Categoria: Articoli salvavita psichica

Come far risalire l’autostima in tempi brevi

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Innanzitutto dobbiamo definire l’origine dell’autostima.

Correnti di pensiero dicono che sia di natura genetica, altre che sia di origine ambientale (vd. modello genitoriale) altre educative (vd.stili educativi).

Altri un mix.

Comunque sia, chi presenta un forma di autostima bassa soffre!

Non solo si vive come incapace, ma commette scelte non sempre adeguate che a loro volta incrinano ancor di piu’ l’autostima.

E allora come fare a risalire la china? Di seguito elencherò alcuni punti:

– accettare che oltre ai difetti si possiedono pregi e di conseguenza scoprirli e utilizzarli

– mettere in evidenza con se’ stessi e con gli altri, le proprie abilita’ senza vergognarsi

– essere consapevole della presenza di una parte interna denigratoria e svalutativa e arginarla

– allearsi con la parte “adulta sana” che funziona e far si ‘che  “abbracci” la parte infantile e vulnerabile insita in ciascuno di noi

– ammettere che, seppur si commettono degli errori, esso e’ un processo umano, ed e’ tutto riparabile

– non pretendere da se’  l’eccesso ed ossessivamente il successo ( se esso avviene da solo tanto meglio)

– imparare a godere dei propri successi e delle proprie capacita’

Ed infine non provare il senso di colpa di essere una persona capace!

Sono 8 punti non del tutto facili da perseguire, ma solo il riuscire a raggiungerne qualcuno potrebbe cambiare e/o modificare non solo l’autostima ma anche la qualità della vita in una direzione positiva.

A volte ci si innamora del personaggio non della persona: ecco il perche’

Ci sono persone che si innamorano piu’ del personaggio che della persona in se’. Chiaramente cio’ non e’ evidente sin dall’inizio del rapporto. Per personaggio intendiamo ruoli, maschere, titoli e comportamenti della persona; l’accezione puo’ essere sia positiva quanto negativa.

Spesso si puo’ osservare che al personaggio si senta come il bisogno di assegnare sia idealizzazioni che aspettative fino al punto di non scorgere alcun lato della persona in se’, ma vedere solo il personaggio che abbiamo costruito con l’aiuto degli atteggiamenti della persona stessa.

Ma perche’ si compie questo tipo di operazione psichica? Le risposte sono molteplici. Provero’ ad elencarne alcune:

– per colmare un vuoto interiore

– per timore della solitudine

– per desiderio di innamorarsi

– per bisogni arcaici di una figura di riferimento

– per difficolta’ di stare in una relazione autentica

Ma cosa succede quando dovesse caderci il velo dagli occhi?

Talvolta, se non spesso, si scopre una persona che e’ completamente diversa dal personaggio che ci siamo rappresentati o di cui ci siamo innamorati.

In tal caso se non c’e’ amore per la persona, la scoperta si tramuta in delusione dando origine a conflitti interni ed esterni, a rabbia perche’ l’altro/a non risponde alle aspettative che ci eravamo create ma soprattutto disillusione rispetto al sogno che abbiamo costruito intorno ad essa.

Spesso questo fenomeno puo’ durare anni, specialmente se il personaggio e’ il precipitato di una personalità narcisista,perpetrando una relazione disfunzionale dai contorni positivi con un interno fortemente tossico per entrambi.

Il risveglio dal “torpore” ci induce a “vedere” l’altro/a ma soprattutto ci induce ad entrare in rapporto con noi stessi, con il bisogno che abbiamo avuto  di creare un personaggio a cui far aderire i nostri desideri e bisogni, ma che non ha nulla a che fare con la persona da cui ci siamo sentiti attratti.

Spesso questo fenomeno, per ragioni sociali e sociologiche, e’ piu diffuso nel mondo femminile che in quello maschile.

Sembrerebbe che la donna abbia maggiormente necessita’,rispetto all’uomo,di innamorarsi e di idealizzare, tendendo quindi piu’ facilmente alla costruzione di un personaggio ideale da attribuire all’uomo da cui si viene attratte piuttosto che dalla persona stessa.

D’altronde amare la “persona” e non il personaggio, e’ cosa molto piu’ complessa, perche’ scevra dalle aspettative e dalle idealizzazioni ma colma di sentimenti puri, rispetto e considerazione non per quello che la persona rappresenta ma per cio’ che la persona e’.

L’ammirazione o l’amore verso chi ci fa del male: cosa succede e come uscirne

In alcune relazioni disfunzionali miste di  terrore ed isolamento, l’atteggiamento della vittima verso il suo aggressore può persino diventare patologico quando si presenta un legame di ammirazione,ringraziamento ed identificazione.

Un classico esempio dell’identificazione con l’aggressore è la cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”. In questo caso, le vittime instaurano un legame affettivo con i loro carcerieri durante un sequestro.

Questa sindrome porta anche il nome di “legame traumatico” e descrive i sentimenti e i comportamenti positivi da parte delle vittime verso i loro aggressori, così come gli atteggiamenti di rifiuto verso tutto ciò che va contro la mentalità e le intenzioni dei malfattori, nonostante i danni subiti.

Quando si rimane alla mercé di un aggressore, appaiono elevate dosi di terrore ed angoscia, che portano come conseguenza una regressione infantile. Tale involuzione viene vissuta come una sorta di sentimento di gratitudine nei confronti dell’aggressore, poiché lo si inizia a vedere come qualcuno che soddisfa le nostre necessità basilari; è per questo motivo che la vittima riprende, in qualche modo, ad essere un bambino.

L’assalitore dà da ‘mangiare’, e’ una sorta di carburante velenoso e la vittima non può  che sentire gratitudine verso l’assalitore che la lascia in vita.

Si dimentica che egli è proprio l’origine della sua sofferenza.

Il metodo usuale di un aggressore sta nell’intimidire la vittima quando è indifesa. In altre parole, l’assalitore abusa della sua vittima quando questa è vulnerabile.

A questo punto, la vittima è terrorizzata e difficilmente proverà a difendersi; questo succede perché la vittima crede che, se si sottomette, avrà maggiori possibilità di sopravvivere, e non perdera’ l’amato se si tratta di una relazione amorosa.

Il legame emotivo tra la vittima dell’intimidazione e dell’abuso e il maltrattatore è, in realtà, una strategia di sopravvivenza. Una volta compresa questa relazione, è più semplice capire perché la vittima appoggia, difende e persino ama il suo aggressore.

Quel che è certo è che le situazioni di questo tipo non si presentano solo in occasione di un sequestro, sono anzi molto più frequenti di quello che pensiamo e sono tipiche dei casi di violenza sulle donne

Ogni trauma originato da un atto violento lascia una traccia profonda nel cuore umano. Per questo motivo, ci sono volte in cui l’identificazione con l’aggressore si attiva senza che esista un legame stretto con lui.

Il potere posseduto dall’aggressore incute così tanta paura che la persona finisce per imitarlo, allo scopo di scongiurare il timore di un possibile confronto: questo comportamento legittima l’uso della violenza di cui si è stati vittima.

Da vittime ad aggressori

Una persona vittima di un abuso anche psicologico  corre il rischio di diventare a sua volta un aggressore, poiché si sforza di comprendere l’accaduto, senza riuscirci. È come se la personalità si diluisse nella confusione e si creasse un vuoto che viene poco a poco riempito con le caratteristiche dell’assalitore; è così che nasce l’identificazione con il proprio carceriere e/o carnefice.

A questo punto, è bene chiarire che tutto questo processo si sviluppa in modo inconsapevole. La vittima è convinta che, se riuscirà ad appropriarsi delle caratteristiche dell’aggressore, potrà neutralizzarlo. Si ossessiona con questo obiettivo, ci prova costantemente ed è con questa dinamica che finisce per assomigliare al maltrattatore.

Quest’ultimo ovviamente non sara’ contento di tutto cio’ e continuerà’ nella sua opera sadica con l’intento di distruggere del tutto la vittima purtroppo spesso riuscendosi (vd. Anche i casi di femminicidio). Uscire fuori da questi tipi di relazione disfunzionali e’ molto complesso ma si puo’, soprattutto se si viene seguiti da uno psicoterapeuta che aiuti la vittima ad uscire dalla relazione, cercando di farla guardare in se stessa e ai suoi bisogni profondi  e antichi

L’angoscia d’abbandono: cause, conseguenze e soluzioni

 La base neurofisiologica dell’ansia è qualitativamente differente dall’angoscia ma vengono spesso usate come sinonimi

Il punto centrale, infatti, è l’abbandono, o meglio, la separazione vissuta dalla persona come abbandono: ecco che scattano una serie di meccanismi e di comportamenti che tentano di arginare, contenere e allontanare la possibilità che l’altro se ne vada e che ci lasci soli con la nostra vita.

La paura di essere abbandonati appartiene a ciascuno di noi: da bambini temiamo di essere abbandonati dai nostri genitori, da adulti abbiamo il timore di perdere le persone che amiamo e di rimanere per sempre senza legami affettivi. Il risultato è che molto spesso si creano delle relazioni emotivamente dipendenti e poco sane basate sulla paura di perdere l’altro anziché sulla gioia di dare incondizionatamente.

Ecco allora che si sviluppa attaccamento e desiderio di possesso: esattamente il contrario della libertà, principio fondamentale dell’amore e dell’amicizia.

La trappola dell’abbandono scatta principalmente nelle relazioni più intime e può essere scatenata o da perdite o separazioni reali come  un trasloco, il divorzio, l’abbandono o la morte o da qualsiasi altra causa che preveda un’interruzione del contatto con l’altro.

Altre volte la paura dell’abbandono si manifesta nell’impossibilità di troncare relazioni dannose siano esse di amicizia, di amore o di lavoro. Pur riconoscendo che quelle relazioni non siano fatte per noi e non ci facciano stare bene, non riusciamo a troncarle per paura di rimanere soli. Così facendo non solo prolunghiamo questa sofferenza, ma escludiamo ogni possibilità di aprirci a nuove relazioni più salutari e adatte a noi (e all’altro). In altri casi, siamo così scottati e in preda alla paura da chiuderci totalmente e non volere più nessuno accanto per paura di essere abbandonati un’altra volta. La paura di soffrire è così forte che preferiamo anticipare ogni mossa e troncare quella relazione prima che le cose accadano realmente nell’illusione di poter controllare le nostre emozioni, provocando in realtà tristezza e frustrazione. La felicità è un diritto di nascita e avere delle relazioni soddisfacenti nella nostra vita è possibile.L’ansia dell’abbandono è così definita perché, appunto, si esprime con stati di forte ansia. Ma è possibile che la percezione della perdita si manifesti anche in altro modo, per esempio con la tristezza, il senso di vuoto, la rabbia o l’ira.

«Chi soffre della paura dell’abbandono molto spesso finisce per mettere in atto comportamenti che la aggravano, per esempio evitare di legarsi agli altri»

Quali sono le origini dell’angoscia d’abbandono?

Esistono degli eventi nella vita che portano, per vari motivi, a costituire un attaccamento insicuro che, “a quanto pare”, si trova alla base del disturbo di ansia da separazione diagnosticato come disturbo dell’età pediatrica dal DSM IV TR, ma anche alla base di relazioni patologiche segnate dall’ansia da abbandono che si manifestano nell’età adulta.

L’angoscia di abbandono richiama un senso di vuoto, di smarrimento di fronte alla vita stessa, che improvvisamente appare defraudata di significato. Essa nasce dalla percezione di “non essere nella testa di nessuno”, nel cuore di nessuno: in assenza dell’altro che ci faccia da specchio, la paura più profonda è quella di non esistere più. Per comprendere questa sensazione basti pensare al bambino che si nasconde per gioco, ma che non venga trovato da nessuno.

L’angoscia di abbandono affonda le radici nella prima infanzia, e nelle modalità con le quali si sono affrontate le piccole e grandi separazione nella vita. Queste separazioni in fondo sono rivoluzioni necessarie nello sviluppo dell’individuo: da ogni certezza lasciata alle spalle nasce una nuova sfida che porterà ad un nuovo traguardo. Per riuscire a vederla in questo modo, è necessario affrontare un percorso personale psicoterapeutico che vada a colmare quel vuoto originario che ci si porta dietro ovunque si vada, e dal quale si cerca salvezza in ogni nuova relazione che si intraprende. Solo appianando quel vuoto personale sarà finalmente possibile star bene (anche) in due.

 

L’ansia da abbandono begli adulti

L’ansia da abbandono, o angoscia abbandonica, la possiamo trovare nelle forme di relazioni dipendenti che ci circondano, la troviamo nel disturbo di personalità dipendente , la vediamo nell’annullamento di sé che si instaura nei rapporti d’amore e nella fuga che si scatena nel partner.

L’angoscia, più dell’ansia, è profonda e penetrante

Le relazioni patologiche e l’ansia d’abbandono

Esistono delle relazioni fortissime scambiate per amore profondo ma che in realtà sono soggette alle leggi dell’ansia da abbandono di uno de partner. C’è uno dei due che si pone come “l’incapace” e che, automaticamente, investe l’altro di un grande potere: ogni cosa è fatta per evitare che l’altro vada via, per evitare quell’allontanamento vissuto come perdita e abbandono perché riattiva echi lontani di un bambino che ha vissuto una relazione affettiva genitoriale poco stabile, povera di nutrimento amorevole e affettivo.

Chi soffre di ansia di abbandono parla d’amore ma non lo sa provare, chiede amore, ma non sa come darlo, si dice innamorato, ma non sa cosa significhi, si perde nell’altro mantenendo il controllo della relazione. l

Entrambi i partner sono persone incapaci di essere autonomi: l’uno vive per l’altro, ognuno cerca di colmare il proprio vuoto interiore attraverso il compagno, tentando di avere, inutilmente, nutrimento da una relazione che è sterile di per sé perché incapace di aprirsi e vivere in maniera onesta. Ma che succede quando il partner se ne va a chi soffre di ansia da abbandono? Spesso si ha la sensazione di morire, di disgregarsi, di andare letteralmente in pezzi o invece la ricerca spasmodica di un nuovo partner che possa aiutarlo a placare e a sedare la sua ansia attraverso la sua finta presenza.

Come superare l’angoscia d’abbandono

L’obiettivo e’ riuscire a percepirsi come persone in grado di nutrirsi da sole, imparare a percepire il proprio vuoto interiore.

 Recuperare se stessi, riconoscere i propri bisogni, imparare a guardare se stessi e l’altro per quello che si è il primo passo. Il secondo è farsi aiutare. Un percorso con uno psicoterapeuta è forse la strada migliore per poter vedere e attraversare tutto il dolore passato che alimenta e vive nel disturbo presente.

Di seguito elenco vari modi per superare l’angoscia d’abbandono

1. Come per molti altri comportamenti disfunzionali, la parola chiave è consapevolezza. (Sconfiggere i propri fantasmi interni). Ammettere a noi stessi di avere paura di qualcosa e riconoscere quella paura– in questo caso essere abbandonati e rimanere soli – è il primo passo verso la trasformazione.

2. Lavorare sulla propria identità
Quando siamo innamorati, sopravvalutiamo l’altro, che ci sembra perfetto così com’è. In realtà, stiamo trasferendo all’altro tutte le qualità che vorremmo avere noi. Quando poi la relazione finisce, ci sentiamo persi, come se non valessimo niente senza l’altro a fianco. Piuttosto che cercare nell’altro le qualità che non abbiamo e che vorremo avere, cerchiamo di costruircele dentro di noi.

3. Guardare il lato positivo
Il distacco porta con sé anche degli aspetti positivi. Tutto accade per una ragione; se una relazione – di qualsiasi tipo – arriva al capolinea è perché non è più adatta a noi. Quando lasciamo passare un po’ di tempo e ci guardiamo indietro, ci accorgiamo di come il distacco sia stato un’importante fonte di riflessione, una ricchezza che ci ha fatto crescere, ci ha fatto vedere il mondo da un altro punto di vista e ci ha offerto più opportunità.

4. Smettere di generalizzare
Generalizzare ci porta a distorcere la realtà e a cancellare i dettagli che invece fanno la differenza. Così finiamo per non vedere le vie di mezzo, e pensiamo in termini di tutto o niente, bianco o nero.
Il fatto che un uomo o una donna ci abbia lasciato non significa che tutti gli uomini e tutte le donne siano uguali e si comportino allo stesso modo. Generalizzare ci allontana dalla fiducia, che invece è il pilastro su cui si dovrebbero fondare le nostre relazioni.

5. Godere delle relazioni che si hanno al momento
Il qui e ora è l’unico momento che esiste, l’unica certezza che hai. Pre-occuparsi delle cose prima che accadano è assolutamente inutile. Nulla è per sempre – siano essi momenti belli o brutti. Tutto è impermanente. Riuscire a godere delle relazioni che si hanno ora, esattamente nel luogo in cui ci si  trova con le persone che si hanno di fianco.

I partner delle persone con l’angoscia d’abbandono

Il modello di relazione sviluppatosi in infanzia, positivo o negativo che sia, tende a preservarsi attraverso particolari meccanismi: innanzitutto, influenzando i “gusti” personali. Generalmente, coloro che sono convinti dell’instabilità delle relazioni finiscono per stabilire legami proprio con persone instabili, emotivamente inaffidabili o incapaci di impegnarsi in un rapporto durevole. Al contrario, non sembrano altrettanto attratte da chi mostra stabilità e capacità d’impegno. Pur sapendo che questo secondo tipo di partner consentirebbe loro di rischiare meno l’abbandono, sembrano spinte verso individui della prima tipologia forse riconoscendoli, inconsapevolmente, più coincidenti alla loro idea di figura di riferimento.

La scelta di persone poco accessibili o inaffidabili finisce, in un circolo vizioso, per tenere viva la percezione d’instabilità delle relazioni e, quindi, la paura dell’abbandono.

Le conseguenze  della paura dell’abbandono e le strategie disfunzionali

Altri fattori, oltre alla scelta di partner poco affidabili, mantengono viva la paura dell’abbandono. In particolare tre strategie disfunzionali che, spesso, vengono adottate nelle relazioni. Si tratta dei comportamenti di evitamento, d’ipercompensazione e di resa.

Un esempio di comportamento d’evitamento è decidere di non legarsi sentimentalmente. Molte persone con ansia d’abbandono, in effetti, tendono a condurre una vita in solitudine.

Un esempio di comportamento d’ipercompensazione è controllare gli spostamenti del partner per accertarsi che non stia facendo niente di dannoso o scorretto. Chi utilizza l’ipercompensazione può mostrarsi estremamente possessivo, per esempio aggredendo chiunque possa minacciare la relazione. Lo scopo è impedire l’insorgere della paura dell’abbandono o l’abbandono vero e proprio

Un esempio di comportamento di resa è la “scenata” di gelosia.

A questo punto, in conclusione di questo articolo, vorrei sottolineare la necessita’ di un supporto psicologico che aiuti l’individuo “dipendente e con angoscia di abbandono” a trovare in se stesso risorse che vadano a nutrire quel vuoto arcaico che tanto lo fa soffrire: e che lo porta non solo ad immergersi in relazioni disfunzionali ma anche ad avere paura di guardare il proprio vuoto.

Il terapeuta dovrebbe essere capace, in alleanza con paziente, a riempire quel vuoto facendo si che il paziente stesso, scoprendo le proprie risorse o trovandone delle nuove possa vivere bene godendo di se stesso e di ciò’ che e’ capace di essere e di fare. Ognuno di noi ha talenti nascosti e sotterranei a cui poter attingere per stare meglio indipendentemente dagli altri, da solo qualora non vi siano intorno persone positive alla sua vita. Stare soli non e’ una condizione negativa, posto che si stia veramente soli in questa società’ che ci da tante possibilità nel sociale. Infine la consapevolezza e la comprensione dell’origine di questi timori, ansie e angosce consente al paziente di affrontare la solitudine in modo più’ sereno – modalità che certamente porterebbe alla scomparsa di tali sintomi e ad un buon rapporto con se stessi.

L’entusiasmo: l’anima dei desideri e l’altra parte della medaglia

Ci siamo entusiasmati tutti per qualcosa o qualcuno nella vita. Proviamo a  ricordare un momento in cui avete sperimentato questo sentimento molto intenso. L’entusiasmo era legato ad altre variabili mentali, tra le quali una ben precisa: la motivazione

Quando qualcosa o qualcuno ci piace davvero e non riusciamo a “godercelo”………In altre parole, l’entusiasmo agirebbe come un elemento chiave che ci predispone all’azione.Come un motore. Ma come mai l’entusiasmo è così potente?

Non rifiutare i tuoi sogni. Che mondo sarebbe senza entusiasmo?

Ramón de Campeador

Ma cosa e’ l’entusiasmo?

Se pensiamo all’entusiasmo, ci vengono in mente cose positive per definirlo. In genere, quindi, lo associamo a valori e ad esperienze positive. Ci aiuta a cercare un cambiamento e a migliorare come persone. Ma non finisce qui, l’entusiasmo ci fa crescere e aumenta la nostra qualità di vita, senza contare il fatto che è di grande motivazione per fare quello che ci fa stare bene, per raggiungere i nostri obiettivi, i nostri sogni.

Questo sentimento ci motiva a ricorrere ai mezzi necessari per raggiungere l’obiettivo sottostante allo stesso. È una speranza iniziale, alimentata dall’idea o dal presentimento di aver trovato qualcosa di positivo, vale a dire che è l’entusiasmo a stimolarci e lo fa con le azioni che mettiamo in pratica per raggiungere il nostro obiettivo, così come attraverso la consapevolezza.

Il talento è necessario, ma senza entusiasmo non si può arrivare davvero lontano.

Fernando Trujillo Sanz

Per esempio: l’entusiasmo si manifesta quando vediamo l’offerta di lavoro che desideriamo, ovvero lo stimolo o quando capiamo di essere corrisposti da una persona che ci piace.Tuttavia, è presente anche mentre stiliamo il curriculum e ci prepariamo per il colloquio per ottenere quel posto oppure quando stiamo per incontrare la persona desiderata. Infine, quando veniamo selezionati per quel lavoro (la conseguenza),o siamo corrisposti affettivamente, in genere tale sensazione rimane.

In definitiva, l’entusiasmo in parte nasce dalla fantasia, dai sogni e dall’immaginare di avere almeno una possibilità di ottenere quello che vogliamo. Si materializza quando iniziamo a percorrere la strada per raggiungere l’obiettivo o firmiamo un contratto o stabiliamo la relazione tanto desiderata e ci impegniamo a non arrenderci al primo ostacolo, reale o immaginario che sia, previsto o imprevisto.

Le componenti dell’entusiasmo

Come abbiamo visto, l’entusiasmo è stimolo, risposta e conseguenza, ma si compone di molti altri elementi. Alcuni sono legati alle emozioni, soprattutto di carattere positivo. In questo senso, è associato all’allegria e alla felicità, ma anche alla voglia di vivere e talvolta di sopravvivere.

Infine, essendo l’entusiasmo una risposta, comprende elementi legati all’azione e al comportamento e a tutti quei comportamenti che portiamo a termine quando ci entusiasmiamo e siamo motivati a raggiungere un certo obiettivo.

L’entusiasmo e la sua parte oscura

Da quanto detto finora emerge un’idea fondamentale: l’importanza dell’entusiasmo come stimolo di crescita. Quando siamo entusiasti, siamo molto più bravi ad affrontare i diversi ostacoli che si presentano sul nostro cammino, senza paralizzarci e senza perdere l’energia. Diventiamo più potenti.

Riusciamo ad andare avanti nonostante l’incertezza circa il conseguimento dell’obiettivo prefissato. Come in altri ambiti della nostra vita, il controllo spetta a noi. Se ci prefissiamo degli obiettivi irraggiungibili, a lungo andare perdiamo tempo e ci sentiamo peggio.

L’entusiasmo sembra svanire come per magia se ci troviamo in una situazione depressiva (dovuta sia a fattori esterni che interni): ci sembra che non ci sia nulla per cui vivere, non vediamo più la realtà con gli occhi della vita pensi solo oscurità e buio. L’entusiasmo e’ il primo a scemare e la sua mancanza non solo paralizza l’individuo ma lo rende evidentemente malinconico e privo di energia.

L’entusiasmo e’ necessario che sia anche adeguato agli obiettivi che vogliamo raggiungere onde evitare livelli di frustrazione troppo elevati.

Approfondiamo meglio con un esempio: se ci piace la musica, ma non le abbiamo dedicato né tempo né tanto meno studi specifici, ma consideriamo l’idea di lasciare il nostro lavoro per appartenere al mondo della musica, di sicuro andremo incontro al fallimento. Di conseguenza, staremo male e di sicuro non ci imbarcheremo in altri progetti. Ed è propria questa l’altra faccia dell’entusiasmo, la frustrazione che invece di stimolarci a crescere, ci paralizza.

Considerando l’entusiasmo come il motore della nostra vita e l’anima dei desideri e’ auspicabile continuare ad entusiasmarci e a voler migliorare, ma con la consapevolezza che “non ne va della nostra vita ma e’ importante!”  Come e’ fondamentale trovare degli obiettivi che ci entusiasmino, ma devono essere realistici e non una fonte continua di frustrazione. Solo così potremmo avere quella  forza positiva che continuerà a crescere e autoalimentandosi ci potrà’ portare ad ottenere ciò’ che non avremmo mai pensato di raggiungere.

Il cuore e’ una ricchezza che non si vende  e non si compra……si dona

Si nasce cosi’ con un cuore che batte sin dalle origini, che ci consente di vivere: ma non e’ solo un organo che pulsa e’ qualcosa di più, e’ la sede dell’amore, quello puro.

C’e’ chi in pancia lo ha già arricchito, c’e’ chi no: c’e’ chi ha già ricevuto il giusto nutrimento da bimbo e c’e’ chi e’ meno fortunato, c’e’ chi e’ costretto a crearsi un cuore duro, corazzato o chi addirittura lo ha spento prima che la natura lo voglia.

Chi ha cuore si dona, non fa eccezioni, non fa cernite, certamente e’ una persona più esposta delle altre, ma lo fa perché lo sente, perché gli/le piace farlo, perché lo desidera. Tutto ciò davvero non si può comprare ne’ tantomeno vendere, perché e’ un patrimonio di grande ricchezza che appartiene esclusivamente all’individuo; si può donare…..quello si.

E allora chi ha “cuore” può imbattersi in chi ha bisogno del suo cuore, delle sue cure, delle sue attenzioni e allora si fa un dono senza pretendere nulla in cambio. Ma può anche succedere che chi ha cuore e vuole donare, venga respinto, perché dall’altra parte, pur essendoci un bisogno tangibile, non c’e’ il desiderio di ricevere (magari lo vorrebbe comprare) o ancor peggio c’e’ l’invidia che qualcuno sappia donare un parte si se’ e lui/lei non lo sappia fare.

Il donare senza avere nulla in cambio lo considero una delle più alte e sublimi capacita’ dell’essere umano: purtroppo non sempre si e’ compresi, non sempre si e’ accolti, non sempre si e’ accettati, ma si va avanti perché si ha un “ cuore” che riconosce i bisogni altrui scavalcando corazze e maschere, che certuni mettono per poter vivere decentemente.

Ma chi ha “cuore” lo deve anche proteggere. E’ una protezione salvifica soprattutto dai vampiri energetici, da coloro che pur riconoscendo nell’altro la presenza di un “cuore” mirano ad attaccarlo, a giocare con esso, a succhiarlo fino a che il possessore di “cuore” lo permetterà.

I vampiri energetici si devono nutrire del “cuore” per sopravvivere al tempo: e’ una lotta tra il vampiro e il tempo in cui se il vampiro non ha il “cuore” di qualcun altro il  suo tempo si riduce, se invece riesce a nutrirsi vivrà di più.

Invece l’accettazione del cuore donato, e’ una delle altre sublimi capacita’ dell’essere umano; e’ l’atteggiamento umile di chi sa che ha bisogno delle cure e delle attenzione e dell’amore dell’altro per poter vivere. E’ un grande atto di umiltà che comporta la messa in campo di tutto se stesso. E’ cosi che si creano le relazioni d’amore in senso esteso, chiunque esso/a sia, di qualunque eta’, sesso, etnia o religione.

E allora il cuore si dona ma non si vende.

Il cuore non lo si tiene tutto per se’ poiché’ sarebbe una forma egoistica che di certo non appartiene a chi ha “cuore”.

La separazione comporta una sofferenza che si puo’ superare

La separazione costituisce un evento dal potenziale altamente stressogeno,

Non tutti si separano in egual modo perché ognuno di noi ha una storia e un vissuto personale che determinano percorsi di separazione differenti: alcune coppie ci arrivano attraverso riflessioni condivise e scelte ponderate, per altre l’interruzione del rapporto giunge dopo  litigi e conflittualità, per altre ancora è frutto di una decisione unilaterale.

E’ superfluo dire che la separazione genera uno stress nell’essere umano e spesso può essere considerato un micro lutto. Il potenziale destabilizzante non riguarda solo la decisione di separarsi come evento unico, ma coinvolge l’intera gamma di esperienze emotivamente difficili che solitamente precedono e seguono la fine di una storia. Le conseguenze collaterali, come il cambio di residenza di uno dei partner, la modifica delle modalità e dei tempi di frequentazione dei figli, le implicazioni economiche, i cambiamenti relazionali costituiscono ulteriori fonti di stress, che si sommano alla dolorosa necessità di rielaborare il significato delle proprie scelte di vita e la propria identità.

Inizialmente la separazione genera nell’individuo incredulità, negazione e sofferenza,destabilizzazione ma e’ necessario poi  riuscire a mobilitare una quota di risorse che consente di ritrovare un soddisfacente equilibrio emotivo e psicologico. Purtroppo pero’ spesso può emergere un’incapacità di voltare pagina, di riprendere in mano la propria esistenza, di superare il dolore legato alla separazione. Si tratta di situazioni in cui la sofferenza soggettiva va ben oltre la fisiologica elaborazione della fine di un legame. La sintomatologia è molto più intensa e duratura, spesso accompagnata da pensieri intrusivi, disturbi del sonno, stati di costante tensione e iper-arousal, evitamento di stimoli (comportamenti, luoghi, contesti e/o persone) associati all’evento traumatico. La fissazione su alcuni elementi della separazione sembra precludere la possibilità di concentrarsi su altro e l’intera esistenza dell’individuo finisce per ruotare attorno a questa tematica. (Riva)

In questi casi è possibile che le dinamiche stressogene della separazione s’innestino in modo particolare su pregresse caratteristiche di funzionamento dell’individuo, assumendo una valenza traumatica. Di seguito i segnali più ricorrenti di questa dolorosa condizione:

  • pensieri intrusivi, ossia ricordi involontari legati ai momenti di maggiore stress che si presentano all’improvviso, rinnovando disagio e sofferenza;
  • disturbi del sonno (fatica ad addormentarsi, sonno leggero, incubi e/o risvegli precoci);
  • evitamento di stimoli che richiamino alla mente la relazione con l’ex partner (passare di fronte al ristorante abituale, incontrare amici comuni, ecc.), generando ansia;
  • difficoltà di concentrazione;
  • disagi somatici (problemi di stomaco, cefalea, tensione e/o stanchezza cronica);
  • disperazione e senso di vulnerabilità derivanti dalla non accettazione della separazione che impediscono alla persona di pensare al futuro in modo adeguato con il rischio conseguente di manifestare irritazione verso l’entourage familiare e amicale e/o indifferenza verso cose che in precedenza erano importanti.

La psicoterapia, attraverso il sostegno psicologico, può rivelarsi fondamentale per non cronicizzare la situazione di stallo e sofferenza. Infatti quando un individuo assiste o si trova a vivere un evento traumatico (un conflitto molto elevato, una perdita, un abbandono, la scoperta di un tradimento, ecc.), il ricordo connesso si “congela” nella mente nella sua forma ansiogena originale nello stesso modo in cui è stato vissuto. L’informazione “congelata” non riesce a essere elaborata “naturalmente”, come avviene per gli eventi di minore impatto (un litigio di poco conto, una piccola frustrazione, ecc.), e quindi rischia di continuare a condizionare in senso patologico il funzionamento dell’individuo. Questa e’ la fonte di sofferenza maggiore. Con la psicoterapia si cerca di riorganizzare l’evento traumatico come fossero tasselli di puzzle che vanno a ricomporre un unicum. Inoltre anche la terapia dell’Emdr  puo’ fornire un aiuto importante perché a fronte del ricordo del trauma e dell’esperienze ad esso connesse non si provi più quel gradiente di sofferenza che blocca l’ individuo ad andare avanti e a ricostruire una vita migliore.

I DISTURBI DI PERSONALITA’ BORDERLINE (BPD) E IL TRATTAMENTO CON L’EMDR

I soggetti a cui è diagnosticato il disturbo di personalità borderline (BPD) di solito soffrono di sensibili menomazioni nelle loro abilità funzionali. Impulsività, instabilità affettiva, difficoltà interpersonali e problemi di identità sono i caratteri più tipici di questo disturbo, che frequentemente porta a comportamenti suicidi o para-suicidari. Se il BPD è stato tradizionalmente considerato come cronico e durevole, la ricerca recente ha dimostrato che la sua remissione è possibile nel tempo e che la psicoterapia può accelerare questo processo. L’eziologia del BPD è stata associata ad abusi infantili e ad affettività inadeguata. Dato il significato di abuso e trauma infantile, l’EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing, come terapia del trauma riconosciuta, può essere una opzione ragionevole di trattamento per la BPD. 

Le teorie correnti indicano che l’eziologia del BPD può essere collegata a fattori genetici o neurobiologici, ambiente familiare (incluso attaccamento, patologie genitoriali e abusi infantili), e fattori sociali. L’incidenza di abusi sessuali all’interno di questa popolazione è alta . Canarini e colleghi (1989) hanno osservato che il 72% degli individui con BPD riferivano di abusi verbali, il 48% di abusi fisici e il 26% abusi sessuali. Allen (2003) ha ipotizzato che coloro che avevano sperimentato traumi fossero meno suscettibili ad avere una remissione degli altri e ha raccomandato ulteriori indagini in tal senso. Un abuso infantile precoce (ad es. età media 4 anni) è stato in particolare associato a diagnosi di BPD e a disturbi da stress post-traumatico (PTSD), il che ha indotto alcuni a ritenere che una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress complesso fosse più adatta in questi casi . Poiché il trauma è un aspetto saliente del BPD, ci si aspetterebbe un trattamento volto ad affrontare esperienze traumatiche, se si vuole avere un effetto benefico. Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione , che è il quadro teorico dietro l’EMDR, chiarisce l’impatto di esperienze traumatiche sulla funzionalità del paziente e fornisce una base razionale per l’utilizzo dell’EMDR nel trattamento del BPD ( Shapiro 2001).

Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione considera gli eventi traumatici tipicamente associati al disturbo post-traumatico da stress, come “grandi eventi T”. Gli abusi fisici e sessuali infantili, spesso sperimentati da individui con diagnosi di disturbo di personalità’ borderline, si inseriscono chiaramente in questi “grandi eventi T”.

Le risposte ambientali invalidanti associate allo sviluppo del BPD  che vanno oltre l’abuso fisico ed includono esperienze pervasive di umiliazione, rifiuto, scarsa considerazione, sarebbero considerate “ traumi con la “t” minuscola. Inoltre si è ipotizzato che l’incapacità del genitore di regolare l’emozione negativa di un figlio attraverso la possibilità di rispecchiare se stesso, può condurre ad una escalation emozionale che si può considerare traumatica . La successiva mancanza di affettività nella prima infanzia può limitare l’abilità del soggetto nello sviluppare abilità auto-calmanti e auto-regolanti, abilità che mancano spesso in soggetti con diagnosi di disturbo di personalità borderline.

Nel corso di studi controllati l’EMDR risulta aver affrontato con successo il disturbo post-traumatico da stress e altri traumi. Perciò, data la prevalenza di traumi all’interno della popolazione sofferente di disturbi di personalità borderline, l’EMDR sembrerebbe un metodo adeguato per curare i fattori esperienziali che contribuiscono a questo disturbo (es: traumi precoci).

Eventi passati rielaborati non producono più le emozioni disfunzionali che avevano creato le valutazioni negative di sé e le percezioni e reazioni interpersonali negative.

L’obiettivo clinico, in conclusione,  non è solo di ridurre i sintomi manifesti, ma di facilitare lo sviluppo di una sana vita adulta, in grado di trovare sollievo, provare l’intera gamma di emozioni e mantenere un senso adattivo di sé e una coscienza esterna. Oltre alle ovvie implicazioni sociali, queste abilità sono necessarie anche per gettare le fondamenta di modelli genitoriali potenzialmente necessari per contribuire ad arrestare la trasmissione di sofferenza da una generazione all’altra. (Shapiro)

Come rinascere per vivere meglio

  1. Ciò che diciamo principio

spesso è la fine, e finire

è cominciare.

(Thomas Stearns Eliot)

La depressione arriva e s’insinua nella vita di chi ne soffre in modo lento e graduale e, a poco a poco, divora la voglia di vivere. L’apatia, la stanchezza, la fatica di prendersi cura di sé, la perdita di piacere e di interesse per la vita, l’isolamento e il bisogno di stare soli sono solo alcuni dei sintomi di questo stato emotivo.

Pochi disagi ricordano da così vicino la morte e ci mettono in contatto con il vuoto e la mancanza di senso. Si precipita nel passato,vi si implode dentro e non resta spazio né per il presente né per il futuro.

Ma la depressione, come qualsiasi sintomo o stato di crisi, contiene in sè il seme dell’opportunità e della rinascita.

La depressione diventa una modalità che protegge dall’entrare in contatto col male che fa questa antica ferita. Paradossalmente, preferiamo ammalarci che ammettere di non essere stati amati in modo soddisfacente e che molte scelte attuali della nostra vita sono legate a doppio filo a questo passato.

Paradossalmente, proprio contattando la sensazione di annientamento, si può tornare a trovare il gancio con la realtà, accorgendosi di essere vivo e di poter compiere scelte attive verso la propria trasformazione ed evoluzione. Manifestando il dolore e la rabbia per il torto subito, smettendo di negare ciò che è stato, torniamo ad essere noi gli unici responsabili della nostra vita. Individuiamo i nostri veri bisogni e li separiamo dai condizionamenti esterni, dicendo NO alle aspettative altrui e SI a noi stessi. Rinunciamo agli ideali di perfezione (solo se sono perfetto, sarò amato) e  impariamo a accettarci e amarci per ciò che siamo.

La depressione, come ogni sintomo, è un’alleata preziosa che ci indica la via smarrita per permetterci di ritrovare il nostro vero Sè, la nostra verità e forza interiore.

E’ un cammino estremamente doloroso, faticoso e impegnativo, ma alla fine di esso, smettendo di cercare approvazione nell’altro e rinunciando all’illusione che un giorno qualcosa o qualcuno ci risarcirà, impariamo a darci valore, ritroviamo il diritto di esistere, scopriamo di essere in grado di salvarci da soli.

Rinascita. Ma per risorgere, per rinascere ad un nuovo me stesso, ad una nuova combinazione unica ed irripetibile del nostro assetto interiore psichico e spirituale abbiamo bisogno che prima sia tramontato. Bisogna tramontare, morire, cadere, per vedere l’alba del nuovo giorno. Nietzsche lo sapeva bene quando poeticamente scriveva “Amo coloro che tramontano”.

MA COME SI FA A STARE MEGLIO?

Attraverso la resilienza! Che cosa e’ la resilienza? Per resilienza si intende quando cadendo, ti pieghi ma non ti spezzi!Essa aiuta ad identificare le cause di un problema (affinché non si ripresenti più in futuro) e a controllare le emozioni e gli impulsi quando ci si trova in una situazione critica. Chi è resiliente, inoltre, ha anche un ottimismo realista, guarda positivamente al futuro, ha un’idea positiva della vita, ha la capacità di trovare sempre nuove sfide e nuove opportunità per raggiungere una maggiore soddisfazione.

D’altra parte, essere resilienti è sinonimo di buona salute (non solo fisica, ovviamente): le persone di questo tipo hanno una migliore immagine di se stesse, si criticano meno, hanno più successo nello studio e nel lavoro, incontrano più soddisfazione nelle relazioni e sono meno predisposte a soffrire di depressione, nonché maggiormente facilitate nell’uscirne. Il nostro corredo emozionale è ampio, si muove dalla gioia all’angoscia, e questo ha un significato. La cultura del sorriso, del pensiero positivo a tutti i costi, della felicità che ha imperversato negli ultimi decenni, ha tolto profondità alla vita psichica e spessore ai nostri stati d’animo. Inducendo a farci perdere contatto con parti di noi, sfuggendole o banalizzandole. Facendoci credere che la sofferenza vada solo curata, anestetizzata e annullata. Indagini recenti mostrano invece che le esperienze traumatiche smuovono, nella maggioranza dei casi, una rinascita psicologica positiva. Dopo un trauma, per quanto devastante, possiamo migliorare la nostra vita, e vivere esperienze di miglioramento che certe volte si rivelano intense come relazioni più profonde, senso di forza interiore, individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza.

Si parla a tal proposito di rinascita post-traumatica. Secondo gli psicologi statunitensi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, dell’università del North Carolina, il trauma smuove un progresso personale quando riesce a sfidare le convinzioni, le credenze consolidate nel tempo. Abbiamo bisogno di scuotere e smantellare la nostra visione del mondo, la nostra stessa identità, per ricostruirci in modo nuovo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le idee e ripartiamo da zero, meglio possiamo riorganizzarci per inseguire altre opportunità, aprire nuove vie.

Dopo perdite importanti, eventi avversi, accadimenti “sismici” – dal punto di vista psicologico -possiamo elaborare ciò che è successo, e arrivare, proprio attraverso lo sconforto, a vederci come non lo abbiamo mai fatto, a formulare domande alle quali non siamo mai arrivati. Lo smarrimento ci costringe a riesaminare il modo di pensare, di dare peso alle cose, può farci evadere dalla banalità degli stessi pensieri. La sofferenza permette di costruire nuovi obiettivi, schemi, significati. Di essere creativi. Soprattutto può offrire l’occasione di ricostruire noi stessi in modo più autentico, più fedele al nostro Io e al suo percorso di vita. Che è unico.

Ma alcuni psicologi, hanno scoperto che un evento destabilizzante può portare con sé anche benefici significativi. Secondo uno studio cominciato negli anni ’90 da Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, ricercatori della University of North Carolina, la rinascita post-traumatica coinvolgeva il 70% dei pazienti che, sopravvissuti ad un trauma, stavano affrontando una trasformazione psicologica positiva: possono crescere empatia ed altruismo, portando il soggetto ad agire di più nell’interesse del prossimo; si può sviluppare un senso di forza interiore legato, di conseguenza, a relazioni più gratificanti e anche, in alcuni casi, allo sviluppo di una maggiore consapevolezza spirituale.

Il termine “crescita post-traumatica” è stato coniato negli anni ’90 dagli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun per descrivere i casi di persone che avevano vissuto una profonda trasformazione mentre affrontavano diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. Circa il 70% dei sopravvissuti ad un trauma ha riportato una crescita psicologica positiva, come ha rivelato la ricerca.

La crescita dopo un trauma sia fisico che psichico può assumere forme diverse, inclusi una maggiore riconoscenza verso la vita, l’individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, di nuovi sentieri, relazioni interpersonali più gratificanti, una vita spirituale più ricca e una connessione con qualcosa di più grande, un senso di forza interiore.

DOPO UNA FORTE SOFFERENZA SI PUO’ DAVVERO RINASCERE?

Com’è possibile che dopo la sofferenza possiamo non solo ritornare al nostro stato precedente, ma anche migliorare profondamente le nostre vite? E perché alcune persone restano schiacciate da un trauma, mentre altre rifioriscono? Tedeschi e Calhoun spiegano che la crescita post-traumatica, in qualunque forma si presenti, può essere “un’esperienza di miglioramento che per alcune persone si rivela molto profonda”.

I due ricercatori dell’Università del North Carolina hanno creato il modello più diffuso finora per descrivere il processo di crescita post-traumatica. Secondo tale modello, le persone sviluppano naturalmente e si affidano ad una serie di credenze e supposizioni che si sono formate sul mondo. Per far sì che dopo il trauma ci sia una crescita, l’evento traumatico deve necessariamente sfidare tali convinzioni. Secondo Tedeschi e Calhoun il modo in cui il trauma distrugge la nostra visione del mondo, le nostre opinioni e la nostra identità, equivale ad un terremoto, le fondamenta dei nostri pensieri e delle nostre convizioni vanno in mille pezzi a causa della forza dell’impatto traumatico subito. Siamo scossi, quasi letteralmente, dalla nostra percezione ordinaria delle cose e ci tocca ricostruire noi stessi e il nostro mondo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le nostre precedenti identità e convinzioni e ripartiamo da zero.

Un evento psicologicamente “sismico” può far vacillare, minare o ridurre in macerie molte delle strutture schematiche che hanno guidato la nostra comprensione delle cose, le nostre decisioni e il senso che diamo al mondo.

La ricostruzione fisica di una città che avviene dopo un terremoto può essere paragonata all’elaborazione cognitiva ed alla riorganizzazione che un soggetto vive subito dopo un trauma. Una volta che le strutture di base dell’io sono state sconvolte, siamo pronti per inseguire nuove (e forse più produttive) opportunità.

Il processo di ricostruzione funziona un po’ così: dopo un evento traumatico, come una malattia grave,la perdita di una persona cara o un abbandono, i soggetti elaborano l’accaduto intensamente, pensano continuamente a quello che è successo e generalmente hanno reazioni emotive molto forti.

È importante notare che la tristezza, il dolore, la rabbia, l’ansia sono reazioni molto comuni al trauma e la rinascita si presenta insieme a tali emozioni contrastanti, non al loro posto. Il processo di rinascita può essere considerato come un modo per adattarsi a circostanze particolarmente avverse e per comprendere sia il trauma che i suoi effetti psicologicamente negativi.

La ricostruzione può essere un procedimento incredibilmente impegnativo. Il lavoro di crescita richiede un distacco, un allontanamento dagli obiettivi più radicati, dalla propria identità, dalle proprie supposizioni mentre si costruiscono nuovi obiettivi, nuovi schemi e significati. Può essere un percorso arduo, atroce ed estenuante. Ma può aprire la porta ad una nuova vita. Una persona sopravvissuta ad un trauma inizia a riconoscere i propri progressi e rivede la propria definizione di sé per adattarsi alla forza e alla saggezza che ha scoperto di possedere. È una persona che può ricostruire se stessa in un modo più autentico, più fedele al suo io profondo e al suo percorso di vita unico e scegliere relazioni piu’ appaganti.

Rinascita  creativa.

Una perdità può tradursi in una rinascita creativa. Ovviamente è importante notare che il trauma non è necessario né sufficiente alla creatività. Le esperienze traumatiche sono sempre tragiche e psicologicamente devastanti, a prescindere dal tipo di rinascita creativa che ne consegue. Queste esperienze possono condurre ad una perdita a lungo termine, ma portare anche ad una conquista. Infatti spesso la perdita e il guadagno, la sofferenza e la rinascita, coesistono.

Dato che le avversità ci costringono a riesaminare le nostre convinzioni e priorità, possono aiutarci ad evadere dal nostro abituale modus pensandi incoraggiando la creatività, come spiega Marie Forgeard una psicologa del McLean Hospital e della facoltà di Medicina di Harvard, che ha condotto una lunga ricerca sulla rinascita post-traumatica e sulla creatività.

Siamo obbligati a riconsiderare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, siamo costretti a pensare a cose nuove e a persone nuove. Gli eventi negativi possono essere così forti da obbligarci a formulare domande a cui altrimenti non saremmo mai arrivati.

La creatività può diventare anche una sorta di strategia per gestire l’esperienza difficile. Alcune persone potrebbero scoprire che l’esperienza traumatica le costringe a mettere in discussione le loro idee sul mondo e quindi a pensare in modo più creativo. Altri potrebbero scoprire di avere una nuova (o rinnovata) motivazione ad impegnarsi in attività creative. Altri ancora, che hanno già un forte interesse di base per il lavoro creativo, potrebbero trovare nella creatività il modo migliore per ricostruire la propria vita.

 Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.

(Henri Cartier-Bresson)

Le relazioni d’amore disfunzionali e funzionali:ecco il perche’

Chiamiamo amore un generico sentimento di attrazione non solo fisico ma anche emotivo che ci spinge a legarci ad una certa persona, magari ad intravedere con questa una certa affinità intellettuale o emotiva o, nei casi più estremi, a sentirla come qualcuno con cui ci si capisce “al volo” quasi senza parlare.

In un modo o nell’altro, dunque, nella persona di cui ci innamoriamo sentiamo di “riconoscere”qualcosa; da qualche parte avvertiamo, implicitamente e intuitivamente, che c’è un’alchimia che ci suona nuova e familiare al tempo stesso.

Quello che riconosciamo come amore tuttavia non è sempre fonte di gioia e gratificazione; a volte può essere un sentimento che ci lega in una relazione disfunzionale in cui continuiamo a soffrire e ad essere insoddisfatti.

Nelle relazioni amorose tendiamo a ritrovare e a riproporre schemi del passato, che hanno connotato i rapporti con alcune figure significative per la definizione del nostro senso di sicurezza e di identità; siamo talmente abituati, per implicito, a definirci all’interno di queste dinamiche per noi “familiari” da tendere spontaneamente e quasi senza accorgercene a ricercarle e a ricrearle anche con i partner che ci scegliamo nella vita adulta.

Ecco perché, ad esempio, l’amore può essere vissuto come un’attrazione emotivamente ambivalente in cui si mescolano il vecchio e il nuovo: una persona appena incontrata che ancora non conosciamo e che tuttavia ci attrae e ci fa sentire bene in un modo che ci suona “confortevole” perché ha qualche cosa di familiare.

In un amore sano questi aspetti possono integrarsi proficuamente e, se i due partner hanno le risorse emotive per accettare anche le reciproche differenze, è possibile che l’incontro d’amore ci porti a ritrovare qualche cosa degli affetti del passato ma nel contesto di una nuova e più soddisfacente modalità di relazione e di scambio affettivo.

La vera relazione d’amore  e’ funzionale perché è in grado di aiutare i due partner a crescere e ad evolvere con maggior soddisfazione per sé stessi e per la coppia che hanno formato.

 Una relazione d’amore può essere disfunzionale quando invece tiene i due partner uniti in un legame entro il quale si ripetono alcuni aspetti insoddisfacenti delle relazioni affettive del passato, relazioni che non ricreiamo volontariamente, ma che riproponiamo quasi in automatico perché, nonostante ci causino molta sofferenza, sono in qualche modo “familiari” ed emotivamente adeguate ad assegnarci un ruolo in cui implicitamente ci riconosciamo.

Ecco che allora, anche cambiando partner numerose volte, potremmo sorprenderci a ritrovarci in situazioni sentimentali insoddisfacenti e, da questo punto di vista, dolorosamente somiglianti.

Si parla tanto, in questi anni, di violenza domestica e di unioni di coppia fondate sulla violenza dove i reciproci ruoli – l’abusatore e la vittima – confermano dolorosamente i partner nella credenza di non potersi definire psicologicamente se non in rapporto ad un altro da possedere e/o da cui dipendere.

L’amore può rivelarsi disfunzionale anche in forme meno estreme di questa, ogni qual volta riconosciamo, dietro ai fallimenti e alle delusioni di cui può essere costellata la nostra vita affettiva, le stesse insoddisfazioni, gli stessi problemi che hanno tormentato un rapporto che avrebbe altrimenti dovuto fornirci serenità, gioia e gratificazione.

È forse arrivato il momento di interrompere un ciclo che tende a ripetersi troppo uguale a sé stesso… A volte questo accade grazie ad incontri imprevisti e particolarmente fortunati che deviano la nostra vita affettiva verso svolte impensate. In altri casi è necessario contattare ripetutamente quella stessa sofferenza per prendere consapevolezza del prezzo che paghiamo e intraprendere un cambiamento talvolta attraverso un percorso di consulenza psicologica o di psicoterapia.

 Il riconoscimento è il primo passo, che sembra scontato ma non lo è. In questo senso la violenza fisica, di cui rimangono i segni sul corpo, non lascia alcun dubbio sulla violenza subita, ma se il partner mette in atto tutta una serie di manipolazioni, insinuazioni, denigrazioni sottili, tutto questo assume una veste di ambiguità che è anche difficile da capire, interpretare. E spesso le donne interpretano, decodificano in modo erroneo alcuni segnali.

“Mi chiama in tutti i momenti della giornata, vuole sapere con chi sono, cosa sto facendo…quanto ci tiene a me!”.

Arrivare a capire che più che attenzione verso l’altro è un bisogno di controllo non è proprio immediato.

“Non vuole che esca con la mia amica, che vada in palestra, è molto geloso…quanto mi vuole bene!”.

Questo non è proprio amore, ma piuttosto possesso dell’altro.

In questo caso il partner e’ una persona che ha dei problemi nell’area delle relazioni, cioè una persona che funziona normalmente da un punto di vista cognitivo, lavorativo ma ha delle grandi problematiche nelle relazioni e nell’affettività e che in termini tecnici rientrano nei Disturbi di personalità, soprattutto nell’area del Narcisismo.

Nella fase iniziale solitamente è un grande seduttore; queste storie spesso nascono all’insegna dei grandi corteggiamenti, grandi adulazioni, attivando un grande coinvolgimento del partner che si sente da subito molto coinvolto e ha la sensazione di vivere il rapporto più importante della vita. Il narcisista riesce così a instillare l’idea che lui solo sa che cosa l’altro veramente vuole, di che cosa ha veramente bisogno. Lei lo lascia fare, magari si sente lusingata: nessuno l’ha mai capita così. Il narcisista costruisce la sua tela, lentamente, non svelandosi immediatamente per quello che è, ma cercando di portare la sua preda ad uno stato totale di sudditanza psicologica. È ben accorto dallo svelarsi immediatamente, lo fa quando si rende conto che l’altro ormai è totalmente dentro la relazione. Avendo la dinamica perversa lentamente e impercettibilmente eroso e disorientato il senso critico della «vittima», quando il vero e proprio maltrattamento comincia a manifestarsi proprio la «vittima» non è in grado di riconoscerlo. La perdita della capacità di fare un sicuro esame della realtà è, infatti, una delle conseguenze della relazione con un narcisista perverso: una delle più dolorose.

Narciso è un uomo che vuole specchiarsi nello stagno e guardare la propria immagine riflessa, cioè l’altro deve rimandare la sua immagine. L’altro non esiste come entità a sé stante, ma serve soltanto a rimandare la sua immagine. Per il narcisista gli altri sono vissuti come persone che non hanno un’esistenza o dei bisogni propri e la difficoltà a stare in relazione si manifesta nell’incapacità di provare sia gratitudine che rimorso,o di colpa, che è sempre dell’altro, nell’incapacità di ringraziare e di chiedere scusa.

È importante chiarire che non tutti i narcisisti agiscono la violenza psicologica. L’elemento che determina la violenza oltre al narcisismo è l’aspetto della perversione. Il perverso, nell’usare l’altro, implicitamente lo disprezza, lo sminuisce in quanto ha bisogno di trasformare la relazione in rapporto di forza e di potere.

Lo scopo del narcisista perverso è quello di controllare l’altro, ma non soltanto di fargli mettere in atto un certo tipo di comportamenti, ma ancor più di controllarlo dall’interno, di cambiare il suo pensiero, il suo modo di essere. L’obiettivo è quello di esercitare quindi un potere, la relazione con un partner narciso è una relazione di potere, dove non c’è reciprocità, perché l’altro non è visto nella sua identità, riconosciuto per quello che è, ma soltanto per quello che gli serve cioè dare conferma della sua identità. Quello che accomuna tutti i narcisi descritti è la totale mancanza di empatia di sentire le emozioni che l’altro prova, di sentire e riconoscere i suoi bisogni più profondi. Il narcisista tratta l’altro come un oggetto, come una cosa da possedere. Può mettere in atto meccanismi di controllo, cercherà di limitare il tempo che la partner trascorre in modo autonomo, l’altro alla fine deve fare e essere come lui vuole.

Le denigrazioni, le critiche molto spesso sono alle sue idee, alle sue scelte, mettendo in dubbio le sue capacità critiche. Tutto questo ovviamente anche in modo ambiguo, dicendo una cosa e poi negando di averla detta, alludendo ma non dicendo chiaramente, per cui è più difficile difendersi da qualcosa che non risulta esplicito, chiaro ma contraddittorio. E allora quando cominciano le critiche da parte di lui, sempre vaghe, non contingenti, la donna cerca di reagire, ma si sente allora accusare di essere troppo sensibile, di non essere sicura di sé. Non può parlarne, non sa come affrontare il problema: lui banalizza, infatti, ogni tentativo che lei fa di parlare di ciò che avviene nella relazione, squalificandola. Così lei tace, e in questo modo finisce per isolare sé stessa e proteggere lui. Poi gli attacchi si moltiplicano, si passa alla derisione, agli insulti, alle minacce, financo alle accuse di essere una persona che “mente”. La donna comincia a pensare, anche perché è questo che lui le suggerisce, di essere lei quella sbagliata, quella che non capisce, e cerca di adeguarsi alla situazione, di farvi fronte in qualche modo e paradossalmente e’ costretta a mentire rimanendo nel suo gioco perverso.

E siccome alla base c’è appunto un sentimento di poco valore, nel momento in cui l’altro va a confermare questo sentimento interno di non valore, la donna se lo prende e si colpevolizza, si attribuisce la responsabilità di ciò che non va all’interno della relazione. Come dire, se il mio partner è così aggressivo nei miei confronti è perché io ho fatto qualcosa di sbagliato. Entrambi i partner hanno lo stesso problema alla base, sentire di valere poco, ma il Narcisista lo nega, non lo riconosce, ha però bisogno dell’altro per mantenere alto il senso di sé, per non sentire il suo vuoto interiore.

La dinamica allora si incastra perfettamente, perché se da un lato c’è qualcuno che si colpevolizza, dall’altro invece c’è un altro che non si attribuisce mai la colpa ma che al contrario la riversa all’esterno da sé, sul partner, sui familiari, sul mondo intero. A un certo punto accade qualcosa che lei non avrebbe mai pensato di poter sopportare: lui, ad esempio, la offende davanti agli altri, oppure la minaccia, oppure spacca davanti a lei oggetti a cui lei tiene…e lei si rende conto, diversamente da come aveva pensato prima, di potere sopportare. Il limite è ormai spostato, e lei potrà sopportare ancora e ancora. Gli uomini provano, dopo questi episodi, calma, calo di tensione, uno strano stato di tranquillità.

Il passo successivo è l’isolamento: la donna nasconde ciò che realmente accade fra loro, fino ad un certo punto anche a se stessa, finendo con il proteggere il partner che la maltratta. Soprattutto l’isolamento è fondamentale perché lo scopo è quello di far si che la donna perda tutta la rete di relazioni affettive (familiari, amicali, terapeutiche) con l’obiettivo di poter continuare a perpetuare la sua azione di distruzione e di esercizio del potere in modo indisturbato. Come fa? Insinuando e mettendo zizzanie, alimentando i conflitti, screditando la partner o gli altri, a seconda di ciò che è più facile.

Il rendersi conto del maltrattamento, oltre che molto difficile sul piano cognitivo, è altrettanto difficile e doloroso su quello emotivo perché significherebbe ammettere che il rapporto di coppia, quel rapporto che sembrava così importante, è fallito, che lui non è quello che lei aveva pensato che fosse e la donna in fondo lo sa. Anche perché il perverso relazionale non manca completamente di empatia, ma l’empatia, quando è presente, è totalmente asservita alla strategia controllante-premurosa/punitiva.

La donna adesso ha paura. Teme il rimprovero, la battuta sarcastica, la minaccia espressa a bassa voce e in tono cupo, oppure gridata durante un’esplosione di collera. Fa di tutto per rabbonire il compagno, ogni suo sforzo va in questa direzione. Farebbe qualunque cosa pur di strappargli un sorriso, un cenno di assenso, un’approvazione. Mette in atto delle strategie “preventive” per evitare le sue reazioni.

Tutti questi comportamenti, ripetuti quotidianamente nel tempo, producono nel partner una vera e propria sindrome, con disturbi psicosomatici, ansia,attacchi di panico, stati depressivi, perdita dell’autostima di non valere niente, uso degli psicofarmaci e quindi vanno chiaramente ad incidere anche nelle attività lavorative. Queste modalità di violenza psicologica tendono ad uccidere  la psiche anche per la loro azione ripetuta nel tempo perché quello che poi spesso caratterizza queste relazioni è anche la difficoltà ad uscirne, quindi si mettono in atto dei tentativi di chiudere il rapporto, poi magari si torna insieme, con un effetto yo-yo, perché subentra un aspetto fondamentale che è quello della dipendenza che poi è una dipendenza reciproca, agita in modo diverso dai due partner nella dinamica relazionale. In tutti i rapporti affettivi c’è una quota di dipendenza che a che fare con il legame, con l’importanza che l’altro riveste nella nostra vita. In questi casi però la relazione porta all’annullamento di sé e al vivere in funzione dell’altro. Si parla oggi di nuove dipendenze, cioè di dipendenze in cui si ha un rapporto con l’altro come il “tossicodipendente” ha un rapporto con la sostanza. E questi sono dei rapporti in cui ognuno dei due è funzionale all’altro, cioè la dipendenza è reciproca.

Mentre le relazioni intime di tipo funzionale sono caratterizzate dalla sicurezza, dal prendersi cura dell’altro e anche di se stessi, dalla collaborazione e cooperazione nel raggiungimento di scopi comuni e da valori condivisi (es. sostenere l’altro nelle sue scelte, essere onesti e fidarsi dell’altro, ecc.), le relazioni disfunzionali, invece, si nutrono di sfiducia, insicurezza, egoismo e scarso decentramento, disonestà e sfiducia nell’altro, gelosia, sino ad arrivare a vere proprie richieste eccessive, abuso di potere e controllo da parte di uno dei due partner. Questo tipo di relazioni non alleggerisce il carico emotivo che quotidianamente tutte le persone sono costrette a gestire ma appesantisce, deprime, rende infelici e infine porta a lungo andare ad un vero e proprio esaurimento emotivo.

Le persone che si trovano a dover gestire una relazione disfunzionale, di solito, sono poco consapevoli dei cicli interpersonali e dei circoli viziosi che autoalimentano ma anche del perché siano costantemente alle prese con partner e legami poco disfunzionali. La conoscenza e la consapevolezza di sé stessi è sempre il primo passo verso il cambiamento. Riconoscere che siamo “invischiati” in una relazione che porta dolore e sofferenza alla propria vita richiede un grande sforzo (molte sono infatti le persone che continuano a negare la disfunzionalità della propria relazione anche quando familiari o amici li mettono davanti alla realtà dei fatti). Inoltre, i meccanismi di cui si è parlato finora non sono esaustivi dell’enorme mole di studi sull’argomento. Tanti sono i fattori che intervengono quando si parla di relazioni disfunzionali e dell’incapacità di porre fine a tali relazioni: scarsa autostima, senso di indegnità e vulnerabilità, cicli interpersonali, incapacità nell’operare scelte adattive e funzionali sia dal punto di vista relazionale che dal punto di vista personale, scarse abilità nel riflettere sui propri e altrui stati mentali per riuscire a padroneggiare la propria sofferenza in modo adattivo, ecc.

Il supporto di un professionista (psicologo, psicoterapeuta) potrebbe aiutare le persone a prendere consapevolezza dei meccanismi precedentemente elencati e attraverso la relazione terapeutica dimostrare loro che non è vero che “non possono sperare di meglio”, non è vero che “meritano quel tipo di relazione” che hanno imparato ad accettare l’amore che pensano di meritare.

In sintesi, l’asimmetria in una relazione affettiva dipende dalla differente importanza tra i due della coppia, attribuita agli scopi raggiunti attraverso l’altra persona. Inoltre, il dipendente ritiene o ha realmente meno alternative alla sua relazione rispetto al partner, e poco potere sull’altro nell’indurlo a soddisfare i propri scopi. Da tale punto consegue, che quanto più è presente dell’insicurezza che il partner soddisfi i propri obiettivi (mancanza di potere – affettivo, denaro, carisma, ecc.) tanto più si è dipendente da questi.

Inoltre va fatto presente che fino a quando si riterrà che il partner prima o poi soddisferà le nostre aspettative si è portati a mantenere il ruolo di sottomissione e di particolare disponibilità verso i sui bisogni, con l’obiettivo illusorio di vincere le sue resistenze e sperare nell’eventuale soddisfacimento dei propri.

Vediamo che l’asimmetria relativa alla dipendenza non è altro che un’asimmetria di potere all’interno della coppia, dove chi detiene il potere maggiore può facilmente cadere nell’approfittamento o addirittura nello “sfruttamento” del proprio partner, anche se quasi sempre inconsapevolmente.

Nella relazione affettiva gli scopi che si raggiungono attraverso l’altro, hanno una valenza particolarmente forte, poiché riguardano il raggiungimento dell’appagamento del bisogno d’attaccamento e d’amore in primo luogo, mentre in secondo luogo riguardano la progettualità, la famiglia, i figli, il fare delle cose assieme, ecc., ecc..

E’ utile precisare che, mediante le relazioni in generale e in quella amorosa in particolare, noi raggiungiamo se stessi, di fatto l’altro è il “mezzo” attraverso il rimando del quale noi ci percepiamo, sentiamo il senso della vita. La reciprocità rappresenta una sorta di dinamismo dove ognuno, in un certo qual senso, s’alambicca per avere il maggior ritorno d’apprezzabilità, di considerazione, insomma di conferma d’amabilità personale.

Nella relazione affettiva l’asimmetria è una condizione frequentemente presente, ed è proprio questa che crea il malessere di coppia e quindi la sua disfunzionalità.

Talvolta, inoltre, a contribuire alla maggiore dipendenza dei due componenti della coppia si presentano le condizioni più disparate. La maggiore dipendenza è funzione delle alternative disponibili, vale a dire la possibilità di avere le stesse gratificazioni al di della relazione in questione, cioè sia se esiste la possibilità di poter fare riferimento ad altre persone differenti dal partner, sia alla possibilità di sentirsi facilmente in grado in futuro di poter soddisfare gli scopi dipendenti dall’altro, anche se nel presente ci si trova in una reale condizione di dipendenza.

Per capire se una relazione ha i presupposti per definirsi è sana, devono essere presenti i seguenti parametri: 

– L’apertura verso l’altro deve avvenire in modo lento e graduale, rivelando di se aspetti maggiormente positivi che negativi e esprimendo pian piano e con sincerità le emozioni e l’affetto. 

– La vicinanza all’altro si crea in modo progressivo, incrementando gradualmente il tempo da trascorrere insieme, così da poter costruire una maggiore familiarità. 

– Le dimostrazioni di amore, empatia e affetto, vanno esternate in modo coerente rispetto allo stadio della relazione in corso. 

– L’impegno da dedicare al rapporto e la fiducia da accordare all’altro, si decidono insieme e gradualmente e attraverso una costante negoziazione.

– La presenza di interessi sia comuni che individuali, è molto importante perché permette alla coppia sia la condivisione di esperienze comuni, che lo scambio delle proprie esperienze individuali, considerate elemento di novità e ricchezza per la coppia. 

– La compatibilità nella coppia si raggiunge attraverso una graduare inter-penetrazione delle attività, la negoziazione e il rispetto dei valori, anche se non sempre condivisi. 

– Il contatto fisico deve avvenire in modo naturale e positivo, sviluppando progressivamente una intimità e sessualità che portano al benessere, e favorendo rituali di interazione e sincronicità nei comportamenti.

– La salvaguardia di una autonomia individuale, anche quando si sta in coppia, è molto importante perché permette che ogni persona possa portare fuori il meglio dell’altra e che possa aiutarla a raggiungere degli obiettivi individuali non relativi al rapporto. 

– L’esperienza del conflitto è necessaria e deve poter avvenire con toni moderati e con una bassa frequenza, la sua funzione è quella di far evolvere la relazione verso una crescita, laddove questa può essersi bloccata. 

– La comunicazione deve poter essere chiara e aperta, così che ognuno si senta capito e libero di esprimersi senza remore. 

Quando ci si discosta sia per eccesso che per difetto da questi parametri, si possono creare delle relazioni disfunzionali, dove il malcontento di almeno uno dei due, se non di entrambi è frequente. In questi casi, prima di arrivare a situazioni estreme di conflitto e malessere, si può chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta che può aiutare la coppia a trovare nuove modalità più funzionali che la aiutino a capire se e come poter continuare a stare insieme.

Infine mentre nelle relazioni intime di tipo funzionale sono caratterizzate dalla sicurezza, dal prendersi cura dell’altro e anche di se stessi, dalla collaborazione e cooperazione nel raggiungimento di scopi comuni e da valori condivisi (es. sostenere l’altro nelle sue scelte, essere onesti e fidarsi dell’altro, ecc.), le relazioni disfunzionali, invece, si nutrono di sfiducia, insicurezza, egoismo e scarso decentramento, disonestà e sfiducia nell’altro, gelosia, sino ad arrivare a vere proprie richieste eccessive, abuso di potere e controllo da parte di uno dei due partner. Questo tipo di relazioni non alleggerisce il carico emotivo che quotidianamente tutte le persone sono costrette a gestire ma appesantisce, deprime, rende infelici e infine porta a lungo andare ad un vero e proprio esaurimento emotivo.