Desiderio, passione e noia

Il desiderio

Gli antichi Greci chiamavano desiderio . Lo volevano figlio della dea Afrodite  e fratello di Eros, lo slancio d’amore , e di Photos, il rimpianto nostalgico.

Fin dall’alba dell’Occidente, dunque, il desiderio si trova al crocevia tra l’amore, la bellezza, la passione, il senso di mancanza e di perdita. Di tutte queste regioni condivide qualche spazio, senza abitarne mai compiutamente uno solo. Proiettato verso il futuro nello slancio della passione, il desiderio conosce anche la malinconica contemplazione del passato, e si muove cosi tra un non più e un non ancora.

La realtà’ dell’incompiutezza, quindi, e’ scritta nel codice genetico del desiderio stesso. Come e’ incisa , nel suo stesso nome , una sorta di mappa del cielo.

Soddisfare il desiderio significa ( e’ ancora lo sguardo etimologico ad aiutarci) “ fare abbastanza “ (salis-facere) per placarlo: ma nello spazio dell’infinito e dell’indefinito non si potrà’ mai fare abbastanza.  Realizzare il desiderio ha a a che fare con l’atto di renderlo “cosa” (res) , espropriandolo di quel greto di incompiuta tensione che ne costituisce la bellezza.

Se desiderare e’ sentire una mancanza, e’ davvero cosi ovvio che questo significhi doverla riempire?

Gli esseri umani sono desiderio. Sempre. Il desiderio in se’ per se’, e’ la molla della vita. Ma si possono desiderare cose che ci fanno fiorire e si possono desiderare cose che ci fanno appassire. Il desiderio subito corre su ciò che ha una qualche convenienza per noi, ma le cose che hanno per noi convenienza sono molteplici e a volte non sono tra loro compatibili. Il desiderio e’ costretto a scegliere, prima o poi, un qualche ordine nella sequenza delle sue intenzioni.

E per far questo deve tener presente quale e’ il soggetto ultimo. Solo cosi può  “ordinare” i suoi oggetti interni.Come dire che ogni essere umano deve riflessivamente mettere in campo una qualche strategia di vita. E può accadere (anzi accade spesso) che una giusta strategia di vita gli vieti di scegliere una certa cosa e gli ingiunga di sceglierne un’altra. La bontà’ della scelta e’ a volte difficile e a volte facile. Ma spesso basta anche un po’ di buon senso per non sbagliare.

E ci sono poi i sensi più acuti di quelli che riguardano il mangiare e il bere e il fare l’amore? Sono infatti queste le due grandi fonti di piacere, degli esseri umani e sono quindi queste le due grandi “tentazioni” che fanno perdere talvolta il “ben dell’intelletto”. Qui il desiderio diventa facilmente “corto”  e potrebbe precipitare nella trasgressione: mentre il desiderio dovrebbe essere sempre “lungo” per seguire le indicazioni di una retta regola. Dovrebbe, cioè’, ascoltare quello che una buona riflessione gli può far vedere. Il desiderio, per quanto malato esso possa essere, nelle persone “normali” resta sempre libero nel suo fondo.

Dalla passione alla noia

Quando due persone si incontrano e si attraggono fortemente scatta la passione, la voglia di stare insieme sempre, di assaggiarsi, annusarsi, strusciarsi, stare in intimità, condividere tante cose, provare gelosia perche’ no, e desiderarsi tanto al punto tale da scordarsi talvolta si se stessi: questa e’ passione. Tutto gira intorno alla passione per l’altro /a e tutto diviene secondario….ma non dura a lungo  (fortunatamente?) come tutti vorremmo, altrimenti il nostro corpo, il soma, non ce la farebbe a compiere il corso della vita costantemente in uno stato adrenalinico e di allerta.

Poi quando una coppia inizia a convivere, è logico che  dapprima sia tutta un’ emozione. Ma è necessario che si tenga in conto anche “l’altra parte”: quella che ancora non ha avuto l’opportunità di vedere l’uno dell’altra.

Quando si tratta di ripartirsi i compiti e le spese, è comune che sorgano piccoli conflitti, cosi come nella gestione sei figli, cosi come nei diversi modi di vedere l’andamento domestico, precipitato delle proprie educazioni ed altri temi ancora.

E dopo i conflitti puo’ subentrare l’indifferenza. Frutto di una convivenza prolungata e poco intima, si può arrivare a sviluppare questo sentimento di apatia, disgusto e rifiuto per l’altro. È il momento in cui tutto quello che fa il partner risulta ai nostri occhi criticabile, migliorabile e sbagliato. Discutiamo per sciocchezze e non gliene lasciamo passare una. Finché non arriva il giorno in cui, nel vero senso della parola, “non ci fa più caldo né freddo”. Ci rassegniamo e viviamo infelici in uno stato di noia perenne.

Verso la noia e la routine

La routine quotidiana, la mancanza di entusiasmo e di spontaneità, l’assenza di sorprese e interessi, fondamenta fragili, la mancanza di passioni comuni… Sono molte le cause della noia. Ma, dato che per discutere servono due persone, la causa della noia in una relazione è anch’essa dovuta a entrambi i membri della coppia.

Se ci si sente afflitti o senza voglia di mettere piede fuori casa, sarebbe opportuno farlo sapere all’altro. Può darsi che non serva solo per sfogarsi, ma che possa anche aiutare il partner a capire come comportarsi. Allo stesso modo, se si trasforma in routine tutto quello che riguarda la coppia, è normale che alla fine si sfoci nella noia

La mancanza di fiducia, lasciarsi trasportare dalla gelosia, l’insicurezza, il senso d’inferiorità o la mancanza di onestà sono alcuni degli atteggiamenti che spesso tendiamo ad adottare quando non siamo felici in una relazione. Tutto ciò sfocia nella rottura o nella noia. Per questo motivo, se si vuole che la relazione continui, e’ necessario decidere di  parlare e/o di migliorare la comunicazione di coppia.

Un altro errore molto comune che riguarda la vita di coppia e la induce alla fine, oltre alla  mancanza di comunicazione, è la mancanza di sostegno reciproco. Spesso quando abbiamo un problema e pensiamo di parlarne, ci tiriamo indietro perché ci convinciamo che l’altro non ci capirebbe. E questa situazione peggiora quando ne parliamo e non ci sentiamo sostenuti, protetti o compresi dal partner. Per evitarlo e’ necessario essere empatici.

D’altra parte, l’avere poco tempo a disposizione è un altro grande nemico di una relazione sana. È importante che all’interno della relazione ci si prenda qualche minuto al giorno per discorrere o un contatto o una carezza o il contatto visivo… contribuirà in modo decisivo a riempire di energia entrambi. Lo stress o le troppe ore passate al lavoro sono in genere dei fattori di alto rischio.

Comunicare e’ la soluzione ottimale

Avere una relazione di coppia salutare e stabile non è un compito semplice e richiede uno sforzo e un impegno consapevole da parte di entrambi.

Ai giorni d’oggi, la mancanza di comunicazione in una relazione è l’origine del suo fallimento. Se c’è qualcosa che dà fastidio dell’altro, dalle piccole alle grandi cose, la miglior soluzione è comunicarlo. Non con un atteggiamento aggressivo, ma con l’atteggiamento proprio di chi desidera manifestare i propri pensieri. Il successo non deriva solo dal sottolineare gli aspetti negativi dell’altro/a (che deve comunque prendere in considerazione le critiche e per quanto e’ possibile modificare alcuni aspetti). La cosa più importante è il sentimento. Per questo motivo, e’ necessario parlare anche delle cose positive e non dimenticare di sottolineare ciò che l’altro/a fa e che ci piace.

Il silenzio non si sente, ma riempie tutto.

Rendendo l’altro consapevole di quello che dà fastidio, forse si possono limare o modificare quelle abitudini che  disturbano. E, se non accade, non andrebbe preso sul personale; semplicemente, cercare di capire che nessuno è perfetto. E, proprio come il partner, anche l’altro/a ha degli aspetti più stravaganti.

Al contrario, se viene scelto il silenzio, non solo si omettono delle informazioni che possono arricchire il legame, ma il malessere interiore crescerà sempre di più. E, alla fine, si scoppia per ogni sciocchezza. Comunicare è vivere. E ciò che non si dice, ciò che l’altro non sa, è come se non esistesse.

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Il cuore e’ una ricchezza che non si vende  e non si compra……si dona

Si nasce cosi’ con un cuore che batte sin dalle origini, che ci consente di vivere: ma non e’ solo un organo che pulsa e’ qualcosa di più, e’ la sede dell’amore, quello puro.

C’e’ chi in pancia lo ha già arricchito, c’e’ chi no: c’e’ chi ha già ricevuto il giusto nutrimento da bimbo e c’e’ chi e’ meno fortunato, c’e’ chi e’ costretto a crearsi un cuore duro, corazzato o chi addirittura lo ha spento prima che la natura lo voglia.

Chi ha cuore si dona, non fa eccezioni, non fa cernite, certamente e’ una persona più esposta delle altre, ma lo fa perché lo sente, perché gli/le piace farlo, perché lo desidera. Tutto ciò davvero non si può comprare ne’ tantomeno vendere, perché e’ un patrimonio di grande ricchezza che appartiene esclusivamente all’individuo; si può donare…..quello si.

E allora chi ha “cuore” può imbattersi in chi ha bisogno del suo cuore, delle sue cure, delle sue attenzioni e allora si fa un dono senza pretendere nulla in cambio. Ma può anche succedere che chi ha cuore e vuole donare, venga respinto, perché dall’altra parte, pur essendoci un bisogno tangibile, non c’e’ il desiderio di ricevere (magari lo vorrebbe comprare) o ancor peggio c’e’ l’invidia che qualcuno sappia donare un parte si se’ e lui/lei non lo sappia fare.

Il donare senza avere nulla in cambio lo considero una delle più alte e sublimi capacita’ dell’essere umano: purtroppo non sempre si e’ compresi, non sempre si e’ accolti, non sempre si e’ accettati, ma si va avanti perché si ha un “ cuore” che riconosce i bisogni altrui scavalcando corazze e maschere, che certuni mettono per poter vivere decentemente.

Ma chi ha “cuore” lo deve anche proteggere. E’ una protezione salvifica soprattutto dai vampiri energetici, da coloro che pur riconoscendo nell’altro la presenza di un “cuore” mirano ad attaccarlo, a giocare con esso, a succhiarlo fino a che il possessore di “cuore” lo permetterà.

I vampiri energetici si devono nutrire del “cuore” per sopravvivere al tempo: e’ una lotta tra il vampiro e il tempo in cui se il vampiro non ha il “cuore” di qualcun altro il  suo tempo si riduce, se invece riesce a nutrirsi vivrà di più.

Invece l’accettazione del cuore donato, e’ una delle altre sublimi capacita’ dell’essere umano; e’ l’atteggiamento umile di chi sa che ha bisogno delle cure e delle attenzione e dell’amore dell’altro per poter vivere. E’ un grande atto di umiltà che comporta la messa in campo di tutto se stesso. E’ cosi che si creano le relazioni d’amore in senso esteso, chiunque esso/a sia, di qualunque eta’, sesso, etnia o religione.

E allora il cuore si dona ma non si vende.

Il cuore non lo si tiene tutto per se’ poiché’ sarebbe una forma egoistica che di certo non appartiene a chi ha “cuore”.

La separazione comporta una sofferenza che si puo’ superare

La separazione costituisce un evento dal potenziale altamente stressogeno,

Non tutti si separano in egual modo perché ognuno di noi ha una storia e un vissuto personale che determinano percorsi di separazione differenti: alcune coppie ci arrivano attraverso riflessioni condivise e scelte ponderate, per altre l’interruzione del rapporto giunge dopo  litigi e conflittualità, per altre ancora è frutto di una decisione unilaterale.

E’ superfluo dire che la separazione genera uno stress nell’essere umano e spesso può essere considerato un micro lutto. Il potenziale destabilizzante non riguarda solo la decisione di separarsi come evento unico, ma coinvolge l’intera gamma di esperienze emotivamente difficili che solitamente precedono e seguono la fine di una storia. Le conseguenze collaterali, come il cambio di residenza di uno dei partner, la modifica delle modalità e dei tempi di frequentazione dei figli, le implicazioni economiche, i cambiamenti relazionali costituiscono ulteriori fonti di stress, che si sommano alla dolorosa necessità di rielaborare il significato delle proprie scelte di vita e la propria identità.

Inizialmente la separazione genera nell’individuo incredulità, negazione e sofferenza,destabilizzazione ma e’ necessario poi  riuscire a mobilitare una quota di risorse che consente di ritrovare un soddisfacente equilibrio emotivo e psicologico. Purtroppo pero’ spesso può emergere un’incapacità di voltare pagina, di riprendere in mano la propria esistenza, di superare il dolore legato alla separazione. Si tratta di situazioni in cui la sofferenza soggettiva va ben oltre la fisiologica elaborazione della fine di un legame. La sintomatologia è molto più intensa e duratura, spesso accompagnata da pensieri intrusivi, disturbi del sonno, stati di costante tensione e iper-arousal, evitamento di stimoli (comportamenti, luoghi, contesti e/o persone) associati all’evento traumatico. La fissazione su alcuni elementi della separazione sembra precludere la possibilità di concentrarsi su altro e l’intera esistenza dell’individuo finisce per ruotare attorno a questa tematica. (Riva)

In questi casi è possibile che le dinamiche stressogene della separazione s’innestino in modo particolare su pregresse caratteristiche di funzionamento dell’individuo, assumendo una valenza traumatica. Di seguito i segnali più ricorrenti di questa dolorosa condizione:

  • pensieri intrusivi, ossia ricordi involontari legati ai momenti di maggiore stress che si presentano all’improvviso, rinnovando disagio e sofferenza;
  • disturbi del sonno (fatica ad addormentarsi, sonno leggero, incubi e/o risvegli precoci);
  • evitamento di stimoli che richiamino alla mente la relazione con l’ex partner (passare di fronte al ristorante abituale, incontrare amici comuni, ecc.), generando ansia;
  • difficoltà di concentrazione;
  • disagi somatici (problemi di stomaco, cefalea, tensione e/o stanchezza cronica);
  • disperazione e senso di vulnerabilità derivanti dalla non accettazione della separazione che impediscono alla persona di pensare al futuro in modo adeguato con il rischio conseguente di manifestare irritazione verso l’entourage familiare e amicale e/o indifferenza verso cose che in precedenza erano importanti.

La psicoterapia, attraverso il sostegno psicologico, può rivelarsi fondamentale per non cronicizzare la situazione di stallo e sofferenza. Infatti quando un individuo assiste o si trova a vivere un evento traumatico (un conflitto molto elevato, una perdita, un abbandono, la scoperta di un tradimento, ecc.), il ricordo connesso si “congela” nella mente nella sua forma ansiogena originale nello stesso modo in cui è stato vissuto. L’informazione “congelata” non riesce a essere elaborata “naturalmente”, come avviene per gli eventi di minore impatto (un litigio di poco conto, una piccola frustrazione, ecc.), e quindi rischia di continuare a condizionare in senso patologico il funzionamento dell’individuo. Questa e’ la fonte di sofferenza maggiore. Con la psicoterapia si cerca di riorganizzare l’evento traumatico come fossero tasselli di puzzle che vanno a ricomporre un unicum. Inoltre anche la terapia dell’Emdr  puo’ fornire un aiuto importante perché a fronte del ricordo del trauma e dell’esperienze ad esso connesse non si provi più quel gradiente di sofferenza che blocca l’ individuo ad andare avanti e a ricostruire una vita migliore.

I DISTURBI DI PERSONALITA’ BORDERLINE (BPD) E IL TRATTAMENTO CON L’EMDR

I soggetti a cui è diagnosticato il disturbo di personalità borderline (BPD) di solito soffrono di sensibili menomazioni nelle loro abilità funzionali. Impulsività, instabilità affettiva, difficoltà interpersonali e problemi di identità sono i caratteri più tipici di questo disturbo, che frequentemente porta a comportamenti suicidi o para-suicidari. Se il BPD è stato tradizionalmente considerato come cronico e durevole, la ricerca recente ha dimostrato che la sua remissione è possibile nel tempo e che la psicoterapia può accelerare questo processo. L’eziologia del BPD è stata associata ad abusi infantili e ad affettività inadeguata. Dato il significato di abuso e trauma infantile, l’EMDR – Eye Movement Desensitization and Reprocessing, come terapia del trauma riconosciuta, può essere una opzione ragionevole di trattamento per la BPD. 

Le teorie correnti indicano che l’eziologia del BPD può essere collegata a fattori genetici o neurobiologici, ambiente familiare (incluso attaccamento, patologie genitoriali e abusi infantili), e fattori sociali. L’incidenza di abusi sessuali all’interno di questa popolazione è alta . Canarini e colleghi (1989) hanno osservato che il 72% degli individui con BPD riferivano di abusi verbali, il 48% di abusi fisici e il 26% abusi sessuali. Allen (2003) ha ipotizzato che coloro che avevano sperimentato traumi fossero meno suscettibili ad avere una remissione degli altri e ha raccomandato ulteriori indagini in tal senso. Un abuso infantile precoce (ad es. età media 4 anni) è stato in particolare associato a diagnosi di BPD e a disturbi da stress post-traumatico (PTSD), il che ha indotto alcuni a ritenere che una diagnosi di disturbo post-traumatico da stress complesso fosse più adatta in questi casi . Poiché il trauma è un aspetto saliente del BPD, ci si aspetterebbe un trattamento volto ad affrontare esperienze traumatiche, se si vuole avere un effetto benefico. Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione , che è il quadro teorico dietro l’EMDR, chiarisce l’impatto di esperienze traumatiche sulla funzionalità del paziente e fornisce una base razionale per l’utilizzo dell’EMDR nel trattamento del BPD ( Shapiro 2001).

Il modello di rielaborazione adattiva dell’informazione considera gli eventi traumatici tipicamente associati al disturbo post-traumatico da stress, come “grandi eventi T”. Gli abusi fisici e sessuali infantili, spesso sperimentati da individui con diagnosi di disturbo di personalità’ borderline, si inseriscono chiaramente in questi “grandi eventi T”.

Le risposte ambientali invalidanti associate allo sviluppo del BPD  che vanno oltre l’abuso fisico ed includono esperienze pervasive di umiliazione, rifiuto, scarsa considerazione, sarebbero considerate “ traumi con la “t” minuscola. Inoltre si è ipotizzato che l’incapacità del genitore di regolare l’emozione negativa di un figlio attraverso la possibilità di rispecchiare se stesso, può condurre ad una escalation emozionale che si può considerare traumatica . La successiva mancanza di affettività nella prima infanzia può limitare l’abilità del soggetto nello sviluppare abilità auto-calmanti e auto-regolanti, abilità che mancano spesso in soggetti con diagnosi di disturbo di personalità borderline.

Nel corso di studi controllati l’EMDR risulta aver affrontato con successo il disturbo post-traumatico da stress e altri traumi. Perciò, data la prevalenza di traumi all’interno della popolazione sofferente di disturbi di personalità borderline, l’EMDR sembrerebbe un metodo adeguato per curare i fattori esperienziali che contribuiscono a questo disturbo (es: traumi precoci).

Eventi passati rielaborati non producono più le emozioni disfunzionali che avevano creato le valutazioni negative di sé e le percezioni e reazioni interpersonali negative.

L’obiettivo clinico, in conclusione,  non è solo di ridurre i sintomi manifesti, ma di facilitare lo sviluppo di una sana vita adulta, in grado di trovare sollievo, provare l’intera gamma di emozioni e mantenere un senso adattivo di sé e una coscienza esterna. Oltre alle ovvie implicazioni sociali, queste abilità sono necessarie anche per gettare le fondamenta di modelli genitoriali potenzialmente necessari per contribuire ad arrestare la trasmissione di sofferenza da una generazione all’altra. (Shapiro)

Come rinascere per vivere meglio

  1. Ciò che diciamo principio

spesso è la fine, e finire

è cominciare.

(Thomas Stearns Eliot)

La depressione arriva e s’insinua nella vita di chi ne soffre in modo lento e graduale e, a poco a poco, divora la voglia di vivere. L’apatia, la stanchezza, la fatica di prendersi cura di sé, la perdita di piacere e di interesse per la vita, l’isolamento e il bisogno di stare soli sono solo alcuni dei sintomi di questo stato emotivo.

Pochi disagi ricordano da così vicino la morte e ci mettono in contatto con il vuoto e la mancanza di senso. Si precipita nel passato,vi si implode dentro e non resta spazio né per il presente né per il futuro.

Ma la depressione, come qualsiasi sintomo o stato di crisi, contiene in sè il seme dell’opportunità e della rinascita.

La depressione diventa una modalità che protegge dall’entrare in contatto col male che fa questa antica ferita. Paradossalmente, preferiamo ammalarci che ammettere di non essere stati amati in modo soddisfacente e che molte scelte attuali della nostra vita sono legate a doppio filo a questo passato.

Paradossalmente, proprio contattando la sensazione di annientamento, si può tornare a trovare il gancio con la realtà, accorgendosi di essere vivo e di poter compiere scelte attive verso la propria trasformazione ed evoluzione. Manifestando il dolore e la rabbia per il torto subito, smettendo di negare ciò che è stato, torniamo ad essere noi gli unici responsabili della nostra vita. Individuiamo i nostri veri bisogni e li separiamo dai condizionamenti esterni, dicendo NO alle aspettative altrui e SI a noi stessi. Rinunciamo agli ideali di perfezione (solo se sono perfetto, sarò amato) e  impariamo a accettarci e amarci per ciò che siamo.

La depressione, come ogni sintomo, è un’alleata preziosa che ci indica la via smarrita per permetterci di ritrovare il nostro vero Sè, la nostra verità e forza interiore.

E’ un cammino estremamente doloroso, faticoso e impegnativo, ma alla fine di esso, smettendo di cercare approvazione nell’altro e rinunciando all’illusione che un giorno qualcosa o qualcuno ci risarcirà, impariamo a darci valore, ritroviamo il diritto di esistere, scopriamo di essere in grado di salvarci da soli.

Rinascita. Ma per risorgere, per rinascere ad un nuovo me stesso, ad una nuova combinazione unica ed irripetibile del nostro assetto interiore psichico e spirituale abbiamo bisogno che prima sia tramontato. Bisogna tramontare, morire, cadere, per vedere l’alba del nuovo giorno. Nietzsche lo sapeva bene quando poeticamente scriveva “Amo coloro che tramontano”.

MA COME SI FA A STARE MEGLIO?

Attraverso la resilienza! Che cosa e’ la resilienza? Per resilienza si intende quando cadendo, ti pieghi ma non ti spezzi!Essa aiuta ad identificare le cause di un problema (affinché non si ripresenti più in futuro) e a controllare le emozioni e gli impulsi quando ci si trova in una situazione critica. Chi è resiliente, inoltre, ha anche un ottimismo realista, guarda positivamente al futuro, ha un’idea positiva della vita, ha la capacità di trovare sempre nuove sfide e nuove opportunità per raggiungere una maggiore soddisfazione.

D’altra parte, essere resilienti è sinonimo di buona salute (non solo fisica, ovviamente): le persone di questo tipo hanno una migliore immagine di se stesse, si criticano meno, hanno più successo nello studio e nel lavoro, incontrano più soddisfazione nelle relazioni e sono meno predisposte a soffrire di depressione, nonché maggiormente facilitate nell’uscirne. Il nostro corredo emozionale è ampio, si muove dalla gioia all’angoscia, e questo ha un significato. La cultura del sorriso, del pensiero positivo a tutti i costi, della felicità che ha imperversato negli ultimi decenni, ha tolto profondità alla vita psichica e spessore ai nostri stati d’animo. Inducendo a farci perdere contatto con parti di noi, sfuggendole o banalizzandole. Facendoci credere che la sofferenza vada solo curata, anestetizzata e annullata. Indagini recenti mostrano invece che le esperienze traumatiche smuovono, nella maggioranza dei casi, una rinascita psicologica positiva. Dopo un trauma, per quanto devastante, possiamo migliorare la nostra vita, e vivere esperienze di miglioramento che certe volte si rivelano intense come relazioni più profonde, senso di forza interiore, individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza.

Si parla a tal proposito di rinascita post-traumatica. Secondo gli psicologi statunitensi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, dell’università del North Carolina, il trauma smuove un progresso personale quando riesce a sfidare le convinzioni, le credenze consolidate nel tempo. Abbiamo bisogno di scuotere e smantellare la nostra visione del mondo, la nostra stessa identità, per ricostruirci in modo nuovo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le idee e ripartiamo da zero, meglio possiamo riorganizzarci per inseguire altre opportunità, aprire nuove vie.

Dopo perdite importanti, eventi avversi, accadimenti “sismici” – dal punto di vista psicologico -possiamo elaborare ciò che è successo, e arrivare, proprio attraverso lo sconforto, a vederci come non lo abbiamo mai fatto, a formulare domande alle quali non siamo mai arrivati. Lo smarrimento ci costringe a riesaminare il modo di pensare, di dare peso alle cose, può farci evadere dalla banalità degli stessi pensieri. La sofferenza permette di costruire nuovi obiettivi, schemi, significati. Di essere creativi. Soprattutto può offrire l’occasione di ricostruire noi stessi in modo più autentico, più fedele al nostro Io e al suo percorso di vita. Che è unico.

Ma alcuni psicologi, hanno scoperto che un evento destabilizzante può portare con sé anche benefici significativi. Secondo uno studio cominciato negli anni ’90 da Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun, ricercatori della University of North Carolina, la rinascita post-traumatica coinvolgeva il 70% dei pazienti che, sopravvissuti ad un trauma, stavano affrontando una trasformazione psicologica positiva: possono crescere empatia ed altruismo, portando il soggetto ad agire di più nell’interesse del prossimo; si può sviluppare un senso di forza interiore legato, di conseguenza, a relazioni più gratificanti e anche, in alcuni casi, allo sviluppo di una maggiore consapevolezza spirituale.

Il termine “crescita post-traumatica” è stato coniato negli anni ’90 dagli psicologi Richard Tedeschi e Lawrence Calhoun per descrivere i casi di persone che avevano vissuto una profonda trasformazione mentre affrontavano diverse tipologie di trauma e situazioni di vita difficili. Circa il 70% dei sopravvissuti ad un trauma ha riportato una crescita psicologica positiva, come ha rivelato la ricerca.

La crescita dopo un trauma sia fisico che psichico può assumere forme diverse, inclusi una maggiore riconoscenza verso la vita, l’individuazione di nuove possibilità per la propria esistenza, di nuovi sentieri, relazioni interpersonali più gratificanti, una vita spirituale più ricca e una connessione con qualcosa di più grande, un senso di forza interiore.

DOPO UNA FORTE SOFFERENZA SI PUO’ DAVVERO RINASCERE?

Com’è possibile che dopo la sofferenza possiamo non solo ritornare al nostro stato precedente, ma anche migliorare profondamente le nostre vite? E perché alcune persone restano schiacciate da un trauma, mentre altre rifioriscono? Tedeschi e Calhoun spiegano che la crescita post-traumatica, in qualunque forma si presenti, può essere “un’esperienza di miglioramento che per alcune persone si rivela molto profonda”.

I due ricercatori dell’Università del North Carolina hanno creato il modello più diffuso finora per descrivere il processo di crescita post-traumatica. Secondo tale modello, le persone sviluppano naturalmente e si affidano ad una serie di credenze e supposizioni che si sono formate sul mondo. Per far sì che dopo il trauma ci sia una crescita, l’evento traumatico deve necessariamente sfidare tali convinzioni. Secondo Tedeschi e Calhoun il modo in cui il trauma distrugge la nostra visione del mondo, le nostre opinioni e la nostra identità, equivale ad un terremoto, le fondamenta dei nostri pensieri e delle nostre convizioni vanno in mille pezzi a causa della forza dell’impatto traumatico subito. Siamo scossi, quasi letteralmente, dalla nostra percezione ordinaria delle cose e ci tocca ricostruire noi stessi e il nostro mondo. Più vacilliamo, più lasciamo andare le nostre precedenti identità e convinzioni e ripartiamo da zero.

Un evento psicologicamente “sismico” può far vacillare, minare o ridurre in macerie molte delle strutture schematiche che hanno guidato la nostra comprensione delle cose, le nostre decisioni e il senso che diamo al mondo.

La ricostruzione fisica di una città che avviene dopo un terremoto può essere paragonata all’elaborazione cognitiva ed alla riorganizzazione che un soggetto vive subito dopo un trauma. Una volta che le strutture di base dell’io sono state sconvolte, siamo pronti per inseguire nuove (e forse più produttive) opportunità.

Il processo di ricostruzione funziona un po’ così: dopo un evento traumatico, come una malattia grave,la perdita di una persona cara o un abbandono, i soggetti elaborano l’accaduto intensamente, pensano continuamente a quello che è successo e generalmente hanno reazioni emotive molto forti.

È importante notare che la tristezza, il dolore, la rabbia, l’ansia sono reazioni molto comuni al trauma e la rinascita si presenta insieme a tali emozioni contrastanti, non al loro posto. Il processo di rinascita può essere considerato come un modo per adattarsi a circostanze particolarmente avverse e per comprendere sia il trauma che i suoi effetti psicologicamente negativi.

La ricostruzione può essere un procedimento incredibilmente impegnativo. Il lavoro di crescita richiede un distacco, un allontanamento dagli obiettivi più radicati, dalla propria identità, dalle proprie supposizioni mentre si costruiscono nuovi obiettivi, nuovi schemi e significati. Può essere un percorso arduo, atroce ed estenuante. Ma può aprire la porta ad una nuova vita. Una persona sopravvissuta ad un trauma inizia a riconoscere i propri progressi e rivede la propria definizione di sé per adattarsi alla forza e alla saggezza che ha scoperto di possedere. È una persona che può ricostruire se stessa in un modo più autentico, più fedele al suo io profondo e al suo percorso di vita unico e scegliere relazioni piu’ appaganti.

Rinascita  creativa.

Una perdità può tradursi in una rinascita creativa. Ovviamente è importante notare che il trauma non è necessario né sufficiente alla creatività. Le esperienze traumatiche sono sempre tragiche e psicologicamente devastanti, a prescindere dal tipo di rinascita creativa che ne consegue. Queste esperienze possono condurre ad una perdita a lungo termine, ma portare anche ad una conquista. Infatti spesso la perdita e il guadagno, la sofferenza e la rinascita, coesistono.

Dato che le avversità ci costringono a riesaminare le nostre convinzioni e priorità, possono aiutarci ad evadere dal nostro abituale modus pensandi incoraggiando la creatività, come spiega Marie Forgeard una psicologa del McLean Hospital e della facoltà di Medicina di Harvard, che ha condotto una lunga ricerca sulla rinascita post-traumatica e sulla creatività.

Siamo obbligati a riconsiderare le cose che abbiamo sempre dato per scontate, siamo costretti a pensare a cose nuove e a persone nuove. Gli eventi negativi possono essere così forti da obbligarci a formulare domande a cui altrimenti non saremmo mai arrivati.

La creatività può diventare anche una sorta di strategia per gestire l’esperienza difficile. Alcune persone potrebbero scoprire che l’esperienza traumatica le costringe a mettere in discussione le loro idee sul mondo e quindi a pensare in modo più creativo. Altri potrebbero scoprire di avere una nuova (o rinnovata) motivazione ad impegnarsi in attività creative. Altri ancora, che hanno già un forte interesse di base per il lavoro creativo, potrebbero trovare nella creatività il modo migliore per ricostruire la propria vita.

 Si muore tutte le sere, si rinasce tutte le mattine: è così. E tra le due cose c’è il mondo dei sogni.

(Henri Cartier-Bresson)

Il narcisista e la tossicodipendenza: c’e una relazione?

Nel paziente narcisista e’ presente la negazione del bisogno degli altri e l’orgoglio di questa autosufficienza, oltre ad una distorsione della dimensione temporale che si esprime nel sentirsi troppo giovani o troppo vecchi, raramente consapevoli della propria eta’ reale. Nel narcisista le emozioni di odio, invidia e rabbia esplodono con improvvisa violenza, emozioni scisse e indifferenziate, la parte buia,l’ ”Ombra”, la cui integrazione risulta particolarmente dolorosa essendo in netto contrasto con la grandiosa immagine di se’. L’individuo identificato con l’archetipo del ‘puer aeternus” mostra un’incapacità di vivere nel presente, un rifiuto della dimensione spazio-temporale, della routine del vivere quotidiano, del lavoro, delle responsabilità e dei sacrifici, percio’  della vita intesa come ripetizione e processo. L’individuo identificato con l’archetipo del puer non vive quindi nella realtà e nell’azione ma in un mondo di fantasia, nell’attesa di un “giorno fatidico” in cui tutto avverrà. Nel frattempo tale individuo e’ quasi “sospeso” in una dimensione fuori tempo, conducendo una “vita provvisoria”, effimera, in una sorta di eterna aspettativa che lo fa vagheggiare di meravigliose possibilità future mai adempiute. Da qui deriva il vissuto di statica immobilita’ del “puer aeternus” che si configura come un’immagine distaccata e fredda, inaccessibile e perfetta, ma bisognosa dell’ammirazione degli altri,di figure che possano rispecchiare ammirandolo, senza disturbare. La grandiosa autosufficienza del puer, il suo immobilismo, sono esemplificate dalla figura di Narciso.

Un’ aura di passività e morte, indolenza e autoerotismo circonda Narciso, incapace di compiere il viaggio eroico, perso in un legame mai sciolto con la madre – inconscio che qui si identifica con la morte dell’Io.

Ma accanto al polo depressivo la duplicità archetipica si esprime nel puer attraverso l’oralità maniacale,la fretta,l’avidita’. La sopravvalutazione narcisistica impedisce sia il contatto umano sia la cura nei confronti di se stesso poiché, una forza archetipica non mostra alcuna attenzione per la sua incarnazione umana. La tossicodipendenza permette una condizione di autosufficienza, dove l’oralita’ si compendia nell’assunzione della sostanza psicotropa, “oggetto ideale” che elimina qualsiasi altro bisogno, compresa la nutrizione. Nel tossicodipendente ritroviamo l’ambiguita del mito e quindi dell’archetipo, il tentativo di superamento della dimensione umana e la morte, l’iperinvestimento del corpo e la sua negazione, la fuga che si immobilizza di fronte alla propria immagine.

Il tossicodipendente può a volte definirsi come partner di una relazione sadomasochistica in cui l’assunzione di sostanze psicotrope avviene su richiesta dell’altro, come segno di ribellione verso i genitori e l’autorità in genere.

Si potrebbe inoltre dire che il puer stabilisce relazioni di ‘tirannia’ tramite le quali entra in contatto con la sua “Ombra” proiettata.

Ma la contrapposizione ingenuità-crudelta’ può rimanere agevolmente all’interno della psiche dell’individuo per il quale, ci può mostrare di se’ due opposte facce, con tranquilla indifferenza – poiché – non lo tormentano i problemi etici, cosi tipicamente umani.

L’opposizione purezza -ferocia e’ una tematica valida per lo studio delle tossicodipendenze.

In conclusione, la tossicodipendenza e’ un tipo di organizzazione “narcisistica” delle strutture infantili che indebolisce e puo totalmente eliminare la parte adulta della personalità dal controllo del comportamento. La struttura interna del tossicodipendente e’ costituita da parti “buone” del Se’ tenute in stato di “passività” nei confronti di parti “cattive” del Se’. Tale asservimento a modalita’ ciniche di pensiero può trovare espressione ‘nella perversione di qualsiasi modalità’ di relazione o di attività nel mondo esterno. Nelle tossicodipendenze quindi possiamo supporre una “struttura narcisistica difensiva”: egli ‘agisce’ una lesione nei confronti di se’ stesso mostrando una notevole negazione dei pericoli cui va incontro. La “scissione” della personalità può essere presente nell’assunzione di una doppia identità sadomasochistica-masochistica in cui il tossicodipendente ‘agisce’ una persecuzione e allo stesso tempo la ‘subisce’.

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Le relazioni d’amore disfunzionali e funzionali:ecco il perche’

Chiamiamo amore un generico sentimento di attrazione non solo fisico ma anche emotivo che ci spinge a legarci ad una certa persona, magari ad intravedere con questa una certa affinità intellettuale o emotiva o, nei casi più estremi, a sentirla come qualcuno con cui ci si capisce “al volo” quasi senza parlare.

In un modo o nell’altro, dunque, nella persona di cui ci innamoriamo sentiamo di “riconoscere”qualcosa; da qualche parte avvertiamo, implicitamente e intuitivamente, che c’è un’alchimia che ci suona nuova e familiare al tempo stesso.

Quello che riconosciamo come amore tuttavia non è sempre fonte di gioia e gratificazione; a volte può essere un sentimento che ci lega in una relazione disfunzionale in cui continuiamo a soffrire e ad essere insoddisfatti.

Nelle relazioni amorose tendiamo a ritrovare e a riproporre schemi del passato, che hanno connotato i rapporti con alcune figure significative per la definizione del nostro senso di sicurezza e di identità; siamo talmente abituati, per implicito, a definirci all’interno di queste dinamiche per noi “familiari” da tendere spontaneamente e quasi senza accorgercene a ricercarle e a ricrearle anche con i partner che ci scegliamo nella vita adulta.

Ecco perché, ad esempio, l’amore può essere vissuto come un’attrazione emotivamente ambivalente in cui si mescolano il vecchio e il nuovo: una persona appena incontrata che ancora non conosciamo e che tuttavia ci attrae e ci fa sentire bene in un modo che ci suona “confortevole” perché ha qualche cosa di familiare.

In un amore sano questi aspetti possono integrarsi proficuamente e, se i due partner hanno le risorse emotive per accettare anche le reciproche differenze, è possibile che l’incontro d’amore ci porti a ritrovare qualche cosa degli affetti del passato ma nel contesto di una nuova e più soddisfacente modalità di relazione e di scambio affettivo.

La vera relazione d’amore  e’ funzionale perché è in grado di aiutare i due partner a crescere e ad evolvere con maggior soddisfazione per sé stessi e per la coppia che hanno formato.

 Una relazione d’amore può essere disfunzionale quando invece tiene i due partner uniti in un legame entro il quale si ripetono alcuni aspetti insoddisfacenti delle relazioni affettive del passato, relazioni che non ricreiamo volontariamente, ma che riproponiamo quasi in automatico perché, nonostante ci causino molta sofferenza, sono in qualche modo “familiari” ed emotivamente adeguate ad assegnarci un ruolo in cui implicitamente ci riconosciamo.

Ecco che allora, anche cambiando partner numerose volte, potremmo sorprenderci a ritrovarci in situazioni sentimentali insoddisfacenti e, da questo punto di vista, dolorosamente somiglianti.

Si parla tanto, in questi anni, di violenza domestica e di unioni di coppia fondate sulla violenza dove i reciproci ruoli – l’abusatore e la vittima – confermano dolorosamente i partner nella credenza di non potersi definire psicologicamente se non in rapporto ad un altro da possedere e/o da cui dipendere.

L’amore può rivelarsi disfunzionale anche in forme meno estreme di questa, ogni qual volta riconosciamo, dietro ai fallimenti e alle delusioni di cui può essere costellata la nostra vita affettiva, le stesse insoddisfazioni, gli stessi problemi che hanno tormentato un rapporto che avrebbe altrimenti dovuto fornirci serenità, gioia e gratificazione.

È forse arrivato il momento di interrompere un ciclo che tende a ripetersi troppo uguale a sé stesso… A volte questo accade grazie ad incontri imprevisti e particolarmente fortunati che deviano la nostra vita affettiva verso svolte impensate. In altri casi è necessario contattare ripetutamente quella stessa sofferenza per prendere consapevolezza del prezzo che paghiamo e intraprendere un cambiamento talvolta attraverso un percorso di consulenza psicologica o di psicoterapia.

 Il riconoscimento è il primo passo, che sembra scontato ma non lo è. In questo senso la violenza fisica, di cui rimangono i segni sul corpo, non lascia alcun dubbio sulla violenza subita, ma se il partner mette in atto tutta una serie di manipolazioni, insinuazioni, denigrazioni sottili, tutto questo assume una veste di ambiguità che è anche difficile da capire, interpretare. E spesso le donne interpretano, decodificano in modo erroneo alcuni segnali.

“Mi chiama in tutti i momenti della giornata, vuole sapere con chi sono, cosa sto facendo…quanto ci tiene a me!”.

Arrivare a capire che più che attenzione verso l’altro è un bisogno di controllo non è proprio immediato.

“Non vuole che esca con la mia amica, che vada in palestra, è molto geloso…quanto mi vuole bene!”.

Questo non è proprio amore, ma piuttosto possesso dell’altro.

In questo caso il partner e’ una persona che ha dei problemi nell’area delle relazioni, cioè una persona che funziona normalmente da un punto di vista cognitivo, lavorativo ma ha delle grandi problematiche nelle relazioni e nell’affettività e che in termini tecnici rientrano nei Disturbi di personalità, soprattutto nell’area del Narcisismo.

Nella fase iniziale solitamente è un grande seduttore; queste storie spesso nascono all’insegna dei grandi corteggiamenti, grandi adulazioni, attivando un grande coinvolgimento del partner che si sente da subito molto coinvolto e ha la sensazione di vivere il rapporto più importante della vita. Il narcisista riesce così a instillare l’idea che lui solo sa che cosa l’altro veramente vuole, di che cosa ha veramente bisogno. Lei lo lascia fare, magari si sente lusingata: nessuno l’ha mai capita così. Il narcisista costruisce la sua tela, lentamente, non svelandosi immediatamente per quello che è, ma cercando di portare la sua preda ad uno stato totale di sudditanza psicologica. È ben accorto dallo svelarsi immediatamente, lo fa quando si rende conto che l’altro ormai è totalmente dentro la relazione. Avendo la dinamica perversa lentamente e impercettibilmente eroso e disorientato il senso critico della «vittima», quando il vero e proprio maltrattamento comincia a manifestarsi proprio la «vittima» non è in grado di riconoscerlo. La perdita della capacità di fare un sicuro esame della realtà è, infatti, una delle conseguenze della relazione con un narcisista perverso: una delle più dolorose.

Narciso è un uomo che vuole specchiarsi nello stagno e guardare la propria immagine riflessa, cioè l’altro deve rimandare la sua immagine. L’altro non esiste come entità a sé stante, ma serve soltanto a rimandare la sua immagine. Per il narcisista gli altri sono vissuti come persone che non hanno un’esistenza o dei bisogni propri e la difficoltà a stare in relazione si manifesta nell’incapacità di provare sia gratitudine che rimorso,o di colpa, che è sempre dell’altro, nell’incapacità di ringraziare e di chiedere scusa.

È importante chiarire che non tutti i narcisisti agiscono la violenza psicologica. L’elemento che determina la violenza oltre al narcisismo è l’aspetto della perversione. Il perverso, nell’usare l’altro, implicitamente lo disprezza, lo sminuisce in quanto ha bisogno di trasformare la relazione in rapporto di forza e di potere.

Lo scopo del narcisista perverso è quello di controllare l’altro, ma non soltanto di fargli mettere in atto un certo tipo di comportamenti, ma ancor più di controllarlo dall’interno, di cambiare il suo pensiero, il suo modo di essere. L’obiettivo è quello di esercitare quindi un potere, la relazione con un partner narciso è una relazione di potere, dove non c’è reciprocità, perché l’altro non è visto nella sua identità, riconosciuto per quello che è, ma soltanto per quello che gli serve cioè dare conferma della sua identità. Quello che accomuna tutti i narcisi descritti è la totale mancanza di empatia di sentire le emozioni che l’altro prova, di sentire e riconoscere i suoi bisogni più profondi. Il narcisista tratta l’altro come un oggetto, come una cosa da possedere. Può mettere in atto meccanismi di controllo, cercherà di limitare il tempo che la partner trascorre in modo autonomo, l’altro alla fine deve fare e essere come lui vuole.

Le denigrazioni, le critiche molto spesso sono alle sue idee, alle sue scelte, mettendo in dubbio le sue capacità critiche. Tutto questo ovviamente anche in modo ambiguo, dicendo una cosa e poi negando di averla detta, alludendo ma non dicendo chiaramente, per cui è più difficile difendersi da qualcosa che non risulta esplicito, chiaro ma contraddittorio. E allora quando cominciano le critiche da parte di lui, sempre vaghe, non contingenti, la donna cerca di reagire, ma si sente allora accusare di essere troppo sensibile, di non essere sicura di sé. Non può parlarne, non sa come affrontare il problema: lui banalizza, infatti, ogni tentativo che lei fa di parlare di ciò che avviene nella relazione, squalificandola. Così lei tace, e in questo modo finisce per isolare sé stessa e proteggere lui. Poi gli attacchi si moltiplicano, si passa alla derisione, agli insulti, alle minacce, financo alle accuse di essere una persona che “mente”. La donna comincia a pensare, anche perché è questo che lui le suggerisce, di essere lei quella sbagliata, quella che non capisce, e cerca di adeguarsi alla situazione, di farvi fronte in qualche modo e paradossalmente e’ costretta a mentire rimanendo nel suo gioco perverso.

E siccome alla base c’è appunto un sentimento di poco valore, nel momento in cui l’altro va a confermare questo sentimento interno di non valore, la donna se lo prende e si colpevolizza, si attribuisce la responsabilità di ciò che non va all’interno della relazione. Come dire, se il mio partner è così aggressivo nei miei confronti è perché io ho fatto qualcosa di sbagliato. Entrambi i partner hanno lo stesso problema alla base, sentire di valere poco, ma il Narcisista lo nega, non lo riconosce, ha però bisogno dell’altro per mantenere alto il senso di sé, per non sentire il suo vuoto interiore.

La dinamica allora si incastra perfettamente, perché se da un lato c’è qualcuno che si colpevolizza, dall’altro invece c’è un altro che non si attribuisce mai la colpa ma che al contrario la riversa all’esterno da sé, sul partner, sui familiari, sul mondo intero. A un certo punto accade qualcosa che lei non avrebbe mai pensato di poter sopportare: lui, ad esempio, la offende davanti agli altri, oppure la minaccia, oppure spacca davanti a lei oggetti a cui lei tiene…e lei si rende conto, diversamente da come aveva pensato prima, di potere sopportare. Il limite è ormai spostato, e lei potrà sopportare ancora e ancora. Gli uomini provano, dopo questi episodi, calma, calo di tensione, uno strano stato di tranquillità.

Il passo successivo è l’isolamento: la donna nasconde ciò che realmente accade fra loro, fino ad un certo punto anche a se stessa, finendo con il proteggere il partner che la maltratta. Soprattutto l’isolamento è fondamentale perché lo scopo è quello di far si che la donna perda tutta la rete di relazioni affettive (familiari, amicali, terapeutiche) con l’obiettivo di poter continuare a perpetuare la sua azione di distruzione e di esercizio del potere in modo indisturbato. Come fa? Insinuando e mettendo zizzanie, alimentando i conflitti, screditando la partner o gli altri, a seconda di ciò che è più facile.

Il rendersi conto del maltrattamento, oltre che molto difficile sul piano cognitivo, è altrettanto difficile e doloroso su quello emotivo perché significherebbe ammettere che il rapporto di coppia, quel rapporto che sembrava così importante, è fallito, che lui non è quello che lei aveva pensato che fosse e la donna in fondo lo sa. Anche perché il perverso relazionale non manca completamente di empatia, ma l’empatia, quando è presente, è totalmente asservita alla strategia controllante-premurosa/punitiva.

La donna adesso ha paura. Teme il rimprovero, la battuta sarcastica, la minaccia espressa a bassa voce e in tono cupo, oppure gridata durante un’esplosione di collera. Fa di tutto per rabbonire il compagno, ogni suo sforzo va in questa direzione. Farebbe qualunque cosa pur di strappargli un sorriso, un cenno di assenso, un’approvazione. Mette in atto delle strategie “preventive” per evitare le sue reazioni.

Tutti questi comportamenti, ripetuti quotidianamente nel tempo, producono nel partner una vera e propria sindrome, con disturbi psicosomatici, ansia,attacchi di panico, stati depressivi, perdita dell’autostima di non valere niente, uso degli psicofarmaci e quindi vanno chiaramente ad incidere anche nelle attività lavorative. Queste modalità di violenza psicologica tendono ad uccidere  la psiche anche per la loro azione ripetuta nel tempo perché quello che poi spesso caratterizza queste relazioni è anche la difficoltà ad uscirne, quindi si mettono in atto dei tentativi di chiudere il rapporto, poi magari si torna insieme, con un effetto yo-yo, perché subentra un aspetto fondamentale che è quello della dipendenza che poi è una dipendenza reciproca, agita in modo diverso dai due partner nella dinamica relazionale. In tutti i rapporti affettivi c’è una quota di dipendenza che a che fare con il legame, con l’importanza che l’altro riveste nella nostra vita. In questi casi però la relazione porta all’annullamento di sé e al vivere in funzione dell’altro. Si parla oggi di nuove dipendenze, cioè di dipendenze in cui si ha un rapporto con l’altro come il “tossicodipendente” ha un rapporto con la sostanza. E questi sono dei rapporti in cui ognuno dei due è funzionale all’altro, cioè la dipendenza è reciproca.

Mentre le relazioni intime di tipo funzionale sono caratterizzate dalla sicurezza, dal prendersi cura dell’altro e anche di se stessi, dalla collaborazione e cooperazione nel raggiungimento di scopi comuni e da valori condivisi (es. sostenere l’altro nelle sue scelte, essere onesti e fidarsi dell’altro, ecc.), le relazioni disfunzionali, invece, si nutrono di sfiducia, insicurezza, egoismo e scarso decentramento, disonestà e sfiducia nell’altro, gelosia, sino ad arrivare a vere proprie richieste eccessive, abuso di potere e controllo da parte di uno dei due partner. Questo tipo di relazioni non alleggerisce il carico emotivo che quotidianamente tutte le persone sono costrette a gestire ma appesantisce, deprime, rende infelici e infine porta a lungo andare ad un vero e proprio esaurimento emotivo.

Le persone che si trovano a dover gestire una relazione disfunzionale, di solito, sono poco consapevoli dei cicli interpersonali e dei circoli viziosi che autoalimentano ma anche del perché siano costantemente alle prese con partner e legami poco disfunzionali. La conoscenza e la consapevolezza di sé stessi è sempre il primo passo verso il cambiamento. Riconoscere che siamo “invischiati” in una relazione che porta dolore e sofferenza alla propria vita richiede un grande sforzo (molte sono infatti le persone che continuano a negare la disfunzionalità della propria relazione anche quando familiari o amici li mettono davanti alla realtà dei fatti). Inoltre, i meccanismi di cui si è parlato finora non sono esaustivi dell’enorme mole di studi sull’argomento. Tanti sono i fattori che intervengono quando si parla di relazioni disfunzionali e dell’incapacità di porre fine a tali relazioni: scarsa autostima, senso di indegnità e vulnerabilità, cicli interpersonali, incapacità nell’operare scelte adattive e funzionali sia dal punto di vista relazionale che dal punto di vista personale, scarse abilità nel riflettere sui propri e altrui stati mentali per riuscire a padroneggiare la propria sofferenza in modo adattivo, ecc.

Il supporto di un professionista (psicologo, psicoterapeuta) potrebbe aiutare le persone a prendere consapevolezza dei meccanismi precedentemente elencati e attraverso la relazione terapeutica dimostrare loro che non è vero che “non possono sperare di meglio”, non è vero che “meritano quel tipo di relazione” che hanno imparato ad accettare l’amore che pensano di meritare.

In sintesi, l’asimmetria in una relazione affettiva dipende dalla differente importanza tra i due della coppia, attribuita agli scopi raggiunti attraverso l’altra persona. Inoltre, il dipendente ritiene o ha realmente meno alternative alla sua relazione rispetto al partner, e poco potere sull’altro nell’indurlo a soddisfare i propri scopi. Da tale punto consegue, che quanto più è presente dell’insicurezza che il partner soddisfi i propri obiettivi (mancanza di potere – affettivo, denaro, carisma, ecc.) tanto più si è dipendente da questi.

Inoltre va fatto presente che fino a quando si riterrà che il partner prima o poi soddisferà le nostre aspettative si è portati a mantenere il ruolo di sottomissione e di particolare disponibilità verso i sui bisogni, con l’obiettivo illusorio di vincere le sue resistenze e sperare nell’eventuale soddisfacimento dei propri.

Vediamo che l’asimmetria relativa alla dipendenza non è altro che un’asimmetria di potere all’interno della coppia, dove chi detiene il potere maggiore può facilmente cadere nell’approfittamento o addirittura nello “sfruttamento” del proprio partner, anche se quasi sempre inconsapevolmente.

Nella relazione affettiva gli scopi che si raggiungono attraverso l’altro, hanno una valenza particolarmente forte, poiché riguardano il raggiungimento dell’appagamento del bisogno d’attaccamento e d’amore in primo luogo, mentre in secondo luogo riguardano la progettualità, la famiglia, i figli, il fare delle cose assieme, ecc., ecc..

E’ utile precisare che, mediante le relazioni in generale e in quella amorosa in particolare, noi raggiungiamo se stessi, di fatto l’altro è il “mezzo” attraverso il rimando del quale noi ci percepiamo, sentiamo il senso della vita. La reciprocità rappresenta una sorta di dinamismo dove ognuno, in un certo qual senso, s’alambicca per avere il maggior ritorno d’apprezzabilità, di considerazione, insomma di conferma d’amabilità personale.

Nella relazione affettiva l’asimmetria è una condizione frequentemente presente, ed è proprio questa che crea il malessere di coppia e quindi la sua disfunzionalità.

Talvolta, inoltre, a contribuire alla maggiore dipendenza dei due componenti della coppia si presentano le condizioni più disparate. La maggiore dipendenza è funzione delle alternative disponibili, vale a dire la possibilità di avere le stesse gratificazioni al di della relazione in questione, cioè sia se esiste la possibilità di poter fare riferimento ad altre persone differenti dal partner, sia alla possibilità di sentirsi facilmente in grado in futuro di poter soddisfare gli scopi dipendenti dall’altro, anche se nel presente ci si trova in una reale condizione di dipendenza.

Per capire se una relazione ha i presupposti per definirsi è sana, devono essere presenti i seguenti parametri: 

– L’apertura verso l’altro deve avvenire in modo lento e graduale, rivelando di se aspetti maggiormente positivi che negativi e esprimendo pian piano e con sincerità le emozioni e l’affetto. 

– La vicinanza all’altro si crea in modo progressivo, incrementando gradualmente il tempo da trascorrere insieme, così da poter costruire una maggiore familiarità. 

– Le dimostrazioni di amore, empatia e affetto, vanno esternate in modo coerente rispetto allo stadio della relazione in corso. 

– L’impegno da dedicare al rapporto e la fiducia da accordare all’altro, si decidono insieme e gradualmente e attraverso una costante negoziazione.

– La presenza di interessi sia comuni che individuali, è molto importante perché permette alla coppia sia la condivisione di esperienze comuni, che lo scambio delle proprie esperienze individuali, considerate elemento di novità e ricchezza per la coppia. 

– La compatibilità nella coppia si raggiunge attraverso una graduare inter-penetrazione delle attività, la negoziazione e il rispetto dei valori, anche se non sempre condivisi. 

– Il contatto fisico deve avvenire in modo naturale e positivo, sviluppando progressivamente una intimità e sessualità che portano al benessere, e favorendo rituali di interazione e sincronicità nei comportamenti.

– La salvaguardia di una autonomia individuale, anche quando si sta in coppia, è molto importante perché permette che ogni persona possa portare fuori il meglio dell’altra e che possa aiutarla a raggiungere degli obiettivi individuali non relativi al rapporto. 

– L’esperienza del conflitto è necessaria e deve poter avvenire con toni moderati e con una bassa frequenza, la sua funzione è quella di far evolvere la relazione verso una crescita, laddove questa può essersi bloccata. 

– La comunicazione deve poter essere chiara e aperta, così che ognuno si senta capito e libero di esprimersi senza remore. 

Quando ci si discosta sia per eccesso che per difetto da questi parametri, si possono creare delle relazioni disfunzionali, dove il malcontento di almeno uno dei due, se non di entrambi è frequente. In questi casi, prima di arrivare a situazioni estreme di conflitto e malessere, si può chiedere aiuto ad uno psicoterapeuta che può aiutare la coppia a trovare nuove modalità più funzionali che la aiutino a capire se e come poter continuare a stare insieme.

Infine mentre nelle relazioni intime di tipo funzionale sono caratterizzate dalla sicurezza, dal prendersi cura dell’altro e anche di se stessi, dalla collaborazione e cooperazione nel raggiungimento di scopi comuni e da valori condivisi (es. sostenere l’altro nelle sue scelte, essere onesti e fidarsi dell’altro, ecc.), le relazioni disfunzionali, invece, si nutrono di sfiducia, insicurezza, egoismo e scarso decentramento, disonestà e sfiducia nell’altro, gelosia, sino ad arrivare a vere proprie richieste eccessive, abuso di potere e controllo da parte di uno dei due partner. Questo tipo di relazioni non alleggerisce il carico emotivo che quotidianamente tutte le persone sono costrette a gestire ma appesantisce, deprime, rende infelici e infine porta a lungo andare ad un vero e proprio esaurimento emotivo.

 

 

L’ASSENZA DELLA GENITORIALITA’

“Insospettate forze mortifere possono passare da una generazione all’altra e trasmettere ai bambini la convinzione che il loro destino è di accettare la loro non-esistenza, agli occhi dei genitori, come individui separati” (McDougall)

Lo Psicoanalista Fornari ipotizza a tal fine l’obiettiva ricerca di “indicatori di idoneità genitoriale”:

–  sostegno alla crescita, attraverso atteggiamenti di tenerezza, comprensione e accoglienza;

  • –  approvazione e incoraggiamento durante i processi di crescita, di autonomizzazione e di allontanamento;
  • –  sostegno e approvazione nel processo di presa di distanza emotiva, normativa e relazionale;
  • –  capacità di non erogare ricompense che servano a rinsaldare un legame di dipendenza o mantenere intatto l’accudimento che conserva e non trasforma;
  • –  legittimazione dell’impresa che si va a compiere o che si è appena compiuta;
  • –  capacità di evitare atteggiamenti di collusione, nutrimento, rinforzi narcisistici, intimità invischiante, potere di esorcizzare il vuoto, il nulla che può esserci in noi;
  • –  capacità di tenere ben distinti i ruoli amichevoli, coniugali da quelli parentali;
  • –  capacità di richiamo costante al principio di realtà e al concetto di limite;
  • –  capacità di riconoscimento, di rispetto e di reciproca tutela dei rispettivi ruoli genitoriali.
  •             Egli aggiunge che l’adulto competente è colui che:
  •         –  incoraggia l’autostima
  •         –  favorisce la presa di coscienza dei bisogni e dei desideri e delle loro possibilità concrete di realizzazione;
  •                 – aiuta a distinguere tra un sogno o una meta idealizzata e la costruzione di un progetto concreto, garantendo la possibilità di sostegno in caso di richiesta o di necessità e arginando le fughe in avanti o i ripiegamenti passivizzanti e deresponsabilizzanti.
  • Il complesso funzionamento della società moderna produce inevitabili ripercussioni sulla genitorialità: alcune funzioni di sostegno allo sviluppo si sono complicate e altre necessitano una maggiore attenzione rispetto al passato. Di conseguenza, il sostegno all’attuale complessità genitoriale si fonda sulla possibilità di individuare le competenze genitoriali presenti in madre e padre, ed eventualmente anche in altre figure familiari di supporto, in modo da poter potenziare o rendere flessibili quelle che risultano maggiormente importanti in alcune particolari condizioni di vita e nelle specifiche fasi evolutive attraversate dai figli.
  • Le funzioni della Genitorialità

l significato del termine “genitorialità” è, in questi ultimi anni, continuamente in evoluzione. Sempre maggiore diventa la sua complessità e sempre più ramificato il suo intrecciarsi con altri aspetti della ricerca clinica e psicologica.

La crescita umana è fatta di stadi che si ripetono continuamente nel corso della vita e che le diverse fasi evolutive dei figli riattivano bisogni ed angosce che fanno parte della propria storia evolutiva.

Una concezione più psicologica vede invece la genitorialità come parte fondante della personalità di ogni persona. E’ uno spazio interno che inizia a formarsi nell’infanzia quando a poco a poco interiorizziamo i comportamenti, i messaggi verbali e non-verbali, le aspettative, i desideri, le fantasie dei nostri genitori. Riprendendo il termine di uno dei precursori di questo concetto, Eric Berne, abbiamo un “Genitore Interno” che è formato da tutte le interazioni reali e/o fantasmatiche con le figure adulte significative che si sono occupate di noi. Da questo “Genitore Interno” dipendono in gran parte i nostri giudizi su noi stessi e i modelli relazionali che usiamo per rapportarci con gli altri. Le teorie dell’attaccamento sono su questa linea.

La genitorialità, questa “funzione autonoma e processuale dell’essere umano” rappresenta il momento evolutivo più maturo della dinamica affettiva in cui convergono tutte le esperienze, le rappresentazioni, i ricordi, le convinzioni, i modelli comportamentali e relazionali, le fantasie, le angosce, i desideri della propria storia affettiva. E come ogni compito evolutivo, come ogni stadio è una fase della propria crescita psicologica e relazionale contrassegnata da ambivalenze, difficoltà, contraddizioni, ricerche, crisi, integrazioni, frammenti..

Il termine genitorialità quindi non coinvolge l’essere genitori reali ma è uno spazio interno autonomo che fa parte dello sviluppo di ogni persona. Ovviamente, l’ evento reale della nascita di un figlio, attiva in un modo particolare e molto intenso questo spazio mentale e relazionale, rimettendo in circolo tutta una serie di pensieri e fantasie legati in particolare al proprio essere stati figli, alle modalità relazionali ritenute più idonee, ai modelli comportamentali da avere.

LA GENITORIALITA’ presuppone un insieme di funzioni dinamiche e relazionali che rappresentano gli aspetti evolutivi del percorso maturativo della persona. “Prendersi cura di” e quindi maturare il desiderio generativo è uno degli stadi della crescita umana. Esso non presuppone la nascita di un figlio reale ma è uno spazio mentale e soprattutto relazionale dentro il quale convergono la nostra  storia affettiva, il nostro mondo degli affetti, i nostri legami di attaccamento, il nostro mondo fantasmatico, il nostro narcisismo, il senso che ha per noi la nostra esistenza, il nostro sentirci parte di una storia, la nostra differenziazione sessuale, la nostra capacità di vivere relazioni pluri-dinamiche ( e di non essere chiuso in una relazione duale), il nostro rapporto con le regole e il sociale, la nostra capacità di contenere e regolare gli stati emotivi, la nostra capacità di cambiare e di essere cambiato, il nostro sentirsi unico e irripetibile, autonomo ed indipendente e nello stesso tempo bisognoso di “essere pensato da qualcuno”.
Il fatto che un bambino per crescere abbia bisogno di un papà e di una mamma sembrava fino a non molto tempo fa qualcosa di scontato e condiviso da tutti: ora sembra non essere più così, o almeno non è più così per molti. L’incremento dell’instabilità coniugale, la diffusione di famiglie monogenitoriali, l’esperienza della genitorialità sempre più vissuta come una scelta e un diritto individuale, la diffusione di forme familiari alternative e il dibattito sui diritti delle coppie omosessuali mettono seriamente in discussione tale affermazione.

C’e’ un fondamento psicologico al bisogno di padre e di madre per ogni essere umano, per arrivare poi a fare qualche cenno alle conseguenze dovute all’assenza o inadeguatezza delle figure genitoriali nello sviluppo psicologico del figlio e alla necessità di eventuali figure genitoriali sostitutive.Se da decenni la letteratura psicologica ha ampiamente sottolineato l’importanza del legame di attaccamento con la madre quale fondamento del benessere psichico del figlio, gli studi più recenti hanno evidenziato anche l’importanza della funzione paterna man mano che il figlio o la figlia crescono, a motivo della necessità di regole e di orientamento verso l’autonomia che, specie dall’adolescenza in poi, divengono fondamentali. Possiamo dire, in altre parole, che la genitorialità si esplica nella cura responsabile nei confronti del figlio che coniuga sia aspetti di cura, protezione, affetto e speranza, tipici della funzione materna, sia l’aspetto della norma, del senso di giustizia e di equità riferibile alla funzione paterna.

A questo secondo aspetto è connesso il compito di orientamento dei figli, cioè l’offrire loro una sorta di “bussola” interiore, un insieme di criteri, che comunemente chiamiamo valori, cui essi possono riferirsi nelle situazioni della vita e su cui sono chiamati a operare una scelta, una volta divenuti adulti

Dunque, lungo il percorso di crescita dei figli, la compresenza di un codice affettivo materno e di un codice etico paterno è fondamentale per garantire un’equilibrata evoluzione dell’identità personale: pertanto, madre e padre giocano ruoli e funzioni diverse e complementari nella crescita dei figli, pur modificandosi nel tempo a seconda dell’età dei figli. La cura responsabile è in tutti i casi compito congiunto della coppia genitoriale: nella società contemporanea la divisione dei ruoli genitoriali è molto meno rigida rispetto al passato e la funzione paterna e materna risultano svolte oggi, con modulazioni diverse, da entrambi i membri della coppia genitoriale.

Le funzioni materna e paterna sono infatti per alcuni aspetti interscambiabili: sempre più frequentemente si incontrano madri che esercitano anche alcuni aspetti della funzione paterna e viceversa padri che svolgono parte della funzione materna (es.: aspetti legati all’accudimento), soprattutto oggi dove la presa di distanza dai modelli normativi del passato conduce i padri ad allinearsi maggiormente alle modalità di relazione tipicamente femminili-materne.

Di fatto, nell’attuale contesto socioculturale, vengono maggiormente enfatizzati gli aspetti affettivi e di accudimento, mentre la funzione etico-normativa è lasciata più sullo sfondo. È tuttavia essenziale, oggi come ieri, che nella coppia siano presenti entrambe le risorse della cura (l’affetto e la norma) poiché l’impoverimento dell’uno o dell’altra portano inevitabilmente a situazioni problematiche, e in certi casi gravemente disfunzionali, per il figlio. Dunque le funzioni materna e paterna si radicano certamente alla persona del padre e della madre, ma al tempo stesso le trascendono.

Solo l’amore può bastare?Facendo leva proprio su questo aspetto, molti traggono la conclusione che ciò che è davvero importante sia la qualità delle relazioni familiari, indipendentemente dal fatto che vi siano un padre e una madre: crescere in un ambiente sereno, privo di conflittualità e improntato al dialogo e al rispetto sembra, agli occhi di molti, essere più decisivo rispetto alla presenza concreta di un padre e di una madre. D’altra parte, la realtà ci insegna che è effettivamente possibile crescere anche senza un genitore: l’esperienza di numerose famiglie in cui anche non per scelta, ma per un’avversità del destino, una figura genitoriale è venuta a mancare, può testimoniare che, pur nella fatica della perdita e dell’assenza – che va comunque affrontata ed elaborata — i figli possono crescere sani e sereni anche con la sola madre o il solo padre.

In realtà, e soprattutto se ci mettiamo dal punto di vista del figlio, dobbiamo riconoscere la “necessità” per ogni essere umano di un paterno e di un materno o meglio proprio di “quel padre” e di “quella madre”. Se c’è infatti un dato indiscutibile su cui non si può obiettare, è che per nascere, “quel figlio” ha bisogno di “quel padre” e di “quella madre”.
Pertanto il figlio, nel tempo per strutturare la propria identità personale, ha bisogno di riconoscersi nel suo punto di origine che è sempre frutto di uno scambio tra quel materno e quel paterno che lo hanno generato. Non c’è identità senza un’origine. In altre parole non riusciamo a rispondere esaurientemente alla domanda “chi sono io?” senza far riferimento alla nostra origine, ossia al padre e alla madre che ci hanno generato.

Dunque, poter fare riferimento sul piano della realtà a due genitori, ovvero a quel padre e a quella madre nella loro essenziale unicità e, attraverso di loro, alle due stirpi familiari è una condizione necessaria per dare un fondamento reale e non immaginario alla propria identità. Ne è prova l’angoscia di chi, per i motivi più diversi, non ha accesso alle proprie origini, non sa o non di rado è impedito od ostacolato nella conoscenza, come sono per esempio i casi di adozione.

Fin qui abbiamo evidenziato sinteticamente come il bisogno di padre e di madre, anzi di “quel padre” e di “quella madre” sia inscritto in ciascun figlio, non solo nel suo Dna ma anche nel bisogno di relazione che è tipico di ogni essere umano e fondamento della sua struttura psichica. Il piccolo dell’uomo si apre alla vita solo ed esclusivamente in un contesto di relazioni che gli assicurano protezione e cura, e nel tempo attraverso il rispecchiamento gli permette di capire chi è e di strutturare la sua identità.

Il genitore “capace”

Non esiste un modo considerabile a-prioristicamente giusto per essere genitori capaci.

Ogni genitore stabilisce con il figlio un tipo di relazione specifica, in base non solo al proprio senso di sé ed al proprio significato personale (Guidano, 1992) ma anche alla modulazione del legame di attaccamento che con il figlio si struttura sin dai primi momenti della sua vita.

Come nei primi anni la spiccata propensione a strutturare un’intensa reciprocità emotiva con i genitori appare come il vincolo ontologico alla base di ogni possibile ordinamento dell’esperienza, per il bambino il legame genitoriale mantiene le stesse caratteristiche fondamentali di decodifica della realtà nel processo di costruzione del senso di sé, della sua personalità, lungo tutto il suo percorso evolutivo fino all’età adulta.

Nel parlare di capacità genitoriali si tiene in considerazione sia la disponibilità a garantire nel tempo una prossimità fisica con il proprio figlio sostenendolo nei suoi bisogni materiali, sia la capacità di strutturare e mantenere un legame affettivamente significativo, emotivamente caldo, che funga in qualsiasi momento evolutivo del bambino da base sicura.

L’idoneità genitoriale viene definita quindi dai bisogni stessi e dalle necessità dei figli in base ai quali il genitore attiverà le proprie qualità personali, tali da garantirne lo sviluppo psichico, affettivo, sociale e fisico.

Il parenting si propone come una competenza articolata  che comprende l’accoglimento e la comprensione delle esigenze primarie (fisiche e alimentari), che invece riguarda le modalità con cui i genitori preparano, organizzano e strutturano il mondo fisico del bambino, che include tutti i comportamenti che i genitori attuano per coinvolgere emotivamente i bambini in scambi interpersonali. Inoltre che posseggano la capacità di rispondere alle richieste, la capacità di mantenere un’attenzione focalizzata, la ricchezza del linguaggio e il calore affettivo.

Non è superfluo sottolineare l’importanza delle cure genitoriali che i bambini ricevono nell’infanzia come base del loro benessere emotivo e affettivo attuale e di gran parte di quello futuro.

Gli ambienti caratterizzati da conflitti perduranti e accesi che coinvolgono direttamente il figlio o lo espongono alle minacce e alle violenze verbali e/o fisiche tra i genitori, infatti, sottopongono a così grave minaccia il benessere emotivo del bambino/a da richiederne, a volte, il suo immediato allontanamento, o l’allontanamento del genitore disfunzionale, violento.

Inoltre è necessario comprendere quanto e come la famiglia sa rispondere alle condizioni di stress relazionale e quali sono i significati che il figlio assume agli occhi dei genitori.

Non è raro, infatti che in situazioni dove è gravemente compromesso il benessere del bambino emerge come egli rappresentasse per il genitore maltrattante l’oggetto di un conflitto irrisolto o l’espressione di un fallimento personale o quant’altro era vissuto dal genitore stesso come invalidante per l’immagine di sé e delle proprie capacità.

In termini operativi si può affermare che la validità genitoriale dipende tanto dalla capacità di promuovere nel figlio nell’arco dell’infanzia quelle competenze necessarie al bambino/a per sviluppare una rappresentazione del genitore come capace di offrire sicurezza e protezione e una corrispondente immagine di sé come efficace e degno di amore, quanto dalla capacità di evitare che i figli stabiliscano nel tempo modalità di adattamento magari efficaci nel presente, ma che a lungo tempo estremamente dannose (si pensi al bambino/a che si adatta positivamente alle molestie sessuali ricevute dal genitore, ad esempio per paura di maltrattamenti fisici o di procurargli dispiacere rifiutandosi), perché tali modalità verranno ripetute in altri contesti diventando una risposta coerente ma altamente disadattiva alla relazione con adulti e coetanei.

Altrettanto importante, nella gestione delle situazioni quotidiane di cura e come base per il processo di modellamento attuato dagli “adulti che si prendono cura”, è l’assertività, che consiste nella capacità di esprimere in modo adeguato pensieri ed emozioni, sia positivi che negativi, facendo e ricevendo critiche o complimenti. Questa capacità di non essere né passivi, né aggressivi è un’abilità genitoriale che permette di insegnare e trasmettere modelli di comunicazione in grado di favorire la possibilità di stabilire legami affettivi sicuri, divenendo equilibrati e indipendenti. 

L’assertività è sostenuta, a sua volta, da livelli sufficientemente buoni d’indipendenza che si manifesta con una capacità dei genitori di compiere le attività abituali, sia di accudimento che personali, senza dover ricorrere costantemente ad aiuto o protezione di altri (es. proprie figure genitoriali). Questa caratteristica, infatti, consente di svincolarsi dal bisogno di ottenere l’approvazione altrui e sostiene la capacità di prendersi delle responsabilità delle proprie azioni, favorendo la trasmissione di forme di attaccamento sicuro nelle figure accudite. 

Un’altra dote importante nelle figure di cura è l’autostima, che consiste nella valutazione che un genitore fa su se stesso sulla base di idee e opinioni personali. Un buon livello di soddisfazione di sé, infatti, rende più socievoli, equilibrati, tolleranti a frustrazioni e conseguentemente capaci di risolvere i problemi posti dalla genitorialità. Una figura affettiva di riferimento dotata di buona stima di sé tende ad essere stimolante da un punto di vista interpersonale e a non attribuire ai figli, come ad altre persone, le proiezioni delle proprie convinzioni negative su se stessa. 

Particolarmente utile, nei genitori e nelle figure che si prendono cura di bambini e ragazzi, può essere anche l’apertura mentale, ossia l’atteggiamento di curiosità con cui ci si avvicina ad esperienze nuove, tollerando idee e culture diverse, aspetti che sostengono la capacità dei genitori di insegnare ai propri figli a vivere sia esperienze positive che negative e di sopportare anche ciò che è meno familiare. 

Strettamente connessa a questa caratteristica è l’empatia che permette di riconoscere, davanti ai figli, i sentimenti e le prospettive altrui, in modo da stimolare la capacità di mettersi nei panni degli altri, necessaria per vivere legami affettivi dotati di stabilità. 

Nel contesto degli elementi che compongono le competenze genitoriali un posto importante può essere attribuito alla capacità di socializzazione che vede alcuni genitori più propensi a stabilire relazioni e ad amare la compagnia, impegnandosi in attività sociali che rappresentano, direttamente o indirettamente, uno stimolo per la salute psico-sociale dei figli, raffigurando un esempio e un’occasione per coltivare il piacere di stare con altri sviluppando competenze sociali. 

In modo simile appare importante la presenza, in un genitore, della capacità di stabilire legami affettivi o di amore che consente di sostenere un sano sviluppo evolutivo sviluppando nei figli le relazioni interpersonali e ostacolando la crescita di problemi relazionali e di patologie connotate o alimentate dall’isolamento. 

La presenza di una buona stabilità emotiva consente di contenere, nelle figure genitoriali, gli stati di tensione associati alle esperienze emotive forti, come quelle di conflitto o in grado di produrre disagio. Attraverso tale modello di calma e pazienza, le figure di accudimento possono creare un clima evolutivo poco teso e, al contempo, trasmettere esempi di atteggiamenti che sostengono la possibilità di affrontare difficoltà e di superare il dolore. 

Anche la flessibilità aiuta i genitori ad adattarsi e a mostrare possibilità di accomodamento a situazioni inaspettate o nuove. Le figure educative che possiedono buoni livelli di tale pregio, infatti, si muovono consapevoli che non esiste un solo modo per fare le cose e manifestano, insegnandola ai giovani osservatori, la capacità di negoziare soluzioni ai problemi, assumendo più punti di vista e cambiando, quando necessario, le proprie opinioni. 

Mediante la riflessività è possibile insegnare, alle persone di cui un genitore si prende cura, la pianificazione delle azioni in modo previdente e tale da poter perseverare verso i propri obiettivi, considerando a priori buona parte dei vantaggi e degli svantaggi di una scelta. Tale atteggiamento perciò è molto importante per i genitori di giovani adolescenti, ma lo è anche per sostenere nei bambini il passaggio dall’impulsività di un’azione al pensiero che la può precedere. 

L’assenza nella relazione genitori-figli:quando lo sguardo non vede

– La riflessione che intendo qui proporre si focalizza sul tema dell’assenza, declinata nella relazione genitori-figli ed intesa non come mancanza in senso “fisico” di un genitore (dovuta ad esempio a morte o abbandono), ma soprattutto come assenza psicologica, come carenza nelle capacità genitoriali, come difficoltà da parte dell’adulto di garantire al figlio una presenza attenta ed uno sguardo che permetta a quest’ultimo di sentirsi riconosciuto ed accettato. Ma “come si può soffrire per l’assenza di chi è presente?” (Kundera, 1997, p.48).

Spesso si poteva osservare una difficoltà nel rendersi pienamente disponibili e nel mettersi in gioco, come se si configurasse una presenza (fisica)- assenza (mentale) o una presenza “intermittente”, poco costante non solo dal punto di vista temporale, ma anche da quello affettivo, che non permetteva di rispondere in modo adeguato ai bisogni psicologici, affettivi ed emotivi del minore. Spesso si riscontra anche, in diversi casi, la difficoltà da parte degli adulti di vedere ed accettare i figli con i loro pregi e difetti e la tendenza ad avere in mente un ideale di come questi dovrebbero essere (l’avvicinamento più o meno forte a questo ideale da parte di questi ultimi indirizzava spesso le reazioni di apertura o allontanamento da parte del padre o della madre, e arrivava anche ad un ritiro della propria presenza affettiva); parallelamente, nei minori e’ presente la sensazione di non essere “visti”, come se ci fosse da parte loro la consapevolezza che l’attenzione fosse focalizzata principalmente sulla contesa e sul conflitto.

Sembra che lo sguardo del genitore rimanga fisso su di sé, sulla propria immagine, sui propri bisogni, senza lasciare spazio a nient’altro al di fuori di questo. E’ importante ricordare, a questo proposito, che i genitori sono i più esposti al lavoro del lutto, dal momento che c’è un inevitabile scarto tra il figlio immaginario, ideale, e quello reale; deve essere quindi mantenuto un equilibrio adeguato tra la gratificazione, l’investimento, le aspettative che si nutrono e i sentimenti di delusione e frustrazione che necessariamente si sperimentano per arrivare all’accettazione del figlio, come individuo altro da sé. La rinuncia al bambino fantasticato, come colui che deve appagare i sogni e i desideri irrealizzati dei suoi genitori (Freud, 1914) appare quindi una tappa fondamentale, che permette di mantenere un giusto bilanciamento tra investimento narcisistico (amore di sé nell’altro) ed investimento oggettuale.

Quanto, in casi come questo, viene deformata l’immagine che viene restituita ai figli dai genitori? Non solo la madre, ma l’intera famiglia deve infatti svolgere una funzione di “specchio”, che dia senso agli affetti e ai vissuti dei figli, che rimandi il senso di essere sé stessi e del proprio schema corporeo, che permetta la costituzione di una propria “pelle psichica”. Uno specchio che rimandi l’immagine dell’altro, in questo caso del figlio, arricchita dal proprio sguardo. Quando invece lo specchio rimanda un’immagine distorta allora viene trasmesso ciò che i genitori non hanno potuto elaborare, caratterizzato dall’assenza di parole. “La trasmissione transgenerazionale, in alcuni casi, si costituisce a partire da ciò che è fallito e da ciò che è mancante nello psichismo dei genitori” che va così a costituire dei “fantasmi” che favoriscono, nel bambino, meccanismi di scissione e che ostacolano in primo luogo la possibilità di pensare, favorendo la mistificazione e la confusione.

Viene insomma impedita al minore la possibilità di essere autenticamente in relazione, un riconoscimento del suo essere separato e della sua indipendenza “come un’entità a pieno diritto” (Winnicott, 1971).

Perche e’ importante il rapporto padre-figlio?

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Uno studio della European Psychoanalytic Association rivela che i padri italiani sono gli ultimi in Europa: giocano in media solo 15 minuti al giorno con i propri figli.

Secondo questa ricerca i papà quando tornano a casa si siedono davanti alla tv anziché dedicarsi ai propri figli oppure giocano al computer o alla play station.

Bisogna ricordare però che il rapporto padre-figlio si costruisce fin dalla prima infanzia.

Il rapporto tra papà e figlio maschio è di centrale importanza per la crescita di un bambino, anche se spesso questo legame finisce col venire banalizzato, o addirittura considerato superfluo. Il ruolo della madre è di certo prominente nei primi mesi di vita, poiché la sua figura di protettrice-nutrice fa sì che vengano a crearsi i presupposti per un rapporto simbiotico che ad uomo è di norma precluso.Tuttavia, la figura paterna assume rilevanza centrale non solo per favorire l’emancipazione di un figlio da questo dualismo (che in presenza di situazioni morbose rischia di sfociare nel patologico) bensì fin dai primi momenti di vita di un bambino.Essere un buon padre significa infatti anche sapere accettare un ruolo apparentemente comprimario, ma che in realtà è di importanza basilare nelle dinamiche familiari. Specialmente per un figlio maschio, per il quale l’uomo è imprescindibilmente chiamato a rappresentare il primo – nonché più importante – modello di riferimento.Se inizialmente il bambino cerca costantemente la madre infatti, a causa del suo ruolo che si rifà prevalentemente a compiti di accudimento e di sostegno, ciò non significa che il padre debba essere spettatore passivo della situazione. Anzi, è proprio nella sua “collocazione periferica” rispetto alla diade madre-figlio che l’uomo trova il significato più profondo ed importante della propria figura genitoriale.

Nel corso di questo secolo, in modo lento e differenziato, il ruolo del padre nella famiglia si è trasformato rispetto a qualche decennio fa, quando era presente una rigida individuazione tra maschile ed femminile, con inevitabili ripercussioni nei ruoli genitoriali all’interno del nucleo familiare.

Il padre contribuisce a definire l’identità del figlio, come altro da sé e dalla madre. Nel momento in cui il figlio si sente chiamato con il proprio nome e riconosciuto come altro, cioè con un proprio corpo, una propria pelle, un proprio pensiero, una propria individualità, può separarsi da quell’utero nel quale è stato contenuto e cresciuto e sentirsi nato. E’ questo uno degli aspetti fondanti del rapporto padri figli: la funzione paterna consente  la separazione dall’utero accogliente per entrare in un nuovo mondo; è la stessa funzione che consentirà all’adolescente prima e al giovane poi, di separarsi dalla famiglia ed entrare nel mondo sociale.Il padre con la crescita del figlio inizierà ad assumere una sorta di ruolo di traghettatore del figlio dalla madre verso il mondo esterno.Nel contesto del rapporto padre-figlio, la funzione paterna è stata molto valorizzata da Freud, che individuò la sua importanza soprattutto nei processi legati alla costituzione e all’elaborazione del conflitto di Edipo, allo sviluppo dell’identità sessuale, all’interiorizzazione di un codice etico e morale e allo sviluppo del Super-Io.
Il padre è il testimone della ferita iniziale, quella che rompe la simbiosi madre-bambino e aiuta il figlio a vivere in maniera strutturante le difficoltà della vita educandolo al desiderio. Senza di esso il figlio rimane nella simbiosi, nella stasi che gli impedisce di trasformare tale perdita da esperienza distruttiva a passaggio indispensabile per la costruzione della propria identità.

Ma quali sono le funzioni del papà?

Verso i 7-8 mesi il neonato impara gradualmente a riconoscere la madre come un’entità distinta da sé e comincia a riconoscere la figura paterna. Da questo momento, fino ai 7-9 anni, il padre assume un’importanza fondamentale per il figlio: se questo rapporto viene vissuto appieno, il bambino ha la possibilità di sopportare senza gravi traumi il distacco dalla fase simbiotica con la mamma, imparando a relazionarsi in modo sereno ed equilibrato con il mondo esterno.

In questa fase di scoperta, il papà diventa il simbolo di sicurezza per antonomasia, sia dal punto di vista materiale, sia dal punto di vista emotivo. L’approccio di un bimbo al mondo avviene solitamente in modo cauto e piuttosto diffidente, difatti tendenzialmente si impara prima a dire ‘no’ e poi a dire ‘sì’. Il papà diventa (o dovrebbe idealmente diventare) lo scudo fondamentale da interporre tra la paura e il pericolo percepito. Quando la figura paterna è assente, debole o non disponibile, questo meccanismo può alterarsi, lasciando il bambino spaesato e vulnerabile in un mondo vissuto come minaccioso e più grande di lui.

– E’ padre autoritario ma non autorevole che fallisce, perchè utilizza il distacco emotivo e la durezza per far rispettare le proprie regole perdendo così le opportunità educative che l’autorevolezza gli consentirebbe ma, soprattutto, non sfrutta quello che pare essere l’ultimo vantaggio che rimane ai genitori per essere ascoltati: l’amore.

– E’ il padre che si pone nei confronti dei figli come compagno di giochi rinunciando ai suoi doveri educativi. Egli diventa l’amico dei figli, ma un padre non è un amico, un padre è un educatore il quale per fare bene il suo lavoro si pone su un piano diverso dall’educando, ha un’autorità e deve avere lo spazio e la forza di prendere decisioni impopolari e forti, cose che un “amico” non può fare.

– E’ il padre materno che fallisce perché, pur occupandosi con dedizione ai figli, appiattisce il proprio ruolo in una mera duplicazione delle attività e delle modalità materne. Questo modo di essere fa mancare ai propri figli la figura virile di un padre che fa il padre con un suo stile, un suo metodo, una sua sensibilità. La valorizzazione e l’accentuazione di questa differenza è un patrimonio inestimabile per i figli che, conoscendola, avrebbero l’opportunità di cominciare lo straordinario viaggio verso la scoperta dell’altro, del quale, la scoperta del padre, è la prima tappa.Verso gli 8-9 anni, il padre aiuta a distinguere il bene dal male, trasmettendo i criteri di valutazione che corrispondono all’obbedienza/disobbedienza nei suoi confronti.

Il codice morale primitivo si forma, infatti, sulla base dell’esempio paterno e soltanto in seguito, con lo sviluppo e il consolidamento della personalità, sarà possibile modificarlo. La trasmissione di questo codice morale non avviene mai attraverso «prediche» e discorsi, ma solo ed esclusivamente con l’esempio.

Un padre che bestemmia davanti al figlio non potrà pretendere che il figlio faccia diversamente, perché con il suo comportamento avrà già dato un permesso implicito praticamente impossibile da ritrattare, se non modificando la propria condotta, lo stesso dicasi per un padre che beve o si droga. La crescita ed il continuo confronto con il mondo esterno porteranno, poi, il ragazzo a modificare con fatica le norme errate trasmesse da padri troppo autoritari, punitivi o rigidi e tale processo sarà ovviamente più difficile nel caso di padri immorali o delinquenti.

 Gli strumenti comunicativi a disposizione di un padre sembrano di fatto meno potenti rispetto a quelli che può vantare la madre. Se da una parte il ruolo della madre è di fatto insostituibile, dall’altra lo è anche quello del papà (parlando sempre di situazioni ideali ovviamente,) in quanto e’ possibile far crescere un figlio in maniera sana pur essendo padre single. Uno dei compiti più ardui dell’uomo è infatti quello di mediatore nei processi interattivi madre-figlio, ed è un’incombenza che raggiunge la massima rilevanza proprio nel suo essere “intruso“: si tratta infatti di un’interferenza, quella dell’uomo in questo dualismo, direttamente funzionale sia allo sviluppo autonomo del bambino, sia al “recupero” dal trauma dello svezzamento per la madre.Un buon padre dovrà dunque riuscire a trasmettere serenità alla propria compagna durante il naturale processo di distacco dal figlio, e parallelamente favorire l’emancipazione di quest’ultimo in maniera graduale. Ed è proprio all’interno di queste dinamiche che la figura del padre quale paradigma di riferimento per un figlio maschio, assurge alla posizione più elevata. Tuttavia, anche questo processo non sarà affatto privo di conflittualità. Se nei primi mesi di vita infatti il bambino non soffre la figura del papà, accettandola nella sua marginalità senza particolari angosce, viceversa col passare degli anni il figlio potrà sviluppare sentimenti contrastanti nei confronti del genitore maschio.Anche questo è perfettamente naturale: l’elitaria esclusività della coppia coniugale – un meccanismo integrativo nei confronti del bambino soltanto fino ad un certo punto, poiché a questo non saranno mai concessi i privilegi particolari che regolano le dinamiche del rapporto padre-madre – potrà generare frustrazione nel figlio, che sperimenterà il suo sentirsi parzialmente escluso (benché amato, ma in maniera chiaramente differente). E nello svilupparsi di questi processi, è proprio ai margini dell’adolescenza che il rapporto padre-figlio raggiunge la sua fase più delicata. Il papà sarà infatti chiamato a svolgere la duplice funzione di genitore amorevole e di primo argine educativo; si tratta di un periodo altamente probante, ma che determinerà il buon rapporto tra un figlio maschio ed il suo papà.

La mancanza di una guida autorevole.

La mancanza di una guida, di un punto di riferimento forte che insegni lo spirito di sacrificio e il senso di responsabilità può avere effetti negativi sui figli. Il maschio “senza padre”, se ne è privo fin da piccolo, fatica a sentire le proprie potenzialità maschili.

Il padre oggi è, come direbbe Recalcati, “evaporato” sotto la spinta di una società che ha posto al suo centro il profitto ad ogni costo. Una “società liquida” dove i punti di riferimento di qualsiasi genere sono completamente assenti e dove anche i modelli storici, come quelli religiosi, faticano non poco ad affermarsi o a mantenere le loro posizioni. Una società nella quale il senso del dovere ha lasciato il posto all’edonismo e parole come “autorità” ad esempio, sono rifiutate o semplicemente ignorate.

Ecco  alcuni comportamenti da evitare con i figli

  1. Evita di proiettare sui figli la tua ansia e insicurezza. I padri-chioccia, super attenti e protettivi, che cercano di occuparsi di tutto e di prevenire qualsiasi problema impediscono quel sano processo che rende autonomo e forte il figlio e gli sottraggono la possibilità di «allenarsi» in vista dell’inserimento nella rete sociale. L’ansia paterna rischia sempre di essere tradotta dal bambino nella paura di pericoli reali, provocando timori e insicurezze profonde e difficilmente rimovibili.
  2. No ai giochi di potere. I padri autoritario spesso rischiano di abusare del proprio potere, fino a diventare involontariamente despoti o crudeli: sono i padri che svalorizzano costantemente le madri criticando le loro modalità educative o di cura dei figli; padri stanchi che impongono il silenzio, il dovere e il rispetto finendo per soffocare il desiderio di libertà e indipendenza dei figli, trasformati in obbedienti soldatini. Queste dinamiche spesso stanno alla base della sindrome di opposizione, che si manifesta anche con atti antisociali importanti.
  3. Non metterti in secondo piano rispetto alla mamma. I padri che delegano tutto alla moglie ribaltano il piano di maturazione affettiva del bambino, che avrebbe invece bisogno di trovare in lui la forza e l’autorità sulle quali costruire la propria sicurezza.
  4. Non mostrarti incoerente/imprevedibile. I padri che prima permettono e poi proibiscono la stessa azione, o viceversa, provocheranno nel bambino delle reazioni di difesa da questa figura che non garantisce sicurezza, ma, al contrario, la minaccia perché trasmette imprevedibilità e lascia la sensazione di non sapere mai che cosa aspettarsi.
  5. Non umiliare. I padri che prestano più attenzione agli elementi negativi del figlio e li sottolineano senza riconoscere gli aspetti di potenzialità già presenti e sviluppati, provocano una profonda svalutazione e la sensazione di non essere mai all’altezza o sufficientemente competitivi rispetto al mondo esterno.
  6. Non mostrare comportamenti estremi per sembrare giovane. Cosi si rischia di presentare un modello in cui, (volendo fare il ragazzo, ricorrendo a mezzi/comportamenti estremi pur di far colpo), si genera nel figlio la tendenza all’imitazione, quando forse quest’ultimo non e’ neanche  ancora al corrente del pericolo che certe azioni comportano.

Dopo i 18 anni
In questa fase di età il più è fatto, e si raccolgono i frutti del lavoro degli anni passati. È il momento in cui ci si confronta, in cui un padre dovrebbe ascoltare il figlio e favorire sempre il dialogo, dovrebbe guidare il ragazzo nelle scelte scolastiche e lavorative, ricordandosi che deve dare soprattutto il buon esempio: i figli imparano da quello che il padre fa, diventando, possibilmente il polo degli ideali e delle ambizioni per il figlio stesso.

Uscire vittoriosi da questa sfida non è semplice, ed è di cruciale importanza un dialogo sano e continuativo. Si tratterà dunque di sviluppare un rapporto leale e sincero, pur tenendo sempre presenti i dovuti “paletti” che determinano la separazione della figura genitoriale da quella del figlio; una situazione comunicativa che possa sfociare in un confronto la cui conflittualità sarà funzionale alla ricerca del sé del ragazzo, ed allo sviluppo della sua autonomia non più solamente nelle vesti di figlio, ma finalmente di persona. Anche e soprattutto nella percezione che egli avrà finalmente di sé stesso come tale. Sarà proprio a questo punto che le situazioni di conflitto tra papà e figlio tenderanno a scemare – venendo interrotte quando il padre lo riterrà opportuno – per raggiungere, al termine di questo processo, la promozione di un paradigma comunicativo più maturo. Nella fattispecie, come si suol dire, “da uomo a uomo“.La figura del papà quindi non può e non dev’essere in alcun modo ritenuta secondaria per definizione, soltanto perché appare ad un primo esame come marginale rispetto al ruolo della madre; poiché sta proprio nella sua naturale “secondarietà” il segreto del suo successo.

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Il sorriso ha una forza inimmaginabile:e’ potente

 Nel mio silenzio anche un sorriso può fare rumore. (Lucio Battisti)

Nella fatica del tuo sorriso cerca un ritaglio di Paradiso. (Fabrizio De Andre’)

Non piangere per chi non merita il tuo sorriso. (Jim Morrison)

Non sapremo mai quanto bene può fare un semplice sorriso. (Madre Teresa di Calcutta)

Non sei mai completamente vestito senza un sorriso. (Detective Comics

Un giorno senza un sorriso è un giorno perso. (Charlie Chaplin)

Un sorriso può aggiungere un filo alla trama brevissima della vita. (Laurence Sterne)

Un sorriso è una carezza a fior di pelle… tenerezza… è quasi uno stato d’animo. (Nikita)

Un sorriso fa fare il doppio della strada di un brontolio. (Robert Baden-Powell)

Si arriva ad un punto in cui e’ necessario smettere di  rovinarsi la vita, cambiando il modo in cui si vedono le cose che ci circondano. E provare a dirsi: ”A partire da oggi, ho deciso di sorridere e di non permettere che niente e nessuno mi rovini la vita. Mi sono accorto che è un errore credere che la mia felicita’ dipenda da ciò che fanno o non fanno gli altri.”

Secondo un interessante studio della University of California, pubblicato sulla rivista Psychology Today quasi il 40% della nostra capacità di essere felici dipende dal semplice fatto di fare il passo decisivo e cambiare. Eppure, la maggior parte delle persone rimane aggrappata alle stesse situazioni e, di conseguenza, si rovina la vita.

L’ironia e’ il sale della vita, il pepe, il pinzimonio; è il colore essenziale della gioia del distacco, della capacità di ridere, di sorridere, di guardare le cose da un punto di vista disincantato; l’ironia consente di non aderire al dramma, consente di sdrammatizzare, per l’appunto, di alleggerire, di guardare i problemi appesi a un palloncino, il che aiuta sicuramente a risolverli.

 “Sorridi anche con un sorriso triste, perchè più triste di un sorriso triste c’è solo la tristezza di non saper sorridere”.

Sicuramente dobbiamo sorridere di più, tutti, nessuno escluso. Sorridere, sorridere, sorridere! Sorridere con gli occhi e con il cuore, non solo con un movimento delle labbra.

Facciamo in modo che quando sorridiamo ad un’altra persona brilli una luce particolare nei nostri occhi tale da trasmetterla perche’ sorridere è come rompere le barriere.

Un sorriso è una cosa semplicissima, eppure è sempre qualcosa che spiazza, è una forza potentissima che possediamo e spesso non ce ne rendiamo neanche conto.    

Esternare la gioia che portiamo dentro, esternare l’ottimismo che ci contraddistingue provoca in noi e nell’altro tutta una serie di effetti positivi.

Anche se a volte per sorridere bisogna sforzarsi, nei momenti di depressione e ansia, il sorriso può aiutare a sentirsi meglio, perché la nostra vita va di pari passo con le emozioni.

Cosa c’è di più bello di un sorriso? È un gesto così potente da far stare bene noi e gli altri.

Il sorriso ha tutto questo potere, ma a volte non riusciamo a sorridere neanche se lo vogliamo. I problemi, le critiche, le responsabilità e tanto altro possono offuscare il nostro sorriso con una grande tristezza. Anche quando non riusciamo neanche ad abbozzare un sorriso, sforzarci a farlo aiuta a superare più facilmente i momenti difficili.

Sforzarci di sorridere ha uno scopo importante: ci fa sentire meglio, ci permette di intravedere la luce in fondo al buio.

Può succedere anche a noi, quando non vogliamo preoccupare gli altri con i nostri problemi, di cercare o fingere di essere felici, mantenendo un atteggiamento positivo.

Dobbiamo imparare a far emergere il sorriso autentico, perché mascherarci ci farà soffrire ancora di più. Non smettere mai di sorridere, ma veramente. I sorrisi sinceri sono gli unici che funzionano, che mostrano la vera felicità.

Aiuta a superare l’ansia e la depressione: perche’ due sono i problemi  che affliggono la nostra società: ansia e depressione. I problemi ci fanno apparire tutto senza speranza, senza luce, senza colore. Dov’è finito il sorriso? Quello autentico?

Il sorriso ci rende più creativi. Sembra uno scherzo, ma è vero: il sorriso ci rende più creativi. Se, ad esempio, il vostro lavoro si basa sulla creatività o cercate un’ispirazione che fatica ad arrivare, o semplicemente provate difficolta’ a svolgere un certo tipo di lavoro, provate a sorridere; un sorriso rende la mente più vigile e attiva: perche’ il sorriso ci fa diventare più ricettivi. Tutte le nostre emozioni influenzano l’ambiente circostante. Se siamo tristi, tutto è grigio, ma se siamo felici e abbiamo un bel sorriso, andrà tutto meglio e saremo più capaci di interagire con gli altri.

Non aspettare di essere felice per sorridere. Ma sorridi per essere felice. (Edward L. Krame)