Il dolore che non si vede: il dolore psichico, cosa fare

Ricorda Freud. “La sofferenza ci minaccia da tre parti: dal nostro corpo che, destinato a deperire e a disfarsi, non può eludere quei segnali di allarme che sono il dolore e l’angoscia, dal mondo esterno che contro di noi può infierire con forze distruttive inesorabili e di potenza immane, e infine dalle nostre relazioni con altri uomini. La sofferenza che trae origine dall’ultima fonte viene da noi avvertita come più dolorosa di ogni altra”.

Il dolore colpisce sempre nel corpo. Eppure nell’essere umano non colpisce solo il corpo in quanto organismo, poichè il dolore non è solo quello somatico ma è dolore anche quello psichico, quello che colpisce la mente. 

L’essenza della terapia psicoanalitica non è solo un’esperienza cognitiva, ma è anche e soprattutto una nuova esperienza emotiva, dove nella dinamica del transfert (➔) e del controtransfert si rivivono e si nominano antiche relazioni in una nuova rete di significati che coinvolgono sia il paziente sia l’analista. In tale ricco intreccio di pensieri e di emozioni una certa quota di dolore psichico e inevitabile, ma in buona misura costituisce un’esperienza positiva e strutturante poiché consente di tollerare la sofferenza senza dover ricorrere a operazioni difensive comunque mutilanti l’interezza della persona e la comunicazione sia intrapsichica che interpersonale. L’essere umano è caratterizzato e condizionato da una serie di eventi biologici: la nascita, la dipendenza dai genitori,  i conflitti adolescenziali, l’immaturità sessuale, le malattie, la morte. Questi momenti suscitano conflitti, ribellioni, difese più o meno efficaci, che sono sempre intrecciati; tra loro nel corso dello sviluppo, per cui ogni conflitto successivo rimanda al precedente. Ogni stadio può essere un momento organizzatore della vita psichica. In ogni fase ci spetta però il difficile compito di distinguere la sofferenza patologica prodotta dall’ansia e dall’angoscia a fronte dei singoli eventi della vita rifiutati o temuti, da quella fisiologica legata all’accettazione degli eventi che devono essere vissuti sia negli aspetti frustranti, sia in quelli gratificanti. Lo psicoanalista deve avere una particolare attenzione alla qualità della sofferenza psichica o all’assenza di essa manifestata dal paziente nell’ambito delle diverse fasi della cura, durante la quale l’analizzato deve essere condotto ad abbandonare l’illusione di poter sfuggire totalmente al dolore causato dalle esperienze della vita. Come puntualizzava Sigmund Freud, nel suo ironico pessimismo esistenziale, la psicoanalisi non può promettere la felicita; può però trasformare la sofferenza nevrotica in comune infelicità, legata all’esistenza e alla natura umana. (Pierini)

La carica empatia dell’analista può essere fondamentale per comprendere, capire e aiutare la persona sofferente ad uscire del tunnel del “dolore che non si vede”, spesso, ma non solo, riconducibile a cause antiche o a traumi recenti, comunque sia da risolvere, per acquisire strumenti utili per vivere una vita migliore.

Non si vede ma fa male lo stesso, spesso anche di piu’ del dolore fisico.

Nella relazione terapeutica che “funziona’, nella condivisione del dolore, il paziente può ritrovare se stesso, abbattere le cause, affrontare le difficolta’ che lo hanno portato al dolore psichico, riuscendo a vedere quella inizialmente piccola luce da cui attingere energia per poterne uscire definitivamente fuori.

Il lavoro terapeutico e’ complesso ma risolvibile, qualora ci sia una buona alleanza terapeutica tra analista e paziente, un alto grado di empatia dell’analista e partecipazione del paziente a superare il “dolore che non si vede”. Ricordo infine che per l’essere umano la sofferenza psichica, seppur minima, rimane un campanello d’allarme affinché non si incorra piu’ in situazioni similari o disfunzionali.

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Ci si vergogna di provar vergogna

La vergogna puo’ essere intesa come una difesa che protegge il narcisismo fragile, ma anche come espressione del narcisismo ferito. La vergogna puo’ essere intesa come espressione di una particolare strutturazione difensiva, ” la vergogna paralizzante”, la vergogna di “fare brutta figura” in cui l’individuo non si espone mai, mettendosi al riparo, e provandola raramente. Oppure la “vergogna intrapsichica” dove l’individuo si vergogna, ma controlla l’emozione e reagisce positivamente: si tratta di una vergogna anticipatrice che serve per controllare ed evitare le situazioni che possono minacciare il narcisismo fragile ed essere minacciose per l’intregrita’ del se’.

Ciascuno di noi ha provato il disagio e il turbamento di questa emozione, intensamente dolorosa, complessa e multifocale,ma alleata come modulatore delle nostre azioni.

Oggi e’ un sentimento che va sempre piu’ trasformandosi: apparentemente silente non potra’ mai scomparire, percio’ riaffora sotto mille forme.

La vergogna quindi  e’ l’altra parte della medaglia del narcisismo, ed ecco perche’ puo’ insorgere nelle relazioni affettive, o qualora si voglia  parlare in pubblico, o esporci in qualsivoglia modo: essa genera il timore di non essere all’altezza della situazione, proprio a causa di un narcisismo fragile e di una conseguente bassa autostima.

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NOVITÀ! recensioni di ex pazienti

  1. Per chi volesse sapere di più sulla mia persona e sul mio approccio clinico e modo di lavorare puo’ scorrere di seguito o cliccare su “chi sono” e poi su “recensioni”: potrà leggere alcune recensioni di miei cari ex pazienti che ringrazio per le loro parole che mi hanno colpito profondamente e mi danno forza ed energia ogni giorno  per continuare questo lavoro così difficile ma così meraviglioso! Grazie ancora

recensioni

Daniela P.

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Attacchi di panico

Ho conosciuto la dottoressa quando gli attacchi di panico e una sterilità idiopatica mi rubavano la spensieratezza dei miei 30 anni.La sua empatia,la caparbietà,le competenze mi hanno regalato la maternità e la serenità.Le sarò per sempre riconoscente perché senza di lei la mia vita sarebbe stata buia…mi ha salvato la vita è ciò che penso quando la consiglio a chi mi chiede un aiuto psicologico..

laura

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Un’ottima professionista e un’ottima persona. E’ stata fondamentale per superare il mio problema. Nel percorso insieme abbiamo lavorato su molte cose che mi hanno migliorato la vita. La consiglio con il cuore!

paola

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Ho conosciuto la dottoressa Novelli in un periodo in cui non avevo energie per affrontare alcune situazioni che mi affliggevano.
Arrivavo agli incontri con la dottoressa dopo aver percorso 200km in treno con il mio ‘bagaglio di paure’ che la dottoressa,con professionalità,pazienza e determinazione,mi ha aiutato ad ‘alleggerire’ fino a svuotarlo dalle paure e a riempirlo di coraggio e fiducia in me stessa.
Ho avuto la fortuna di incontrare una eccellente professionista,una donna molto intelligente,empatica,colta e competente.

franco

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La Dottoressa Novelli è una brava, è capace e preparata, è una bella persona che ama il suo lavoro. Le sono molto grato per la competenza e la dedizione che ha messo in campo ogni singola seduta, e mi ritengo fortunato ad averla incontrata. La consiglierei a chiunque.

mp.pagliari

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Ho avuto il privilegio di incontrare la dottoressa Emanuela Novelli e di percorrere insieme una parte costitutiva della mia vita. Una rinascita.
Ero approdata al suo studio a 32 anni in una condizione penosa, di grande dissipazione energetica. Mi sentivo inutile, anzi dannosa, pensavo di sciupare, di inquinare, passare malattie, di mortificare. Sanguinavo nell’anima. Sentivo vicina la fine della mia vita.
Nel contempo avevo tanta rabbia che non usciva perché avevo paura di deflagrare. La dottoressa Novelli ha mi fermato l’emorragia dell’energia vitale, mi ha accolto e curato nella pace del suo studio, mi ha seguito nel ricostituirmi, mi ha accompagnato nel ridefinire i miei confini.
Insieme abbiamo fatto un lavoro profondo basato sulle libere associazioni e sull’analisi dei sogni che, da quando avevamo cominciato, arrivavano ogni notte sempre più copiosi, creativi, agitati, colorati, ricchi di spunti. Nel corso dell’analisi i sogni si facevano po’ alla volta meno violenti e riuscivo a salvare qualcosa che rappresentava la mia vita.
Con il percorso della psicoanalisi siamo arrivate al traguardo di farmi desiderare e percepire lo stato di benessere. Siamo arrivate alla definizione di me stessa, dei miei confini. Ero già molto felice…e da qui sono partita per affrontare la MIA vita!
Un’esperienza creativa e affascinante dove ho potuto sondare la ricchezza e la bellezza della mia esistenza.

marti.cipriani

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Sono arrivata dalla Dott.ssa Novelli che ero pressoché una ragazzina, 17 anni e tante tante problematiche che assillavano la mia paura di maturare, di affrontare la vita, il tutto reso ancora più pesante da un’anoressia che era oramai conclamata ed evidente agli occhi di tutti. La Dott.ssa Novelli ha saputo entrare, con delicatezza e sicurezza, nel mio io più spaventato, lo ha preso e se ne è presa cura, ridandomi, piano piano, la speranza che la vita potesse regalarmi un’altra opportunità. E così ha fatto, ora che sono una donna, posso definirla la persona che ha salvato la mia vita, che mi ha ridato la salute, la fiducia e la voglia di amarmi nuovamente, per potere amare un’altra persona, speciale, che è diventato il papà delle mie due figlie.
Non smetterò mai di ringraziare la Dott.ssa per il lavoro fatto su di me, per la sua capacità unica di raccogliere una ragazza spaventata ed ai limiti della vita, e di renderla una donna.
Se qualcuno mi chiedesse a chi rivolgersi in caso di difficoltà, senza ogni dubbio mi verrebbe in mente il nome della Dott.ssa Novelli, che ha realmente salvato, con il suo lavoro, la mia vita.

pascan

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Infertilità

È stato un percorso lungo e importante che mi ha consentito di risolvere, crescere e stare meglio. Sono passati anni ma non c’è giorno che non ripensi alla terapia e a quello che mi ha dato. La dott.ssa Novelli è una professionista eccellente.

linda

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conosco la dott.ssa novelli da molti anni ed oltre ad essere una professionista seria ha la grande capacita di entrare in empatia con le persone che la contattano.
consigliata.

Gimmy

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Disturbi alimentari

Ha dato lei molto più di quanto le abbia dato io,ho sempre contrastato quello che sarebbe servito X il mio bene,con tutte le mie forze ,eppure nonostante questo la dottoressa Novelli mi ha salvato dall’anoressia,dalla bulimia e da mille altre cose.Oggi penso che avrei potuto fare di più ,ascoltarla di più ,vederla di più. È’ stata in cardine ,un riferimento ,una guida ,una speranza e una famiglia,mi ha salvato da un incubo .Non potrei che consigliare lei,se avessi un amico o un figlio in difficoltà e che sta soffrendo,perché saprei di affidarlo in mani esperte e sicure .

Gianni

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Come tutti, da sempre, ho tentato di risolvere qualsiasi problema anche psicologico facendo affidamento sulle mie forze, sulla struttura salvifica che mi ero costruito, una vita segnata da alcuni eventi traumatici, la perdita di mio giovane padre a 6 anni , un’innocenza violata, la scoperta dell’omosessualità, l’accettazione ma al tempo stesso la difficoltà nel comunicarla alle persone che mi amavano, il contesto sociale era quello della periferia romana negli anni 80, tutto era più difficile, l’omosessualità sembrava essere accettata solo agli artisti o a quei pochi coraggiosi che lottavano incuranti per la proprià libertà… io non ero un coraggioso. Il tempo passa, e ne passa tanto ad esser sincero e sulla struttura compaiono i primi segni di cedimento, la diga comincia a perder acqua, Sorgono quelli che si riveleranno essere dei veri e propri attacchi di panico violenti ed invalidanti. In quel momento mi sono reso conto di non poter più risolvere tutto da solo. L’analista di una cara amica mi fornisce il contatto della dottoressa Novelli, consuete tre sedute di conoscenza reciproca poi la Dottoressa mi propone di entrare in un gruppo composto da tre persone, non vi nascodo la mia titubanza, ma il bisogno era talmente grande che, stranamente per me, accettai la sfida. Relazionarmi, questo era il vero problema, con altre tre persone apparentemente lontane da me mille miglia sia per problematiche sia per ceto sociale, ho tolto la corazza e ho donato il mio cuore che non pensavo vivo, perdonatemi il romanticismo, nelle mani di tre persone e della Dottoressa Novelli
Ogni seduta uno step, un traguardo , tra entusiasmi ed difficoltà, la voglia di fuggire, la voglia di non presentarsi.
Ogni seduta un progresso, molte zavorre son cadute, prima tra tutte il coming out con persone alle quali voglio bene, molta rabbia è uscita fuori, energia negativa che ho liberato. Non parlo di un miracolo, spero di non trasmettere questo, l’analisi non mi ha stravolto la vita, sono sempre io, la stessa sensibilità, lo stesso essere umano fragile che chiese aiuto, ho una cosapevolezza diversa, imparare ad osservare la vita da una prospettiva diversa, c’è n’è sempre un’altra e lottare per ciò che posso cambiare e accettare quello che non posso. Spesso si parla dell’analisi come un percorso, per me lo è stato , lungo tutta la mia vita, ho ritrovato cose che mi ero perduto, persone che avevo lasciato e gettato altro che portavo inutilmente con me.
Di tutto ciò sarò sempre grato alla Dottoressa Novelli e al gruppo.

Francesco

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Punto fermo del mio percorso, la Dottoressa Novelli é riuscita nel corso del tempo, in modo molto cauto , aiutandomi a riprendere in mano la mia vita e trasformarla completamente.
In un periodo scuro della mia vita dove non riuscivo a trovare nelle cose comuni il sorriso per andare avanti la dottoressa é riuscita ad offrirmi motivi sui quali far riflettere la mia felicitá e propagarla all’esterno.
É grazie alla sua disponibilità e bravura ,nei rapporti prima umani ed anche professionali, che mi é stato insegnato a condividire e godere della semplice felicitá.

Arianna A.

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Ho avuto la fortuna di incontrare la Dott.ssa Emanuela Novelli in un periodo in cui non vedevo vie di uscita alla mia sofferenza. Certo, riuscivo a lavorare e quindi a mantenermi, ma ero arrivata al punto che preferivo lavorare… i fine-settimana erano diventati una sofferenza senza fine, una stanchezza cronica mi accompagnava per tutto il week-end e non vedevo l’ora che arrivasse il lunedì: cosa sicuramente non normale, non sana.
Parlo di fortuna perché incontrare la giusta psicoterapeuta in un momento della propria vita in cui, a causa del proprio vissuto, si sta attraversando un tunnel buio di cui non si riesce a vedere la fine, è di fondamentale importanza. Incontrare la persona giusta fa la differenza: nonostante le sedute fossero, a volte, molto dolorose e difficili, riuscivo comunque a non saltarne neanche una, perché per me erano l’unico modo per arrivare a vedere la luce alla fine del tunnel… e così è stato.
L’aggrapparmi alle sedute con la Dott.ssa Novelli, il vedere queste come l’unico mezzo a mia disposizione in quel sofferto periodo per arrivare ad avere una vita serena, era strettamente connesso alla figura della dottoressa. Mi ha saputo accompagnare in questo non facile percorso, diventando per me in quel periodo un punto di riferimento molto importante. Allo stesso tempo, nella fase finale della terapia, mi ha preparata, senza che io me ne rendessi conto immediatamente, a “camminare” da sola, recidendo in modo delicato e graduale il cordone ombelicale che inevitabilmente si crea tra una persona e il proprio psicoterapeuta.
Abbiamo affrontato insieme un percorso di terapia psicoanalitica che a tratti è stato molto difficile, ma, nonostante le difficoltà, le mie sedute con la dottoressa sono state per diverso tempo un bastone su cui appoggiarmi. Un bastone necessario in un periodo della mia vita in cui, grazie a lei e insieme a lei, mi fortificavo pian piano interiormente, in modo da riuscire ad affrontare con serenità le mille difficoltà, piccole o grandi, che tutti abbiamo nella vita e che sempre avremo. Il lavoro con lei mi ha permesso di acquisire quegli strumenti di cui tutti dovremmo essere in possesso per affrontare la vita, nel bene e nel male, in modo pieno e sereno.
Non finirò mai di ringraziarla per l’aiuto che mi ha dato e ancora adesso, nonostante siano già passati diversi anni, penso sempre a lei con affetto e gratitudine, perché rimane per me una persona e una professionista seria di riferimento a cui rivolgermi nel caso sentissi bisogno di un supporto psicologico.

Marina

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Ho conosciuto la dott.ssa Novelli grazie ad una mia amica , sua ex paziente . Avevo già fatto un percorso analitico e sapevo che era molto importante , per un buon fine della terapia , instaurare da subito un rapporto ” empatico” e così è stato . Ho trovato in lei una vera professionista , mi ha aiutato a credere in me stessa , aumentare la mia autostima ed esprimere le mie emozioni .

Alessia

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Ho conosciuto la dottoressa Novelli in occasione della perdita di mio padre. Ero giovane e un pilastro della mia vita era venuto meno. Grazie agli incontri con la dottoressa ho gradualmente riacquisito fiducia in me stessa, fino a lavorare e studiare insieme per laurearmi. Ha contribuito ad individuare i miei punti di forza e a fare leva su di essi. È stata in diversi momenti significativi della vita un punto di riferimento, come confronto, sostegno, conforto e spinta ad andare avanti e a migliorare. È una valida professionista, che insegna a valorizzare la propria dignità.

Bianca

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L’ho incontrata ad un punto della mia vita in cui sembrava tutto morto. Era in effetti tutto morto. Ero molto sofferente. Avevo impacchettato e buttato via una parte di me, la più autentica e vitale. Un altro po’ di tempo e l’avrei persa per sempre. Un’analista sbagliata e non l’avrei più recuperata quella parte e con lei il gusto per la vita.

Invece ho incontrato la dott.ssa Novelli, grazie una serie di circostanze fortunate e …per un destino di rinascita che mi aspettava. Da allora abbiamo fatto un lungo percorso insieme. La strada del mio recupero non è stata facile, si potrebbe dire che è stata anche faticosa, eppure la fatica non l’ho mai sentita. Infatti non ho mai mancato una seduta perchè ogni volta che uscivo dal suo studio avevo qualcosa in più e un po’ di luce in più. Lei infatti è non solo una grande professionista, lei è una grande donna, luminosa e generosa.

Così, piano piano ho abbandonato il buio da cui venivo. Lei mi ha tenuto per mano anche attraverso momenti molto dolorosi, che non erano previsti quando iniziò la terapia: la malattia e la morte di mia madre quando ero ancora una giovane donna, il divorzio. Ma mi anche ha aiutato a godere pienamente delle cose belle che sono successe in questi anni: prima di tutto due gravidanze, due figli meravigliosi. E io non ero affatto una che sapeva godere delle cose belle! E ne ha fatto di fatica con me Emanuela Novelli….

Con lei ho imparato a non avere paura. Mi sono scoperta forte e allo stesso tempo mi sono accettata anche nelle mie parti fragili. Ho imparato a sentire il gusto di me stessa, ad essere consapevole e orgogliosa della mia femminilità, del mio essere donna. Ho imparato ad ascoltare il cuore e ad accordarlo alla testa, io che avevo sempre agito e costruito la mia vita come se il cuore non avesse alcun peso e non dovesse avere spazio nelle decisioni di vita. Ho imparato a mettere da parte schemi preconfezionati e a creare la mia vita a partire da me stessa. Ho imparato ad amare la mia anima, il mio modo di essere e il mio corpo.

Tutto questo nella mia analisi con lei, grazie alla mia analisi con lei, la dott.ssa Novelli. Mi ha guidata con intelligenza, perizia, pazienza, determinazione, senso pratico, attenzione, sensibilità e con fiducia. Ho sempre sentito la sua fiducia ed ho imparato ad averne anche io.

Senza di lei non ce l’avrei fatta. Avrei tirato i remi in barca, sarei probabilmente scivolata in una depressione inesorabile, avrei sicuramente moltiplicato i miei atteggiamenti autolesionisti, mi sarei chiusa in pensieri ossessivi. Invece oggi sono una donna soddisfatta, serena, piena e una professionista affermata. Una donna con i suoi problemi, certo, come tutti, ma con molti strumenti per affrontarli al meglio, strumenti che mi ha dato la dott.ssa Novelli.

Quando qualcuno ti svolta la vita, anzi ti riporta alla vita non si può ringraziare mai abbastanza…. Io sono infinitamente grata a questa donna eccezionale che per fortuna mia e dei suoi tanti pazienti ha deciso di fare la psicanalista e lo fa meravigliosamente bene.

fabio m.

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Mi sono avvicinato alla Psicoterapia per la prima volta con la dottoressa Novelli. Avevo tanti timori (risultati, i tempi lunghi, costi) ho trovato una terapista empatica che in un periodo ragionevole mi ha aiutato a ritrovare la mia strada. Insieme abbiamo fatto un grande lavoro. Fabio M.

ELI

2018-01-18

Ho avuto la grande fortuna di incontrare la Dottoressa Novelli nel periodo forse più difficile della mia vita, avevo 24 anni e mio padre era appena venuto a mancare. Avevo bisogno di un sostegno psicologico che mi desse la forza di continuare a credere nella bellezza e nella vita. Insieme abbiamo intrapreso un percorso fatto di lunghe camminate, corse, pause, silenzi, curve difficili, discese e risalite. Con i giusti tempi, tappa dopo tappa, siamo arrivate alla fine della strada arricchite entrambe di un’esperienza unica e preziosa. Il percorso di psicoanalisi fatto con la Dottoressa mi ha aiutato a sciogliere tanti nodi che mi portavo dietro fin dall’infanzia e mi ha dato nuovi strumenti per affrontare il futuro in modo più consapevole e per superare i problemi con una sana autoanalisi quotidiana. Con gioia, fatica e determinazione in questi anni di terapia sono riuscita a portare a termine molti obbiettivi e ora dando uno sguardo al percorso fatto, nonostante la mia inguaribile tendenza all’autocritica, debbo ammettere di esserne assai soddisfatta. Ringrazio la Dottoressa la professionalità e per la passione con le quale affronta il suo lavoro ogni giorno.

 

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Madre e figlio dalla vita intrauterina in poi

Nella precoce (fino dalla vita fetale),profonda,emotivamente ricca,relazione con la madre si fondano e si costruiscono tutti quei nodi essenziali che possiamo chiamare “ le chiavi determinanti per la salute fisica e psichica“ futura. Quello che le moderne neuroscienze chiamano il sistema psiconeuro-endocrinoimmunologico.
L’impronta materna originaria,neuro/affettiva/relazionale,da un lato plasma nel piccolo la prima immagine di sé, forgia cioè la matrice da cui si svilupperà la personalità,dall’altro lato struttura il sistema che gli consentirà un equilibrio fisiologico e mentale e una capacità di autoregolazione,che a sua volta lo aiuterà nel progressivo distacco, non traumatico,dall’oggetto primario che gli ha fatto da guida, cioè dalla madre stessa.

Ciò che è accaduto al piccolo,nel bene e nel male,“nei primi 45 mesi determinanti per la vita” (9 mesi nel ventre materno e 36 mesi alla luce) resterà fissato nella memoria implicita e condizionerà per sempre il suo futuro.
Per sempre,l’equilibrio fisiologico e mentale del figlio sarà il riflesso dell’equilibrio fisiologico e mentale della madre.

Il rapporto tra madre e piccolo, fino dalla fase prenatale, non può fare a meno di strutturarsi su una serie di interazioni bio-psicologiche,che hanno la loro ragione di esistere nel concetto di “relazione”.

Si consideri ,per esempio, il fatto che l’embrione rilascia gruppi di cellule staminali, che oltrepassando la placenta, penetrano nella struttura materna, per aiutare a sistemare quegli organi che hanno bisogno di riparazione.
E’ un’azione inconscia,protettiva del piccolo prenatale verso il corpo della madre, cioè verso l’ambiente in cui sta crescendo. Ma è anche un segnale comunicativo verso la struttura che lo ospita. E’come se il nascituro dicesse “ ti do qualcosa di me perché tu stia meglio:dammi qualcosa di te”. E’ un processo di scambio basato sugli stimoli materni e sulla risposta fetale, dove  “ogni stimolo è destinato a diventare una componente della personalità che si sta formando,e dove la natura viene assorbita e ripresa dalla cultura”. (L.Ancona)
Lo psicologico materno diventa biologico e poi psicologico nel piccolo.
Questa dinamica, evolvendosi, trova la sua naturale maturazione nel processo di ATTACCAMENTO.
Nel cervello della madre sotto l’effetto della partecipazione emotivo/affettiva della relazione con il feto e poi con il neonato, si producono, insieme a dei neurotrasmettitori, anche dei neuromodulatori, che sono in grado di aumentare l’efficacia delle connessioni sinaptiche che si stanno formando, e che hanno la capacità di determinare dei cambiamenti duraturi .
L’avvenimento dell’attesa di un figlio, l’agire giornalmente in un lavoro di stimolazione che ha come fine ultimo il suo benessere nel presente e nel futuro, l’emozione del parto e poi il successivo periodo di intenso accudimento, consentono al cervello materno di produrre l’ossitocina, un neuromodulatore che agisce sulle connessioni neurali esistenti, trasformandole e avviando una fase di importanti mutamenti strutturali.
L’ossitocina,chiamato anche “l’ormone della fiducia e dei legami sociali”, favorisce il sentimento di tenerezza e facilita il complesso percorso dell’attaccamento, ma rinforza anche nel piccolo la tendenza a legarsi con gli altri, cioè a socializzare .
L’ossitocina nel corso del travaglio, stimolerà le contrazioni, e dopo il parto favorirà la produzione del latte.
Alcuni studi condotti con la risonanza magnetica nucleare funzionale, consentono di osservare chiaramente che quando le madri prendono in braccio il piccolo o anche soltanto indugiano a osservare la sua fotografia, si attivano le regioni cerebrali ricche di ossitocina.
Tutte queste considerazioni per ricordare alle madri, che dubitano di non essere all’altezza di sostenere il ruolo che le attende e che temono di non riuscire ad affrontare le responsabilità che la presenza di un figlio comporta, quanto sia saggia e previdente la natura. Questa ha,infatti, predisposto che nel cervello materno avvengano delle modificazioni endocrine in grado di trasformarsi in modificazioni affettive, tali da mantenere costantemente vivo il legame con il piccolo. Questi,contemporaneamente, assorbendo ossitocina, sviluppa e fissa per sempre il desiderio della relazione affettiva. Di qui inizia la lunga strada che porta alla maturazione del sentimento dell’EMPATIA.
La madre deve prendere coscienza che ogni stimolo amorevole che proviene dal suo ecosistema psicologico, ma anche neuro-endocrino, fornito dall’ambiente uterino di base, nutre la personalità relazionale del figlio, e che questi, ricco fino dalla fase fetale di abilità percettive, interattive, cognitive, si attacca a lei, ed è in grado di manifestare in modo attivo la sua soddisfazione.
Il senso di sicurezza del piccolo dopo la nascita deriverà dalla profondità del suo attaccamento alla madre.
Ed è sulla base di un felice e intenso attaccamento che incomincerà a svolgersi il processo di APPRENDIMENTO.

Fino a un certo momento della vita fetale non si può parlare di “percezione”, ma si deve parlare di “recezione” dei messaggi materni. Infatti la percezione è il risultato di una serie di operazioni mentali, che organizzano le diverse afferenze che provengono in contemporanea da molteplici sensorialità.
E’ attraverso questo cammino lento dall’afferenza di tipo biologico verso la percezione che è in grado di lasciare tracce nella memoria (la memoria implicita che si basa sulle strutture tattili/emozionali ) che si dipana, per gradi, proprio il processo di apprendimento.
Le iniziali esperienze relazionali fetali sono indispensabili per la successiva costruzione delle prime funzioni mentali propriamente dette, che a loro volta influenzeranno fortemente le fasi dell’ulteriore evoluzione.
Alla base dello sviluppo cerebrale e mentale umano c’è la predisposizione ad apprendere dall’esperienza.

La madre, coinvolgendo il feto e poi il neonato in una serie di esperienze/stimoli, gli insegna come costruire le modalità per l’apprendimento. Attraverso le esperienze gli insegna a “pensare”.
Si delinea così il concetto “dello strutturarsi di una mente primitiva anche in epoca fetale “.
Gli input recepibili dal feto dapprima saranno di tipo biochimico (attraverso la placenta dal metabolismo materno al feto ), poi tattile e uditivo, poi vestibolare, quindi di tipo olfattivo-gustativo e poi ancora proprioaccettivo muscolare.

Questa “teoria del protomentale” è necessaria per spiegare anche il concetto di”transgenerazionalità” e cioè della trasmissione da madre (ma anche da padre) in figlio di certe caratteristiche psicologiche.
E’ la conferma che la caratteristica dell’homo sapiens è possedere fino dall’inizio dell’esistenza intrauterina, una PREDISPOSIZIONE AL “MENTALE”, e che questo mentale inizia il suo sviluppo con la relazione tra l’embrione, e poi il feto, e la gestante.

Si può affermare che, fino dalla fase prenatale, il piccolo “sceglie” la madre come punto di riferimento per le sue prime esperienze interattive con la realtà esterna. Una scelta così intensa ed esclusiva da consentire poi al neonato di riconoscerne la voce, i richiami, i profumi,in mezzo a tanti segnali.

Il bambino, nelle sue prime relazioni con la madre e con il padre, dovrà costruirsi una classe di oggetti (parziali prima e più completi e integrati poi) cui dovrà dare una collocazione spazio-temporale all’interno di sé, in quello spazio metaforico che chiamiamo mondo interno. Un ruolo centrale avrà in questo processo l’esperienza che il bambino ha fatto nella sua crescita endouterina. Queste esperienze sono tutte affidate alla sensoriaIità (in primo luogo uditiva ma anche somoestesica, vestibolare, gustativa), che permetterà al feto di percepire i ritmi materni (cardiaci, respiratori, intestinali), i suoi propri ritmi e gli stimoli provenienti dall’ambiente esterno. Ne deriverà una interazione sensomotoria matemo-fetale la cui caratteristica essenziale è la costanza e la ritmicità. Questi stimoli funzioneranno da “oggetti modello” per la formazione di un primo abbozzo di rappresentazioni e costituiranno per il feto un contenitore ideale per una crescita che è fisica e mentale ad un tempo. In particolare, I’esperienza ritmica uditiva sarà essenziale per lo sviluppo delle funzioni psichiche che parteciperanno alla formazione della categoria mentale deputata alla definizione del bello. Vale forse la pena di accennare qui al fatto che la ritmicità è uno degli elementi essenziali del concetto del bello in ogni forma d’arte e non solo in musica

In questa linea di pensiero è suggestiva l’ipotesi che stati emotivi particolari, come ad esempio lo stato di trance che il suono del tamburo induce in alcuni popoli primitivi e, aggiungerei, lo stato di trance ipnotico che può essere indotto da alcuni ritmi in noi occidentali, sia legato ad esperienze musicali arcaiche radicate nelle prime esperienze che il bambino fa con la madre prima e dopo la nascita e in cui i ritmi biologici materni potrebbero avere un ruolo fondante.

In conclusione ritengo che la vita intrauterina sia determinante nella formazione della personalità dell’individuo in tutte le sue sfaccettature e nell’evoluzione di quella che poi sarà la personalità adulta

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Incontrarsi, scambiarsi idee, conoscersi, esiste ancora? I danni dei Social Network

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I Social Network hanno preso il sopravvento inizialmente tra la popolazione più giovane, da qualche anno anche tra i meno giovani.

Chi e’ in cerca di avventure o semplicemente di un compagno/a o di qualcuno da conoscere non trova più un modo facile. Un tempo c’erano gli amici prodighi nel presentar qualcuno, le feste, le gite, ad oggi ci sono i Social d’incontro, che il più delle volte, si rivelano essere dei grossi bluff, nonché delle grandi delusioni.

Per potersi incontrare e’ bella la causalità, la specialità, il colpo di fulmine perche’ no, la comunanza di intenti e tanto di più. Cosa può fare un Social Network? Come si presenta una persona su di un social? Sara’ la stessa che poi incontrerai? Dira’ le cose per quelle che sono? Che intenti può avere?

Spesso sono persone o molto sole e c’e’ da chiedersi il perche’, spesso desiderose/i di relazioni extraconiugali e magari dall’altra parte non c’e’ lo stesso intento.

Allora sono meglio le organizzazioni europee in cui ci sono luoghi di incontro de visu quali,  i club del libro, i dibattiti, addirittura i supermercati per single e le organizzazioni turistiche per soli single.

Nei Social ognuno può dire quello che vuole, ma anche ciò che immagina, cio’ che e’ ma non e’, e per molti si rimane mesi e mesi in rapporti del tutto virtuali che simulano rapporti veri, creando illusioni, ma sono solo maschere e giochi di vita per non star soli. Per altri sono incontri fugaci che non vanno a buon fine, lasciando amarezza e senso di perdita di tempo.

Allora perche’ non cercare l’incontro? Si ha molto paura dell’altro/a, in particolare le donne degli abusi sia psicologici che sessuali, ma in generale si teme  stabilire relazioni durature, di scambio e condivisione. Si temono le dinamiche che si potrebbero instaurare tra le famiglie allargate, e poi se sono presenti elementi persecutori o paranoie si vedono anche elementi che non ci sono, attivando persecuzione sul o sulla partner.

Insomma, i Social difendono paradossalmente da tutto ciò che ho scritto sopra a discapito pero’ dall’incontro umano, caldo, civile e rispettoso nella reciprocità.

Abbattere queste dinamiche per noi adulti dara’ un grande aiuto ai nostri figli adolescenti, in cui l’incontro addirittura e’ sostituito dal messaggio vocale su whatsapp.

Si riconsideri, lo sport, gli hobby, i punti di incontro culturali, dove si possono incontrare persone che magari hanno gli stessi nostri interessi e ci piacciono per quello, per quello che sono  e non solo.

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E bastava una inutile carezza a capovolgere il mondo  (Alda Merini)

L’IMPORTANZA DELLE CAREZZE

Il tema delle carezze e’ un tema a me particolarmente caro poiché in esse veicolano tanti messaggi, tra i non detti, i detti, i sottointesi, la dolcezza, la comprensione, la necessita’ del pelle a pelle ed altro ancora…..sicuramente tanto altro ancora.

Allora inizio con delle frasi gettate cosi, per pensare e poi scriverò qualcosa inerente alla carezza stessa.

– Se non sai che fare delle tue mani, trasformale in carezze

– Questo e’ quello che mi sento quando mi accarezzi. Come milioni   

  di piccoli universi che nascono e muoiono nello spazio tra il dito e

  la mia pelle

– In una carezza, in un abbraccio, a volte c’e’ più sensualità che nel

  vero e proprio atto d’amore

– Le persone che sanno accarezzare sono quelle che amano di più.

  La carezza e’ il gesto d’amore più intenso di tutti

– La carezza e’ il ponte tra due abissi di solitudine. Perche’ il cielo e

  la terra passeranno, ma certe carezze non passeranno mai

– La carezza di una persona cara, il contatto con qualcosa di

  morbido culla il nostro dolore meglio di tutti i ragionamenti del

  mondo

– Un uomo si misura dalla gentilezza e non dalla forza. Più il suo

  sfiorarti e’ carezza, anche quando usa le parole, più sarà Uomo

– Che cosa e’ una carezza allora? E’ sentire l’amore che ti passa tra

  le dita

Questo gesto in estinzione, rivoluzionario, incompreso, persino dal vocabolario. Carezza: “Tenera dimostrazione di amorevolezza e di benevolenza un po’ leziosa che si fa lisciando con il palmo della mano. Esempio: far le carezze al gatto”. Va riscoperto il significato profonda della Carezza. Tocco della vita. Il Cristo ha resuscitato i morti con una carezza, c’e’ l’accoglienza. In una vera carezza c’e’ la cognizione del dolore dell’altro, perche’ reggere il voltaggio di una autentica carezza e’ difficile quanto un miracolo. E’ con una carezza che Maometto sposta la montagna e la morte si concilia con la vita.

SEPPUR LEGGERA,UNA CAREZZA HA LA FORZA DI RAGGIUNGERE L’ANIMA

La carezza e’ la prima forza di nutrimento che la madre da’ all’infante. Il bisogno di carezze dura tutta la vita, benché la forma delle carezze cambi e sembri diventare più sofisticata. Nella vita da adulti le carezze sono cosi importanti che per ottenerle si escogitano i sistemi più elaborati. A volte gli adolescenti devono ridursi a rubare le automobili o i motorini o a non rispettare i semafori per avere delle carezze e ciò dimostra che anche le carezze con il bastone sono meglio di niente.

La carezza e’ una qualsiasi azione che comporti il riconoscimento di una persona soddisfacendo cosi la fame di carezze, ciò dal punto di vista della funzione. In qualità di contenuto una “carezza” e’ un messaggio che ci indica l’essere OK o NON OK  dell’altra persona.

La persona passa da un bisogno estremo di molte carezze fisiche, per sopravvivere nell’eta’ infantile, ad un bisogno più vario di carezze, non solamente fisiche. Tutte hanno lo scopo di soddisfare la fame di riconoscimento, per cui un apprezzamento verbale ha per un adulto ha lo stesso significato di una carezza fisica per il lattante: ma anche l’adulto ha bisogno di carezze fisiche, spesso più incisive della vita sessuale all’interno dell’intimità di una coppia. Il corpo o il volto accarezzato e’ una manifestazione di contatto unica, particolare, sensuale e di grande scambio di emozioni e di non detti, spesso difficili da dire.

Da bambini richiediamo istintivamente carezze positive in vari modi. Se la nostra richiesta non ha successo allora ne inventiamo altri, per avere carezze, anche negative, che, pur dolorose, sono meglio di niente.

Nella vita adulta può succedere che chiediamo ancora carezze negative e ciò spiegherebbe alcuni comportamenti che appaiono autopunitivi.

Una carezza rinforza un comportamento. I comportamenti che da bambini piccoli hanno prodotto carezze tendono a essere ripetuti da adulti e ogni nuova carezza rinforza quel comportamento.

Le persone adulte continuano ad essere bisognosi di carezze, ripetono comportamenti per ricevere carezze e se non ve ne sono abbastanza di positive per esaudire il loro bisogno, cercheranno quelle negative. Per cui, chi ha deciso da bambino di cercare le carezze negative per non rischiare di rimanerne senza, può da adulto produrre comportamenti che appaiono autolesivi, per raccogliere proprio quelle carezze negative.

Alcune persone hanno difficolta’ a dare carezze positive, specie quelle fisiche ed in genere provengono da una famiglia avara di carezze positive.

Ciascuno di noi ha le sue preferenze per quanto riguarda il prendere le carezze, ed in genere si e’ abituati a ricevere le stesse carezze. E’ possibile che qualcuno pur volendo riceverne altre, raramente le ottiene, oppure e’ egli stesso che si nega quelle carezze che pur desidera, negando a se stesso il proprio bisogno ancora insoddisfatto.

Ogni persona ha come dire un suo quoziente di carezze preferite e carezze diverse vanno bene per persone diverse, dimostrandosi di bassa qualità o di alta qualità, a seconda della specifica persona.

Ogni volta che lo vogliamo possiamo dare una carezza. Non finiranno mai! Quando le vogliamo, le possiamo chiedere, se offerte prenderle. Possiamo anche rifiutare apertamente una carezza che non ci piace e dare carezze a noi stessi.

Il nostro bisogno di carezze e’ fondato sul bisogno di riconoscimento che e’ esso stesso una carezza, per cui i confini fra carezza buona-positiva e cattiva-negativa non sono netti, essendo la carezza in se stessa positiva, utile per l’individuo, rispondendo al bisogno di riconoscimento.

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“ SE NON SEI CON ME, SEI CONTRO DI ME”

Questo modo di vivere e di pensare fa parte dell’eterno conflitto e della contrapposizione ideologica di molte persone.

Superare questo vecchio motto permette di generare il vero incontro d’amore, o di amicizia profonda, ovvero sia il sapere stare accanto all’altro/a senza fondersi, ma rispettando i propri spazi e e quelli dell’altro/a: ciò vuol dire superare il proprio narcisismo, i propri bisogni e rispettare l’altro/a in una prospettiva empatica.

Oggi giorno purtroppo questo motto e’ sempre più forte e presente, in tutte le aree della vita: dalla politica, alle professioni, nelle relazioni affettive ma anche amicali.

Il bello della vita invece sta proprio nella diversità degli intenti, delle idee, e quindi nello scambio che può essere arricchente nonché generoso verso gli altri.

Non sei con me? E perche’ mai devi essere contro di me? Non sei con me…..basta, non la pensi come me, ma forse mi puoi comunque dare ed offrire una diversa prospettiva della vita che posso osservare, forse non condividere appieno, ma trarne sicuramente qualche cosa di nuovo.

Sei contro di me? Ma perche’ mai! E’ solo che non la pensi come me, ma anche tu puoi trovare qualcosa di buono nelle mie idee, opinioni o ideologie.

Perche’ portare avanti allora questo eterno conflitto che non fa altro che far morire la creatività la socialità’, lo scambio, generare astio  e patologgizzare sempre più una società cosi già sofferente di suo sul piano relazionale?

Proviamo a pensare

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L’uso della cannabis: cosa comporta e genera nell’individuo

Inizio con una sintetica carrellata dei sintomi per poi approfondirne le motivazioni

– perdita di memoria,senso di paura, alterazione della percezione,ebbrezza, allucinazioni,

cambiamenti del tono dell’umore

– sindrome amotivazionale

come per l’alcol: influiscono negativamente sulla comprensione dei testi scritti

difficolta’ ad esprimersi oralmente

Difficolta’ a risolvere problemi

3 sigarette contenenti canapa corrispondono a 20 sigarette normali

può danneggiare i polmoni e far nascere i figli sottopeso

Possono generare danni cerebrali nella comunicazione tra neuroni

Esiste anche il fenomeno della SENSIBILIZZAZIONE, ovvero una quantità innocua per una persona che non ha mai fumato, su di una che ne ha fatto uso (sensibilizzata) produce invece effetti devastanti: le sostanze psicotrope possono alterare i processi neurochimici del cervello e possono influenzare lo sviluppo neurobiologico del cervello dell’adolescente che e’ ancora in un periodo di intensa plasticità neuronale

USO DI DROGHE: MOTIVAZIONI PSICOLOGICHE E SUE CONSEGUENZE

Spesso i giovani incontrano la cannabis per gioco o per appartenenza al branco, senza sapere a cosa vanno incontro.

La cannabis di oggi non e’ assolutamente quella di un tempo, poiché viene mischiata con altre sostanze o sintetiche o con additivi quali, veleno per topi, sterco, gomma fusa di copertoni di auto ed altro ancora. La stessa “erba” che risulta verde, può contenere sostanze sintetiche trasparenti.

Le motivazioni psicologiche quindi possono partire dal gioco, ma convertirsi con il desiderio di ridere, non pensare, non avere forme di ansia fino ad addirittura spegnere il cervello (come taluni dicono). Ricordo che il pensiero e’ cio’ che ci distingue dagli animali, prezioso per l’uomo. Tutto questo comporta danni non solo sull’apprendimento ma anche sulla concentrazione, nonché sulla memoria. Fondamentale e’ lo sviluppo della sindrome amotivazionale in cui l’individuo perde l’interesse e la voglia di intraprendere e svolgere molte attività utili e stimolanti per la propria vita, lasciandosi andare fino a sviluppare forme di depressione. In una ricerca americana pubblicata due anni fa circa su Focus si e’ potuto dimostrare con un follow up attraverso la risonanza magnetica, cosa provoca l’assunzione della cannabis nel cervello : buchi. Buchi irreversibili che colpiscono le aree più disparate.

Il desiderio di farsi una canna, che non e’ mai solo una, e’ quello di mettere a tacere problematiche più profonde, stati d’ansia o di angoscia, ma e’ un paliativo poiché dopo poco l’ansia riemerge e comporta la necessita’ di un’altra assunzione. Nei consumatori veterani l’assunzione di cannabis determina anche l’emersione di aspetti persecutori o della paranoia. Questa ovviamente e’ una sintesi di ciò che possono provocare quelle che vengono chiamate “droghe leggere” ma che allo stato non sono assolutamente leggere.

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ALESSITIMIA: che cosa e’?

(dal greco  alfa privativo – lexis = mancanza  – thimos = emozioni)

Spesso nella pratica clinica ho potuto riscontrare pazienti con tali caratteristiche, ma non solo, ma anche persone con queste caratteristiche nella vita di ogni giorno

Caratteristiche fondamentali

1. difficoltà di identificare i sentimenti e di distinguerli dalle sensazioni somatiche;

2. difficoltà nel descrivere e comunicare emozioni e sentimenti alle altre persone;

3. processi immaginativi limitati;

4. stile cognitivo orientato esternamente.

Si tratta quindi di un “disturbo della regolazione degli affetti”.

Le persone alessitimiche hanno difficoltà a comunicare verbalmente agli altri il proprio disagio emotivo e non riescono ad usare le altre persone come fonti di conforto, di tranquillità, di feedback, di aiuto nella regolazione dello stress. La scarsità della vita immaginativa, inoltre, limita la loro possibilità di modulare l’ansia e le altre emozioni negative, attraverso i ricordi, le fantasie, i sogni ad occhi aperti, il gioco, ecc.

L’incapacità di verbalizzare le proprie emozioni non va considerata quindi come una difficoltà di tipo esclusivamente espressivo ma come una vera e propria limitazione nella possibilità di elaborare le emozioni e di costruire un proprio mondo interno. Oltre che come tratto di personalità relativamente stabile.

“l’anestesia emozionale” sembra avere finalità adattive, rappresenterebbe cioè un massiccio meccanismo di difesa verso la propria realtà interiore fonte di sofferenza e di grosso scompenso.

Alla luce dei recenti lavori di ricerca, l’alessitimia appare molto rilevante per il livello di salute e benessere complessivo dell’individuo: ad oggi è considerata come uno dei possibili fattori di rischio per svariati disturbi somatici e psicopatologici, (disturbi narcisistici della personalità, sindromi borderline etc.) in quanto l’incapacità di modulare le emozioni per mezzo dell’elaborazione cognitiva genera nei soggetti alessitimici la tendenza a liberarsi da tensioni causate da stati emotivi non piacevoli mediante comportamenti compulsivi quali: l’abbuffarsi di cibo, l’abuso di sostanze, il comportamento sessuale perverso, scatti di rabbia (insulti), uso di meccanismi arcaici difensivi come l’identificazione proiettiva (vd sotto *)

Lo stile cognitivo “orientato all’esterno”, cioè la focalizzazione dell’attenzione sull’esterno piuttosto che sulla vita interiore, può portare a amplificare e fraintendere le sensazioni somatiche, scatenando ansia e preoccupazioni ipocondriache, nonché’ totale disempatia verso il prossimo.

Anche la sfiducia interpersonale appare in parte legate al costrutto dell’alessitimia, in quanto coglie altri aspetti del problema della regolazione affettiva: la riluttanza a formare relazioni intime e a comunicare i propri sentimenti agli altri.

Per quanto concerne, infine, la relazione tra alesstimia e disturbi di personalità, è stata ipotizzata una sovrapposizione tra alessitimia e disturbo borderline di personalità.

Grotstein identifica tale disturbo come un disturbo dell’autoregolazione affettiva e sostiene l’esistenza di un’influenza reciproca tra variabili biologiche e psicologiche. Grotstein osserva come tali pazienti, “mancando della capacità di confortarsi da soli normalmente e di confortarsi attraverso relazioni oggettuali, sono costretti a ricorrere a droghe, cibo o altri espedienti al fine di regolare i propri stati psichici”, mancano cioè di capacità di autoregolazione.

In conclusione: il costrutto di alessitimia è definito da caratteristiche cognitivo-affettive comprendenti una significativa difficoltà a identificare gli stati emotivi, distinguere fra affetti e componenti somatiche delle emozioni, comunicare le proprie emozioni agli altri, oltre a uno stile cognitivo concreto e orientato alla verso la realtà esterna, povertà di immaginazione, mancanza di introspezione, scarsa attività onirica, conformismo sociale, tendenza ad esprimere le emozioni attraverso l’azione. Diversi studi in letteratura hanno messo in luce come il costrutto alessitimico, inizialmente associato ai disturbi somatoformi, sia invece riscontrabile in numerose altre patologie psicopatologiche, inclusi i disturbi dell’umore, dell’alimentazione, di personalità e di abuso di sostanze.

* IDENTIFICAZIONE PROIETTIVA: (cenni) è correlata alla scissione. Consiste in un evacuare, un allontanare da sé un’esperienza completa di sé. Non solo una caratteristica umana viene vissuta come appartenente ad un’altra persona, ma si tratta dell’espulsione in toto di un’esperienza e della parte di sé capace di sperimentarla. Si tratta tuttavia di una evacuazione che riesce solo parzialmente. Il soggetto mantiene una certa risonanza con l’esperienza che ha proiettato. Cioè egli continua a sperimentare dentro di sé le emozioni ed i significati che ha proiettato sull’altro. Ma lo sperimenta come se provenisse dall’altro. Egli è convinto che sia colpa dell’altro se sta facendo quell’esperienza.
L’identificazione proiettiva crea, e quindi quasi sempre trova, conferma dei suoi assunti. Perché ne crea le condizioni. Si assiste spesso a questa sorta di induzione di esperienza dell’altro. L’identificazione proiettiva è  una difesa altamente patologica che finisce per indebolire ed impoverire il Sé, privandolo di intenti settori di esperienza.

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Perché con l’Emdr si possono risolvere i traumi anche più antichi:permane il ricordo ma non la sofferenza legata al trauma

L’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) è un approccio terapeutico utilizzato per il trattamento del trauma e di problematiche legate ad esperienze difficili non completamente elaborate.
L’EMDR si focalizza sul ricordo dell’esperienza traumatica ed è una metodologia completa che utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra per trattare disturbi legati direttamente a esperienze traumatiche o emotivamente dolorose. Infatti , pur essendo abituati  a considerare come traumatici eventi catastrofici quali  incidenti, terremoti, perdite traumatiche, abusi sessuali ,le esperienze che creano stress anche a lungo termine , non sono solo quelle che hanno le caratteristiche di un evento fuori dalla portata degli esseri umani . Essere stati vittime di bullismo , aver perso precocemente  un genitore,aver vissuto con un genitore molto vulnerabile o depresso , essere stati umiliati  da bambini,aver subito un abuso psicologico,una forte perdita affettiva, in amore o in famiglia,un disturbo post-traumatico da stress, sono situazioni che se non elaborate hanno un importante impatto emotivo contribuendo al malessere delle persone e delle loro relazioni. Dopo un ciclo di sedute di Emdr il paziente riferisce di ricordare ancora l’evento ma di sentire che fa veramente parte del passato e questo permette di di non esserne così influenzato e vedere l’evento come un “ricordo lontano”, non più disturbante o impattante nel presente.L’Emdr ha più efficacia all’interno di un rapporto psicoterapeutico.

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