mente a costruire e a mantenere una resilienza mentale.

Di seguito elenchero’ in pochi passi come costruire la resilienza mentale:

  1. 1. punta al massimo, accetta di fallire
  2. 2. vivi il presente
  3. 3. esci dalla tua zona di confort
  4. 4. minimizza l’autocolpevolizzazione
  5. 5. prova ad essere autentico
  6. 6.stai attento al materialismo
  7. 7.chiedi aiuto quando ti serve
  8. 8.perdona e dimentica
  9. 9. accetta le persone tossiche come compagne di viaggio
  10. 10.prenditi delle pause dal mondo virtuale
  11. 11. stai con gli altri dal vivo
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A proposito dell’amore vero – parte 2

Faccio seguito all’articolo precedente circa l’amore vero, facendo tesoro di alcune considerazioni fatte dai miei lettori. E’ necessario tenere in considerazione un elemento fondamentale nelle relazioni affettive: capita sempre più spesso di credere di essere amati/e da un partner che pur dichiarando “amore infinito“ invece non sia capace in alcun modo non solo di dimostrarlo ma anche di provarlo se non per se stesso. Questo tipo di persone chiamati narcisisti, non sono in grado di “vedere“ altro da sé, impegnati a vedere solo se stessi e avendo un profondo vuoto affettivo che li rende incapaci del tutto di amare, di prendersi cura dell’altro, di dedicarsi all’altro, ma solo di pretendere dall’altro attenzioni, cure e amore, che il più delle volte non riesce a colmare il loro vuoto ancestrale. Queste personalità, che ripeto sono prese solo da se stesse, amano catturare prede pronte a dare ad oltranza, ma per loro non basta mai e non solo non sono in grado di corrispondere ma hanno bisogno sempre di una preda diversa e nuova. È da ricordare che sono capaci di grandi parole e dichiarazioni ma sono false!

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L’amore vero e’ in via di estizione e supera tutte le controversie,a meno che……..- parte 1

A meno che non sia amore! Innanzitutto è da sottolineare che è necessario l’amore per se stessi senza il quale non ci può essere  una relazione sana; e come si costruisce un amore per se stessi? Lo si impara in famiglia. Chi riceve amore poi lo sa donare. Però si può anche imparare tramite un percorso terapeutico, fondamentale per poter riconoscere i caratteri di una relazione sana, funzionale e d’amore. Questa non presenta mai le caratteristiche della violenza, della prevaricazione, né tantomeno della manipolazione, bensì si fonda sul rispetto e l’affettività reciproci. Lungo tutto un percorso di costruzione fondato su suddetti tratti, si comprende più facilmente che il rischio dei nostri giorni è di incappare in “mostri“ che si spacciano per principi azzurri. Le modalità sono molteplici, e fanno breccia spesso sull’ingenuità delle persone che però se ben corroborate e rafforzate da un’esperienza terapeutica, acquisiscono degli strumenti atti a difendersi, e una buona consapevolezza per porter fare un giusto distinguo. Mancando la consapevolezza e l’amore di sé e strumenti difensivi, purtroppo si scambia molto spesso “l’amore vero“ per altro, Per qualcosa di maligno, perverso e molto pericoloso. Spesso nelle relazioni il maltrattamento psicologico è quello che distrugge del tutto l’altro, così come il tormento, il sentirsi controllati, il non sentirsi amati pur sentendosi dichiarato “tanto amore“. Anche il silenzio, uno sguardo freddo o uno sguardo dispregiativo fanno molto male. Il dolore che genera nell’individuo lo scambiare l’amore con altro, è paritetico all’assunzione di un veleno a lenta goccia.

Ed è per questo che solo l’amore e la consapevolezza di sé può salvare chi ingenuamente si innamora di queste orribili principi azzurri.

Termino questo breve scritto con un aforisma di Roberto Benigni:

“ o sei innamorato, o non lo sei. E’ come la morte… O sei morto o non lo sei: non è che uno è troppo morto! Non c’è troppo amore, l’amore è li’, non si può andare oltre un certo limite e quando ci arrivi, a questo limite, è per l’eternità.”

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Le Personalità Borderline (DBP): Chi sono e i sintomi

Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) presenta una forte instabilità emotiva ed è caratterizzato da una immagine distorta di sé, da sensazioni di inutilità e dall’idea di essere fondamentalmente difettosi. Il paziente passa molto velocemente da lunghi intensi stati di rabbia, furia, dolore, vergogna, panico, terrore ed uno stato cronico di vuoto e solitudine. Si tratta di individui che presentano una l’elevata impulsività, una intollerabile condizione di dolore ed urgenza. Altra caratteristica è la reattività umorale, contraddistinta da cambiamenti repentini del tono dell’umore che possono realizzarsi anche nell’arco di una giornata.
La sintomatologia cognitiva si caratterizza per la presenza di stati mentali di natura non psicotica, come l’idea pervasiva di essere cattivi, le esperienze di dissociazione (depersonalizzazione e derealizzazione), la sospettosità e le idee di riferimento.
Tuttavia, è possibile la comparsa di sintomi quasi-psicotici o psicotici transitori e, a volte, illusioni ed allucinazioni reality-based.

L’impulsività può essere di due tipi: l’autodistruttività (tentativi di suicidio, automutilazioni, tentativi di suicidio) e una forma più generale di impulsività (abuso di sostanze, disturbi alimentazione, scoppi verbali, guida spericolata).
Le relazioni sono intense ed instabili, accompagnate da una pervasiva e violenta paura dell’abbandono, che si esplicita negli strenui tentativi di non rimanere da solo. In questa direzione la qualità “tumultuosa” delle relazioni intime, caratterizzate da frequenti discussioni, ripetute rotture e sentimenti di fiducia/disponibilità/idealizzazione dell’altro che si alternano a vissuti di dipendenza/indegnità/svalutazione cui il paziente reagisce ricorrendo a strategie difensive che alimentano il rischio di una rottura relazionale.

 Sintomi

  • Modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’autostima e dell’umore.
  • Marcata impulsività.
  • Sforzi disperati per evitare abbandoni reali o immaginati.
  • Intensi timori di abbandono e rabbia inappropriata anche quando si trovano ad affrontare separazioni reali limitate nel tempo o quando intervengono cambiamenti di progetti inevitabili.
  • Modalità di relazione instabile e intensa.
  • Idealizzazione e svalutazione.
  • Empatizzano con gli altri e li coccolano, ma solo con l’aspettativa che gli altri saranno “presenti” a loro volta per soddisfare le loro necessità.
  • Inclini a cambiamenti improvvisi e drammatici della loro visione degli altri, che possono essere visti alternativamente come supporti benefici o come crudelmente punitivi.
  • Immagine di sé o percezione di sé marcatamente e persistentemente instabile.
  • Variazioni improvvise e drammatiche dell’immagine di sé, caratterizzate da cambiamenti di obiettivi, valori e aspirazioni.
  • Passaggi rapidi dal ruolo di supplice e bisognoso di aiuto a quello di giusto vendicatore di un maltrattamento precedente.
  • Impulsività in almeno due aree potenzialmente dannose per sé.
  • Gesti o minacce di suicidio o comportamento auto mutilante.
  • Possono giocare d’azzardo, spendere soldi in modo irresponsabile, fare abbuffate, abusare di sostanze, coinvolgersi in rapporti sessuali non sicuri.
  • Instabilità affettiva dovuta a marcata instabilità dell’umore (per es., intensa disforia, irritabilità o ansia episodica, che di solito durano poche ore e solo raramente più di pochi giorni).
  • Sentimenti cronici di vuoto. Facilmente annoiati, possono costantemente ricercare qualcosa da fare.

Le cause

I fattori genetici e le esperienze infantili potrebbero essere responsabili della disregolazione emotiva e dell’impulsività che contribuiscono pesantemente all’emissione di condotte disfunzionali e alla scarsa capacità di mobilitare le abilità sociali necessarie ad un buon andamento delle relazioni. L’esito dei conflitti rinforzerebbe la disregolazione e l’impulsività.

Le analisi genetiche hanno individuato 4 fattori, con il fattore principale denominato “disregolazione emotiva”, caratterizzato da labilità affettiva, instabile funzionamento cognitivo, instabile senso di sé ed instabilità delle relazioni.

Tra le esperienze infantili coinvolte nell’eziopatogenesi del disturbo, quelle di neglect, l’abuso sessuale, l’attaccamento disorganizzato, la perdita vera e propria delle figure di attaccamento.

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Mascolinizzazione della donna e femminilizzazione dell’uomo

A proposito della mascolinizzazione della donna:

Questo processo ha portato la donna oltre che potenziale genitrice anche ad assumere ruoli sociali di vertice. Posizioni che in ultima analisi si sono rivelate sterili, prive di poteri di controllo reali dell’io, perché appiattite su archetipi maschili. Purtroppo pero’ la sovrapposizione femminile ha indotto la parallela devitalizzazione del maschio e la nascita univoca di un individuo neutro, diviso tra lavoro e diletto irresponsabile.

Azzerata ogni differenza con il maschio, la donna ha pensato di poter trovare la strada della piena realizzazione sacrificando il suo tempo attivo sull’altare del lavoro.

Non è quindi un caso se le società del cosiddetto mondo avanzato sono quelle più socialmente in crisi e destinate alla estinzione. Società nelle quali la donna spende le sue energie migliori per soffocare la madre e ambire a ruoli maschili. Scoprirà poi alle soglie della maturità, che l’aver azzerato le differenze le ha solamente regalato una effimera felicità dalla quale la libertà non avrà tratto alcun giovamento. Il corso della storia ci ha testimoniato che ad ogni rivoluzione segue una reazione di recupero dell’ordine delle cose.

A fronte della mascolinizzazione della donna ci troviamo dinanzi al fenomeno della femminilizzazione del maschio

Sarebbe più appropriato parlare di ridotta “androgenizzazione” del maschio moderno o devirilizzazione.

Quello che in realtà si sta verificando è una modificazione (in senso femminile) dell’aspetto fisico del maschio (fenotipo),anche legato talvolta a una relativa riduzione dell’ormone maschile per eccellenza: il testosterone.

Ma dove e’ il maschio e dove e’ la femmina oggi?

Aldila’ dei discorsi prettamente medici, dal punto di vista psicologico invece il maschio sta perdendo la propria virilità a causa di una società in cui le donne stanno prendendo il sopravvento grazie alle proprie potenzialità e capacita’ da tutti i punti di vista e nei campi piu’ svariati. E’ innegabile che cio’ generi un pericolo per la nostra societa’ laddove l’inversioni dei ruoli e’ confondente sia sul piano dell’identità sia sul piano genitoriale. Nella coppia con figli, spesso, si trova il maschio-mammo  che e’ una delle piu’ evidenti femminilizzazioni della figura maschile, senza pensare poi alla perdita di responsabilità prettamente maschili che obtorto collo finiscono col gravare sul ruolo della donna. La donna di conseguenza si trova spesso a svolgere due ruoli contemporaneamente di donna e di uomo ognuna con le sue rispettivamente responsabilità. Tutto cio’ genera una super lavoro nella donna, uno stress che spesso la porta a perdere l’identità femminile nel senso piu’ puro, rischiando la mascolinizzazione, questo anche perche’ in alcuni tipi di lavoro vengono fatte richieste alle donne di tipo maschile. Di conseguenza la donna potrà sempre meno occuparsi dei suoi cuccioli qualora li abbia, oppure avere difficolta’ a metterli al mondo qualora non li abbia. E’ molto frequente trovare la donna che non riesce a rimanere incinta a fronte di esami diagnostici del tutto negativi sia in lei che nel partner……ma queste sono ipotesi ancora aperte.

Inoltre, il ribaltamento dei ruoli non incide positivamente sui figli all’interno di un nucleo familiare, in quanto i bambini nonché gli adolescenti hanno bisogno di trovare nella madre una donna accogliente e accudente seppur lavoratrice, e nel padre una figura di riferimento forte, vigorosa e determinata. L’assenza di cio’ puo’ provocare destabilizzazione nei figli e confusione,soprattutto per quanto riguarda le identificazioni, della figlia con la madre e del figlio con il padre.

In conclusione, si puo’ dire che, allo stato attuale, la situazione della donna e dell’uomo e’ molto completa e confusa, e ripensando all’800 non possiamo altro che invidiare la forte definizione dei ruoli, secolo in cui, vero e’, che la donna non aveva diritto al voto, conquistato in seguito, ma in cui aveva un ruolo forte di femmina, di donna, di madre e di moglie e l’uomo era uomo, un uomo su cui poter contare e ancora di riferimento, oggi e’ difficilmente cosi’. Ovviamente non va fatta una generalizzazione in entrambi i periodi storici ma una via di mezzo sarebbe la soluzione piu opportuna.

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